Ogni racconto è comunque autobiografico.
Basta mettersi d’accordo su che cosa s’intenda per autobiografia.
A mio parere, scrivendo, non si racconta semplicemente quello che ci è capitato ma si mette in scena, tramite uno o più personaggi, anche tutto quello che si desidera, si sogna, si teme o, persino, si detesta. Insomma, entra in gioco la sfera del possibile.
E qui, per deformazione professionale, mi viene in mente la Poetica di Aristotele (51 b 1-11), dove si afferma che la poesia – che per lui è la tragedia, ma che per noi è destinata a diventare la “letteratura” – è più “filosofica” della storia perché quest’ultima si limita a parlare di quello che è accaduto mentre la prima parla di quello che sarebbe potuto accadere.
Ora, per “storia” Aristotele intende la pura cronaca dei fatti. E qui Aristotele si produce in una condanna senza appello di un autore antico a me è particolarmente caro: Erodoto.
Ho, così, scritto questo minuscolo racconto (La sedia a rotelle) mossa da una duplice esigenza. Da un lato, son partita da una spiacevole esperienza autobiografica (una delicata operazione alla schiena) al fine di rigiocarla assai liberamente, ma anche di liberarmene. E, dall’altro, mi son proposta di difendere e riscattare il mio amico Erodoto.
Non abbiate paura: non troverete nessuna geremiade sulle mie défaillances fisiche, né vi tedierò dando per scontata in voi una discreta conoscenza del mondo antico.
Abbiate fiducia: quello che più mi sta a cuore è lasciare spazio all’immaginazione… la quale, sia in chi scrive e sia in chi legge, si rivela sempre parente stretta del possibile.





