Verso Itaca

Premessa

Arriva un momento in cui ci si stanca di continuare a narrare agli amici le proprie avventure di viaggio che, racconto dopo racconto, perdono vigore e, via via, lasciano per strada particolari significativi. Beh, quando quel momento arriva, può talvolta nascere la voglia di fissare per iscritto i propri ricordi, ossia farne un qualcosa di cui anche altri, quelli cui non hai raccontato nulla, possano godere.

Ebbene, quello che vi sto per raccontare non è un viaggio come un altro perché si tratta del viaggio per eccellenza, un viaggio che, da frequentatrice precoce e, in seguito, assidua dei poemi omerici, avevo da sempre desiderato: andare ad Itaca.

Ma cosa c’è di tanto straordinario? Direte voi: al giorno d’oggi, basta prendere un aereo, arrivare nell’isola greca prescelta o, al massimo, se questa è sprovvista di aeroporto, in quella più vicina ed è fatta!

Ecco, le cose non stanno proprio così, specie se si ha la mania di viaggiare in maggio o comunque fuori stagione: niente aerei e niente traghetti dall’Italia e nemmeno ferry-boat che colleghino tra di loro certe isole. Non ci volevo credere, ma vi assicuro che non sto scherzando. Per disporre di tutti questi mezzi, bisogna aspettare luglio inoltrato, ossia andarci quando c’è una marea di gente.

No, grazie!

Rinunciare? Non conosco questo verbo, figuriamoci quando c’è Itaca di mezzo!

Ma, prima che prosegua, bisogna che vi mostri dove si trova Itaca perché, nel mio ingenuo ottimismo, avevo dato per scontato che proprio tutti sapessero che Itaca fa parte dell’arcipelago delle Ionie e che, così pure, tutti sapessero dove si trovano le Ionie. Invece no! Anche persone di cultura medio-alta pensavano che Itaca fosse nel mar Egeo, non lontano dall’attuale Turchia asiatica, ossia da tutt’altra parte. Urge perciò che vi fornisca una cartina.

Adesso vi è chiaro?

Risolsi, allora, di imbarcarmi ad Ancona e di sbarcare a Igoumenítsa per poi raggiungere via terra l’unica isola delle Ionie provvista di un ponte, ossia Lefkáda, e di lì cercare in qualche modo di arrivare ad Itaca.

Al massimo potevo fissare solo la nave di andata e quella di ritorno: il 21 e il 31 di maggio.

Per il resto, ignorando quasi del tutto che mezzi di trasporto avrei trovato in loco, non potevo prenotare nessun alloggio, sarei vissuta alla giornata. L’importante era raggiungere la meta.

E qui bisogna che vi dica che mi fu, mi è e mi sarà, di grandissimo insegnamento una bellissima poesia (scritta nel 1911) di Costantinos Kaváfis, che rileggo spesso da anni, il cui titolo è appunto Itaca. Da questa poesia ho attinto l’atteggiamento adatto per affrontare questo viaggio.

Se non la conoscete, ve la ricopio così ve ne farete un’idea. Se già la conoscete, rileggetela egualmente: non cessa mai di insegnarci qualcosa.

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell’Egitto,
a imparare e imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non precipitare il viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.
Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito cosa vuol dire Itaca.

 

Questi versi – ho scelto la bella traduzione di Filippo Maria Pontani – vi dicevo, mi hanno accompagnato e sostenuto durante tutto il viaggio. Al che, penserete che abbia portato con me il libro delle poesie di Kaváfis – cosa che mi sarebbe piaciuta parecchio – no, avevo solo una fotocopia in un foglio retro-verso, di Itaca, appunto, perché avevo deciso di limitare drasticamente il mio bagaglio.

Per la cronaca, sono sui 67 anni, il mio cuore non è validissimo e la mia salute in generale è tutt’altro che splendida, perciò il modello ideale cui ispirarmi è la bisaccia del grande Diogene di Sinope.

Oddio, ho portato con me un po’ di più di quanto gli antichi filosofi Cinici non facessero, un po’ di più, ma sempre molto meno di quanto tanta gente che conosco avrebbe portato. Ecco la foto del mio zainetto:

Come potete vedere, quasi tutto lo spazio del piccolo zaino era occupato dal corposo volume dell’Odissea con testo greco a fronte (che non era precisamente una piuma); il poco che avanzava veniva conteso da un vocabolarietto Italiano-Greco moderno, una leggerissima giacca a vento, dei calzoni di ricambio, un quadernetto, una penna, i soldi e i documenti. A onor del vero, esisteva anche un’altra piccola borsa – così bruttina che non ce l’ho proprio fatta a fotografarla – dove avevo messo le mie medicine salva-vita, una camicia jeans, tre magliette, un paio di calzini e di mutande, un costume da bagno, spazzolino, dentifricio, quattro mollette per il bucato, un cordino, ago e filo, una forbicetta, pochi campioncini di crema idratante e basta!

Certo, avrei potuto portare ancora di meno, ma, prevedendo di spostarmi molto spesso, non ero sicura di poter lavare gli indumenti tutti i giorni. Non sapevo, inoltre, se il tempo sarebbe stato caldo o se avessi dovuto affrontare delle intemperie, come poi è avvenuto.

Adesso che conoscete tutto il mio armamentario, perché – c’è poco da fare – ogni viaggiatore che si rispetti gode oltremodo nel prepararlo e ancor di più nel parlarne, possiamo passare al diario di viaggio vero e proprio.

Prima giornata: Padova-Ancona e inizio traversata

Partenza da Padova in treno ad un’ora decisamente mattiniera per sfruttare un biglietto dal prezzo stracciatissimo.

Primo problema: in treno adoro leggere romanzi, ma per il viaggio dispongo unicamente dell’Odissea, che ho deciso di rileggere tutta e a tappeto, buttando in continuazione l’occhio sull’originale greco. Il che, senza uno straccio di commento filologico e, ovviamente, senza vocabolario, non è precisamente come bere un bicchier d’acqua.

Però, ve lo assicuro, una volta messo piede nelle Ionie, leggevo e capivo il greco omerico con una facilità mai provata.

Effetto del genius loci? Pourquoi pas?

Sicché, appena partita da Padova, attacco con la full immersion.

Quando non sono impegnata in questa lettura, sia il primo giorno sia in tutti quelli dopo, ogni tanto cerco di studiarmi le regole di pronuncia del greco moderno, che mi riescono all’inizio piuttosto ostiche. Sì perché ho deciso che durante tutto questo mio viaggio mi asterrò dal servirmi dell’inglese, lingua che conosco poco e male e che, soprattutto, odio parlare.

Anche perché spesso mi domando cosa facessero gli antenati degli Inglesi nel quinto, quarto secolo avanti Cristo? In Grecia c’erano Fidia, i grandi tragici, Erodoto, Platone eccetera e gli Inglesi?

Erano dei barbari, ecco cos’erano!

E perché mai devo lasciar loro il privilegio della clavis universalis del linguaggio? Eh no! In Grecia è giusto che io parli greco! O, almeno, che ci provi.

Per rendervi maggiormente partecipi delle mie traversie linguistiche, ho deciso che traslittererò per voi alcuni vocaboli di neogreco più salienti, esattamente  come si pronunciano.

Arrivo ad Ancona alle 10,30 e mi imbarcherò solo alle 16,30. Comincio con lo sbrigare le pratiche di check-in che sono complicate e che richiedono spostamenti assurdi e mi guardo attorno. Tutti quelli che fanno la coda con me, cioè che stanno per prendere qualche nave come passeggeri sprovvisti di una vettura, hanno l’aria di esser balcanici e sono piuttosto mal in arnese. In mezzo a loro, col mio vetusto zainetto e coi miei jeans vissuti, mi sento un po’ profuga anch’io.

In un’Ancona piuttosto sciatta e con pochissimi locali aperti – è domenica – trovo rifugio in un bar scalcinato, all’interno di una sudicia galleria. La barista e i suoi frequentatori sono piuttosto giovani e tutti pesantemente tatuati, ma non scortesi. Guardate qua:

Lo fotografo perché sento che sarà l’emblema di tutto il mio viaggio: non dovrò fare programmi rigidi facendo fronte, invece, all’irruzione dell’imprevisto col volgere ogni evento casuale a mio favore.

Insomma, prendo l’insegna come un buon auspicio.

Finalmente, superando le ultime disorganizzatissime pratiche d’imbarco, mi avvicino alla nave e la contemplo dalla banchina. Non è male. Chissà dove dormirò? Perché, lo confesso, soffro di mal di mare e i bollettini nautici danno il medio e basso Adriatico piuttosto agitato.

Scopro che la mia cabina – non ho badato a spese prendendo una doppia tutta per me… che almeno, se vomito, lo voglio poter fare senza testimoni – s’affaccia proprio sulla prua della nave. Ottimo panorama, ma non oso immaginare quanto ballerò.

La nave parte con due ore di ritardo – e questo, come vi spiegherò, mi mette qualche apprensione – ma intanto me ne sto all’aria aperta, dove non ho mai problemi, esplorando i vari ponti, cosa che mi è sempre piaciuta fare.

Non è la prima volta che navigo, ma il momento in cui il pilota del porto ritorna nel suo piccolo battello e la nave doppia l’ultimo molo è sempre un momento di grande esultanza e mi vien da gridare: ELEUTHERIA! Libertà!

Seguono 16 ore di navigazione: l’attracco a Igoumenítsa è previsto per le 9,30 ora greca.

Cerco di comportarmi normalmente: pare che tutti gli altri passeggeri tranne me ignorino il mal di mare. Mi siedo in una poltroncina vicino al bar che calcolo si trovi circa al centro della nave, dunque in una zona più stabile.

Mi accorgo di trovarmi a poca distanza da una femme fatale, non precisamente di primo pelo, che sfoggia un’acconciatura, il trucco provocante e le smorfiette di una Brigitte Bardot fuori tempo massimo. Una Venere non in pelliccia, però, ma con dei leggings molto aderenti e leopardatissimi. Vuoi vedere che…? Eh sì, ci avevo azzeccato: trattasi di una “professionista” a tutti gli effetti.

Ne ho la conferma quando vedo una serie di attempati, potenziali clienti, uno più panciuto dell’altro, avvicendarsi furtivi, scambiare con lei una breve battuta, che non capisco – intuisco solo che sono tutti greci e non tedeschi, come moltissimi altri passeggeri – però nessuno di questi si trattiene vicino a lei. Che spari una tariffa troppo alta?

Magari con la mia presenza le rovino la piazza. Non sia mai! Anche se sarei stata curiosa di vedere almeno una trattativa conclusa (e con chi), mi alzo intercettando una singolare occhiata della fatalona. Eh sì, lei mi sorride in maniera molto ambigua. Ho capito: con il mio taglio cortissimo e la chioma candida mi ha preso per una lesbica storica… sai che novità!

Insomma, vado verso il ristorante, tento di mettere sotto i denti un piatto di verdure, ma mi accorgo subito che cenare non è cosa. Corro a distendermi in cabina. Lì passo ore e ore sdraiata immobile masticando furiosamente una gomma dietro l’altra, perché ogni onda che la prua prende di petto io me la sento sullo stomaco. E le onde sono innumerevoli e belle alte.

Al che, penso intensamente che sto per mettere piede in Grecia e che ad Ulisse, sballottato dai marosi sulla sua zattera ormai priva delle vele mentre fuggiva dall’isola di Calipso (Od. V, 314-332), le cose andavano molto peggio. Insomma, non so come, resisto; non chiudo quasi occhio, ma almeno non vomito.

Seconda giornata: Igoumenítsa-Lefkáda

Di prima mattina corro su uno dei ponti ad arieggiarmi. Appare Corfù che viene poi lasciata indietro senza che la nave vi approdi. Si vede anche la costa dell’Albania. Igoumenítsa è infatti molto vicina al confine albanese.

Sul ponte trovo un’anziana signora greca, emigrata in Svizzera, che mastica un po’ d’italiano, la quale mi chiede gentilmente dove io sia diretta e che mi manifesta il suo scetticismo riguardo al mio progetto di arrivare ad Itaca. La stessa perplessità me la esprime un anziano signore tedesco, che aveva sposato una donna greca, col quale m’intendo in francese. Ebbene, anche lui ribadisce quello che già temevo: che i traghetti non sono funzionanti, specie tra le singole isole Ionie, almeno fino alla metà di giugno o addirittura fino a luglio.

Allegria!

Inoltre, sono sulle spine perché la nave (la cui meta finale è Patrasso), che pure aveva recuperato parte del ritardo iniziale, se la sta di nuovo prendendo comoda. Infatti, avevo visto in rete che di bus per Lefkáda ne partivano davvero pochini: uno il lunedì (cioè proprio quel giorno) alle 11,30 e il successivo direttamente venerdì.

Mi appresto a scendere a piedi e mi accorgo che sono preceduta da un’altra passeggera, l’unica oltre me sprovvista di vettura: la maliarda della sera prima. L’ultima immagine che conservo di lei è la sua sihlouette fasciatissima nel tessuto leopardato e la sua andatura spedita e spericolata su tacchi molto alti.

Lei sa dove dirigersi, io un po’ meno.

Vengo intercettata sulla banchina da una connazionale in macchina con cui avevo fatto qualche minuto di fila prima di lasciare la nave. Costei, che s’era dichiarata un’habituée della zona, è diretta verso il traghetto per Páxos. Insomma, mi fa salire a bordo con lei, offrendosi di portarmi verso la stazione dei bus, che mi dice non essere vicina a dove siamo approdati. Avendo l’acqua alla gola, accetto volentieri il passaggio, salvo poi accorgermi che, come tutti quelli che possiedono una macchina, la signora ignora tutto quello che ha a che fare con i bus e annessi e connessi. In poche parole, vengo scaricata da tutt’altra parte di Igoumenítsa e mi metto a correre, benedicendo il mio bagaglio non pesante, continuando a chiedere ragguagli ai passanti. Lo faccio servendomi di una frasetta in greco moderno (poú íne to sthasmós ton leoforíon?: “dov’è la stazione dei bus?”), che mi ero preparata da giorni e che, per fortuna, si rivela comprensibile agli autoctoni.

Alla stazione dei bus ho tempo di fare il biglietto e anche di domandare se è proprio vero che gli autobus per Lefkáda lasciano scoperti tutti quei giorni: ho la nave di ritorno un mercoledì. La risposta è desolante: no, niente bus martedì, mercoledì e giovedì: l’unica è prendere un taxi che, mi si avverte, mi sarebbe costato una fortuna, anche perché Igoumenítsa e Lefkáda sono distanti circa 140 km. La soluzione ottimale, suggerisce la bigliettaia, sarebbe noleggiare una macchina, ma io – lo dico a mio disdoro, ma sotto sotto ne sono orgogliosa – sono sprovvista di patente.

Salgo sul bus piuttosto allegra perché ce l’ho fatta a prenderlo e al mio fianco si avvicendano vari attempati passeggeri greci che vorrebbero far conversazione con me, ma io capisco una parola ogni dieci di quello che dicono.

Grandi sorrisi.

Il paesaggio dell’Epiro è interessante: montagne verdissime, pochissimi centri abitati. Costeggiamo quasi sempre un mare azzurrissimo e la strada, che dovrebbe essere una superstrada, è abbastanza decente, salvo qualche buca ogni tanto, e con scarsi veicoli in circolazione.

Arrivo a Lefkáda dopo due ore e un quarto di percorso e scendo un po’ fuori dal centro ma, avendo studiato la pianta della città prima di partire, questa volta mi dirigo sicura verso la marina. Sul lungomare adocchio un ristorante vecchio stile e mi ci piazzo: ho una fame lupigna e all’alloggio decido di pensarci a pancia piena.

La proprietaria, molto comunicativa e simpatica, mi porta direttamente in cucina dove scoperchia una serie di pentoloni, da cui scelgo varie verdure in umido, una più appetitosa dell’altra.

Alla mia domanda dove si trovi una pensione (la pensione Pirofáni), che avevo visto segnalata su una guida, mi indica una scorciatoia per arrivarci. M’inoltro in stradine che mi ricordano quelle di Malamocco o di tante località costiere dell’Istria.

Mi sento assolutamente a casa.

Arrivo nella piazza principale e, da lì, in pochi passi, alla pensione, che è molto più bella e accogliente di quanto pensassi. La giovane proprietaria, gentilissima, mi dà una stanza tranquilla, silenziosa e pulitissima, dove crollo in un lungo sonno ristoratore.

Mi sveglio verso sera ed esploro un po’ la città che ha, nel lato opposto al mare, una laguna, che mi ricorda moltissimo quella del Lido di Venezia.

In generale, l’atmosfera di questa elegante cittadina, piena di bei caffè, in questo periodo semivuoti, è molto rilassante. E gli abitanti tanto cortesi.

Prima di uscire dalla pensione, avevo chiesto alla proprietaria come andare ad Itaca e lei mi aveva risposto dispiaciuta che non le sembrava una cosa fattibile in maggio. Lei sa benissimo l’inglese, ma io preferisco ricorrere al mio greco approssimativo, che ha costantemente bisogno della consultazione del vocabolarietto, tuttavia, in qualche modo ci capiamo.

Prendendo a cuore il mio desiderio, la ragazza mi fa parlare per telefono con un suo amico che sa l’italiano, un certo Khrístos. Costui mi ribadisce – anche lui, accidenti! – che avevo scelto il mese sbagliato, che l’unica era che mi spostassi più a sud, sempre nell’isola di Lefkáda, e di lì cercassi un traghetto per Cefalonia e, una volta là, forse – sarà d’ora in poi questo l’avverbio (íssos) che spesso accompagnerà le informazioni che raccoglierò durante tutto il viaggio –  sarebbe stato più facile arrivare ad Itaca.

Non so perché, Cefalonia me l’immagino grande e caotica e la prospettiva di andarci non mi attira proprio per niente.

Prima di cena, torno in direzione della marina in cerca di un’agenzia di viaggi e finalmente ne becco una ancora aperta, che all’esterno reca un cartellone pubblicitario di un tour tra le isole in cui compare la magica parola ITHAKE (si pronuncia itháki) ed entro tutta speranzosa.

All’interno, piuttosto caotico e non molto lindo, vedo dietro una scrivania una ragazza che sembra uscita da un quadro di Tiziano, non bellissima ma con una ricca chioma di riccioli rosso cupo, un incarnato bianco latte, le forme abbondanti ma non sgradevoli.

Mi dice di chiamarsi Gheorghína e di sapere un po’ d’italiano, sicché decido di chiamarla direttamente Giorgina. Le spiego il mio progetto e lei mi risponde desolata che ai tours pubblicizzati sul cartellone manca ancora un mese. Però mi dà un suggerimento fondamentale: prendere un bus l’indomani per Nydrí, una ventina di kilometri più a sud, e una volta là, recarmi direttamente sul lungomare. Perché, se avessi avuto fortuna, non era escluso che avrei trovato dei battelli che facevano un giro giornaliero di alcune isole e che, talvolta – ma lei non ne era sicura – prendevano a bordo anche dei passeggeri che chiedevano di esser depositati in un’isola in particolare. Il problema è che si tratta di piccole crociere che, in questo mese, non ci sono tutti i giorni.

Prendo con me un biglietto dell’agenzia – che ha un nome che m’ispira perché ha dentro la radice di una parola del greco antico che conosco bene: kinesis: movimento… e muovermi e non rimanere bloccata è giusto quello che voglio!  Esco dopo aver ringraziato di cuore la premurosa e saggia Giorgina.

A questo punto, so già cosa fare. Mi faccio indicare dove passa il bus per Nydrí e decido di prenderlo la mattina dopo.

Mi concedo un bell’aperitivo – il popolare ouzo – e ceno con un píta di verdure, ma senza cipolle. Imparo finalmente a specificarlo in neogreco: khorís kremmídi.

Terza giornata: Lefkáda-Nydrí

Nella tarda mattinata prendo un bus per Nydrí, dove arrivo un’ora dopo. Mi precipito sul lungo mare e passo in rassegna i pochi battelli piccoli e grandi che recano un cartello con scritto ITHAKI. Ne scelgo uno che mi sembra il meno scalcinato, si chiama Nydri Star. Poi il mio occhio cade sui due individui che, dietro un tavolino, hanno il compito di vendere i biglietti – in pratica, dei “bagarini” – e altri tavolinetti davanti agli altri battelli non ne vedo.

I due mi fanno subito una pessima impressione: uno è piccoletto e levantino e ha l’aria fin troppo sveglia, l’altro è un bestione alto ma altrettanto largo con una faccia completamente beota e sembra uscito da Scampía, tipo bassa manovalanza della camorra, per capirci.

Non sto facendo annotazioni razziste, sia chiaro, semplicemente vi assicuro che Lombroso, vedendo quei due, avrebbe goduto come un pazzo.

Ma non ho scelta: non posso permettermi di fare la schizzinosa.

Mi ripeto: “Itaca, devo conquistarti!” e mi rivolgo risolutamente al piccoletto, che, come c’era da aspettarsi, è il tipico maneggino poliglotta e che, quindi, parla anche italiano. Gli dico che vorrei essere depositata ad Itaca, che sono disposta a pagare il prezzo dell’intera crociera, anche se abbandonerò il battello a metà del percorso.

Lui, insinuante, mi chiede perché voglio andare proprio ad Itaca: ho, per caso, un amico che mi aspetta là? Ma come si permette! Io non raccolgo e gli dico che ho un motivo molto serio per andare ad Itaca e, in mezzo ai suoi sorrisetti da schiaffi, tiro fuori dallo zainetto l’Odissea e gliela spalanco sotto il naso. Gli dico che la so leggere in greco antico e che devo assolutamente vedere Itaca: o la va o la spacca!

Incredibilmente la cosa gli fa effetto. Cambia subito tono e mi assicura che il Nydri Star, probabilmente – eh sì, bisognerà vedere se il tempo non peggiora – dovrebbe partire l’indomani mattina, alle dieci ma è bene che mi faccia trovare sul lungomare già alle nove e mezza. Mi chiede poi una caparra, tutto sommato ragionevole, e mi dà persino un foglietto spiegazzato che funge da ricevuta.

Mi chiede dove alloggerò e mi propone la casa di una signora che lui conosce.

In un secondo decido che accetto: per quel poco che ho potuto vedere, Nydrí presenta le caratteristiche di una popolare località balneare e, pur essendo lunedì, è piuttosto affollata. L’idea di trascinarmi nel caldo – quello si rivelerà l’unico giorno afoso di tutto il mio viaggio – nella laboriosa ricerca di una pensione non mi sorride. Mi sorride poco però la proposta che il maneggino mi fa, dopo una rapidissima telefonata, ossia che il ciccione mi accompagni in macchina dalla signora.

Vi assicuro, il corpulento era davvero un soggetto poco rassicurante, così replico al piccoletto che mi dia l’indirizzo e che posso benissimo andarci a piedi, anche perché, se la casa è tanto lontana dal centro, non fa per me.

Niente da fare: la casa è a meno di un kilometro, ma è complicato spiegarmi come arrivarci. Insomma, sono costretta a cedere, mentre, tra me e me, scongiuro gli dei che me la mandino buona.

Sicché monto sulla scalcinata vettura del “camorrista” che mi porta a destinazione. Mi accolgono, in una casetta a due piani, una coppia di vecchietti che, per fortuna, hanno l’aria per bene, ai quali il ciccione si rivolge con arroganza.

Ho così la certezza che questi due poveretti gli pagano il pizzo.

Entro nella piccola stanza che si rivela pulitissima, con annesso un bagnetto altrettanto tirato a lucido.

Grazie al mio dizionario, chiedo alla signora se posso avere una coperta, perché la stanza è stranamente gelida. Lei, premurosa, arriva tosto con una copertina di pile e qui ve la devo far vedere perché è troppo kitsch e mi ricorda i pantacollant della Brigitte Bardot della nave:

Esco e m’imbatto in varie insegne; una mi fa morire da ridere e sembra voler fare uno sberleffo ai miei sforzi – che stanno continuando indefessi, nei molti momenti morti – di leggere in greco l’Odissea. Come a dire: tu fai la feticista dei poemi omerici e noi, invece, che siamo più furbi di te, li usiamo come risorsa pubblicitaria, anzi andiamo direttamente al suo “autore”, raffigurato con tanto di biga:

Mentre sto ancora sganasciando, cerco dove pranzare. Scelgo un locale tenuto da altri due allegri e solerti vecchietti e, avendo mangiato cose sane e rigorosamente khorís kremmídi, ritornerò là anche per cena.

Trascorro il pomeriggio in un caffè defilato. Osservo con preoccupazione il mare che si sta agitando, il cielo che si sta rannuvolando, il vento che diventa sempre meno caldo e comincio a temere, come spesso Ulisse quando naviga, che lo Scuotiterra (epiteto omerico ricorrente di Poseidone, dio del mare: ad es. Od. V, 282) stia preparando uno dei suoi tiri mancini e che l’indomani la crociera salti. Ad un certo punto, non resisto più e vado a dare un’occhiata alla Nydri Star: magari nelle vicinanze c’è il suo capitano che mi può rassicurare.

Becco invece il maneggino, che spunta da non so dove e mi rivela di chiamarsi Dimítris. Mi chiede se sono soddisfatta della stanza, mi comunica che è previsto che il tempo il giorno dopo terrà, ma ancora per poco. Gli chiedo che situazione metereologica ci sarà la settimana dopo, perché io son costretta a lasciare Itaca al massimo martedì, visto che mercoledì ho già fissato il mio ritorno da Igoumenítsa.

E commetto un’imprudenza nel rivelarglielo, al che, lui comincia dirmi che a imbarcarmi mi ci può portare in macchina il suo amico (il “camorrista”), sicuramente ad un prezzo inferiore dei tassisti che sono tutti dei ladri… umorismo involontario totale!

Insomma, costui vuole pianificare a suo vantaggio la mia esistenza dei prossimi giorni. Eh no! Ma non posso trattarlo a pesci in faccia perché da lui dipende far accettare al capitano la mia presenza anomala a bordo, mi fa abilmente capire. Ah, mi ricatta pure! Gli mando in cuor mio una sequela di accidenti e, da quel momento, affibbio a lui e al suo compare, nonché alle ciurme delle crociere giornaliere, l’appellativo di “pirati”.

Così temporeggio circa il servizio abusivo di taxi che Dimítris mi propone, ma non posso fare a meno di dargli il mio numero di cellulare perché mi segnali quando il battello ricapiterà ad Itaca la settimana dopo. Altrimenti, come posso ritornare da lì?

Dopo questo estenuante colloquio, decido di rilassarmi e mi allontano lesta rifugiandomi in un wine bar che avevo adocchiato poco prima sul lungomare. Sicuramente un posto dove mi spenneranno, ma ho estremo bisogno di qualcosa di più buono del solito ouzo o del modesto vinello sinora bevuto nelle trattorie.

Infatti, è un posto molto chic frequentato da Americani danarosi e gestito da Inglesi con la puzza sotto il naso.

Il maître, molto manierato, per fortuna parla francese e ho modo di chiedergli, con piglio deciso – dovunque mi trovi, non mi faccio mai impressionare dai sommeliers, tantomeno da quelli che si credono dei padreterni – un calice di vino bianco che però vorrei molto secco. Lui mi propone uno chardonnay. Gli chiedo quale sia la provenienza, il tipo scompare e torna con una cartina della Grecia e mi indica una regione a est di Kavála, verso il confine turco.

Accidenti è la Tracia! Penso a tutte le usanze più o meno barbare che Erodoto (libro V delle Storie) attribuisce ai Traci, ma non mi ricordo che dica che erano dei grandi bevitori. Comunque sono curiosa.

E qui rimango letteralmente choccata: uno dei vini più buoni e raffinati che abbia mai bevuto! Somma in sé le caratteristiche migliori di un vino della Mosella, di uno d’Alsazia e di uno del Reno ed è insieme lievemente aromatico e secchissimo. Più che uno chardonnay sembra un riesling: in assoluto il tipo di vino che preferisco, quando è buono per davvero. E picchia pure perché la gradazione non è bassa.

Proprio mi ci voleva!

Comincio a rilassarmi e a sperare che Poseidone stia calmo, quanto ai pirati invasivi, chissenefrega: l’importante è che l’indomani l’aperitivo me lo possa fare finalmente ad Itaca!

Me ne ordino un secondo. Se dovessi sbancarmi col conto – cosa che poi succede – non m’interessa un fico: quando mi ricapiterà di bere un vino così?