{"id":336,"date":"2014-11-24T17:52:56","date_gmt":"2014-11-24T16:52:56","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=336"},"modified":"2015-02-20T21:06:40","modified_gmt":"2015-02-20T20:06:40","slug":"tempo-rubato","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=336","title":{"rendered":"TEMPO RUBATO"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">\u201cE cos\u00ec mi racconto la mia vita.<br \/>\nChi ha anche la pi\u00f9 pallida idea di me, indoviner\u00e0 che io ho vissuto pi\u00f9 intensamente e pi\u00f9 cose di qualsiasi altro uomo. La testimonianza si trova scritta addirittura nei miei libri: i quali, riga per riga, sono libri vissuti per una volont\u00e0 di vita e con ci\u00f2 stesso, in quanto <em>creazione<\/em>, rappresentano un\u2019aggiunta reale, un di pi\u00f9 di quella vita stessa\u201d (FP, 88-89, 23 [14]).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo frammento postumo, che anticipa dappresso i primi abbozzi di <em>Ecce homo<\/em>, attesta molto di <em>pi\u00f9<\/em> d\u2019una semplice volont\u00e0 autobiografica, vi deborda provocatoria un\u2019ancipite intenzione: il glorificare l\u2019<em>aggiunta<\/em> messa in scena dalla scrittura e insieme svelare (da parte di Nietzsche) il carattere da sempre autobiografico &#8211; non in senso letterale, come vedremo &#8211; di ogni (suo) scritto. Il perno di questa rivelazione, che ha l\u2019effetto di <em>retrodatare<\/em> ogni riepilogare, \u00e8 da ricercarsi in quel \u201cpi\u00f9\u201d, paroletta che ricorre con un\u2019insistenza e una pregnanza da protagonista nel testo nietzscheano. Essa pu\u00f2 nascondersi in un titolo soppresso di <em>Ecce homo<\/em> (<em>Ovvero: perch\u00e9 io so qualcosa di pi\u00f9 di Friederich Nietzsche<\/em>, FP, 88-89, 24[1]) o pu\u00f2 venir urlata dall\u2019eremita invocante su di s\u00e9 la follia (A, 14).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pierre Klossowski trova una felice espressione per commentare il carattere prospetticamente riepilogante dell\u2019ultima lettera di Nietzsche a Burckhardt (chiosa che pu\u00f2 venir applicata senza forzatura alcuna anche allo strutturarsi di <em>Ecce homo<\/em>): \u201cI diversi temi riuniti e come superati in altrettanti <em>raccourcis<\/em>, fino a formare una visione unica\u201d (KCV, 343=357). La lingua francese racchiude nell\u2019unica parola <em>raccourci<\/em> molto di pi\u00f9 di quello che in italiano si pu\u00f2 rendere con \u201cscorcio\u201d: rimane in ombra la parentela con <em>abreg\u00e9<\/em> e va interamente perduto il significato di \u201cpercorso pi\u00f9 corto\u201d in quanto \u201cscorciatoia\u201d (che evoca il greco <em>p\u00f3ros<\/em>). L\u2019unico significato comune ad ambo gli idiomi \u00e8 il raccorciamento di sbieco d\u2019una figura acciocch\u00e9 appaia pi\u00f9 grande di quella che \u00e8, ossia un uso sommamente consapevole della prospettiva. Questo aspetto risulta perfettamente in carattere con talune tematiche proprie soprattutto dell\u2019ultimo Nietzsche, l\u00e0 dove egli denuncia la dimenticanza del prospettivismo, peraltro a noi connaturato (FP, 87-88, 9 [41]). Nei confronti del <em>rimpicciolimento<\/em> poi Nietzsche attua, a ben guardare, una doppia strategia: da un lato trae soddisfazione nel non intralciare la progressiva <em>Verkleinerung<\/em> dell\u2019uomo (FP, 87-88, 9[17], [153], [162]; 10[17]) e dall\u2019altro si propone di rimpicciolire il regno della moralit\u00e0 (FP, 87-88, 10[45]). Sovente pu\u00f2 sorgere il sospetto che Nietzsche non abbia in mente altri che se stesso come destinatario dei propri scritti e che il supremo artificio della sua impostura sia stato, forse, quello di scrivere come se i suoi lettori ottimali gi\u00e0 esistessero e non fossero, invece, fantasmi evocati dal suo bisogno di trovar compagnia in spiriti liberi a lui affini. Sospetto che diviene certezza se solo si legge il secondo paragrafo della <em>Prefazione<\/em> del 1886 al primo volume di <em>Umano troppo umano<\/em>: l\u00e0 Nietzsche ammette tranquillamente di aver \u201cinventato\u201d siffatti compagni per rifarsi della mancanza di amici. Penetriamo, allora, <em>di sbieco<\/em> nel microcosmo della solitudine nietzscheana sospettando di un\u2019altra, e per lo pi\u00f9 obliata, invenzione: quella che produce l\u2019illusoria coesione di un \u201csoggetto\u201d mentre invece \u201csiamo una pluralit\u00e0 che si \u00e8 immaginata un\u2019unit\u00e0\u201d (FP, 81-82, 12 [35])*.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo \u00e8 il regno del grande racchiuso nel piccolo, del <em>magnum in parvo<\/em> (FP, 88-89 24[1], 7) che poi Nietzsche intende come <em>multum in parvo<\/em> (FP, 89-89, 19 [5]), in quanto, potremmo aggiungere pensando giusto a quello che s\u2019\u00e8 appena detto del \u201csoggetto\u201d, <em>multi in parvo<\/em>. L\u00e0 <em>il solo<\/em> (GS, <em>Scherzo, malizia e vendetta<\/em>, 33), in uno <em>scorcio<\/em> di tempo, scrive per altri, che sono solo \u201combre\u201d, fingendo di dare istruzioni su come leggerlo, su come leggersi. L\u00e0 <em>vive la propria somma<\/em> descrivendo da sempre se stesso (FP, 88-89, 24 [1],11) dando allo scrittore e al lettore, che sono in lui e con lui, il medesimo consiglio: reagire lentamente, divenire \u201camici del<em> lento<\/em>\u201d (A, <em>Prefazione<\/em> del 1886, 5). La fretta suggerita dal <em>raccourci<\/em>, in quanto scorciatoia, si traduce nel percorrere lentamente un itinerario decurtato. Estrema lentezza e balenante rapidit\u00e0 (GS, 381) sono, poi, il segreto per chi scriva o legga, appunto, un segreto. Si tratta di dar vita (FP, 82-84, 1[45]) a tale insostenibile ritmo facendo esistere contemporaneamente il subitaneo e il <em>langsam<\/em>: la puntuale estaticit\u00e0 del pensiero e l\u2019allungarsi e il dilungarsi della scrittura in un acrobatico esercizio di guizzante pazienza. Questo indescrivibile movimento \u00e8 il medesimo del demone che irrompe lentamente nella pi\u00f9 solitaria delle solitudini (GS, 341). La stessa andatura \u00e8 ripresa dall\u2019eterno ritornare, dal demone suggerito: alla subitanea rivelazione dell\u2019attimo fa seguito l\u2019esasperante risusseguirsi dell\u2019indicibilmente piccolo e del grande, l\u2019uno dietro l\u2019altro, entrambi sgranati inesorabilmente e senza distinzione nell\u2019esigua strettoia della clessidra. Una clessidra (<em>Sanduhr<\/em>) che misura il tempo attraverso il passaggio della sabbia (<em>Sand)<\/em> e che richiama lo spettacolo sempre ripetuto delle onde (GS, 310). Il terribile segreto della clessidra \u00e8 di venir sempre di nuovo capovolta e quello, affine, delle onde &#8211; che per Nietzsche sono l\u2019altro nome di \u201ci volenti\u201d &#8211; \u00e8 di reiterare all\u2019infinito lo stesso movimento senza approdo: \u201cStrana sorte dell\u2019uomo! Campa settant\u2019anni e s\u2019immagina di essere, in questo periodo, qualcosa di nuovo e di mai esistito &#8211; eppure egli non \u00e8 che un\u2019onda, nella quale il passato dell\u2019uomo continua a muoversi (\u2026) crede di essere libero, e non \u00e8 altro che un meccanismo ad orologeria caricato, senza la forza di riuscire a vedere bene questo meccanismo e ancor meno la forza di di cambiarlo come e dove vorrebbe\u201d (FP, 21[12]).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale \u00e8 la sorte, sia del piccolo uomo, ignaro e illuso, sia di colui che ha carpito alle onde il loro ripetitivo segreto: quest\u2019ultimo <em>in pi\u00f9<\/em> sa che la volont\u00e0 (<em>Wille<\/em>) \u00e8 onda (<em>Welle<\/em>) (GS, 310). La sua esistenza di volente, che il demone ha per sempre (felicemente) dannato, suggerisce, allora un altro apparato di misurazione: all\u2019orologio a sabbia (<em>Sanduhr<\/em>) si sostituisce quello pi\u00f9 antico ad acqua (<em>Wasseruhr<\/em>), all\u2019interno del quale l\u2019uomo appare ancor pi\u00f9 indivisibile dagli eventi piccoli o grandi della sua vita e dal passato che, anche per sua volont\u00e0, rivive in lui.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019immagine della clessidra ad acqua inabissa nel mondo degli antichi, spalancando il sipario sugli agoni della Grecia, l\u00e0 dove la retorica, un lasso di tempo rigorosamente misurato, dava pubblico spettacolo di s\u00e9 (Gorgia, <em>Encomio di Elena<\/em>, 13). Era quello il regno del discorso scritto e velocemente recitato, dove non era tanto importante ricercare la verit\u00e0, quanto trionfare grazie ad un\u2019ingegnosa menzogna. Per Platone, responsabile a detta di Nietzsche d\u2019aver calpestato gli istinti agonali della <em>p\u00f3lis<\/em> (FP, 88-89, 14[94]), era l\u2019esecrabile regno dell\u2019inganno donde doveva tenersi lontano il filosofo per non mescolarsi coi ladri (<em>Teeteto<\/em>, 172 c-e). L\u00e0 l\u2019uomo poteva riuscire vincitore solo adattandosi al carattere fraudolento della <em>kleps\u00fddra<\/em>: in accordo con essa doveva rubare (<em>kl\u00e9ptein<\/em>) l\u2019acqua (<em>h\u00fdd\u014dr<\/em>) all\u2019avversario ovvero doveva far s\u00ec che la stessa acqua scorresse per l\u2019altro inutilmente. Siffatto ladro si avvaleva in tutti i sensi di una <em>scrittura sull\u2019acqua<\/em> volgendo a suo vantaggio la condanna senza appello da Platone pronunciata contro la <em>graph\u1e17<\/em> proprio perch\u00e9 tracciata sull\u2019acqua(<em>Fedro<\/em>, 276 c).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa antica scena agonale sembra, per\u00f2, presentare delle insanabili discrepanze con quella della scrittura-lettura nietzscheana. Dal palcoscenico dove si svolge quest\u2019ultima rimane esiliato il logografo: ossia colui che per un altro, con un lungo e minuzioso cesello (<em>Fedro<\/em>, 278 d-e), ha composto il discorso scritto e ad un altro l\u2019ha consegnato affinch\u00e9 velocemente lo legga. Nel caso di Nietzsche, sempre secondo la particolare angolatura di questa nostra interpretazione, tale alterit\u00e0 e separatezza tra scrittore e lettore sembrerebbe non sussistere, anzi parrebbero convergere in uno solo anche altri personaggi che pure facevano parte della scena agonale: il giudice e il pubblico. Si tratta, tuttavia, di una coincidenza fittizia ed illusoria perch\u00e9, non dimentichiamolo, niente \u00e8 meno unitario del \u201csoggetto\u201d che Nietzsche ha svelato esser luogo di convegno di molti. Il solitario, poi, che ha accolto con terrore e insieme con gioia la tentazione del demone \u00e8 divenuto un essere in preda ad una continua metamorfosi (GS, 341) e, <em>in pi\u00f9<\/em>, sente perpetuarsi in s\u00e9 il moto ondoso e ondulatorio del \u201cpassato\u201d dell\u2019umanit\u00e0. Ma non basta: ogni momentanea coesione \u00e8 per di pi\u00f9 dissolta dall\u2019essere l\u2019uomo intimamente contessuto di oblio, quel benefico-terribile dimenticare che tutto divora, persino quell\u2019enorme e formidabile attimo in cui l\u2019eterno ritorno, a sorpresa, gli si \u00e8 rivelato. L\u2019oblio, allora, lo protegge s\u00ec dal disperante ritorno dell\u2019identico (\u201cil peso pi\u00f9 grande\u201d, GS, 341; KCV, 93-103=95-106) ma pure lo deruba della sua pi\u00f9 alta felicit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In queste fatali vacanze della consapevolezza il caso &#8211; e non l\u2019uomo! &#8211; <em>da capo<\/em> (ADB, 56) capovolge la clessidra e la goccia d\u2019acqua (il granello di sabbia) se ne avvede sempre <em>in ritardo<\/em>, quando ormai sta precipitando. Eppure, in tale periodico (FP, 82-84 1[70]) cadere, un io che gi\u00e0 ha perduto ogni coesione, ossia un io che seguita a diventare un altro, non cessa di raccontarsi ad un io, altrettanto dissolto, anch\u2019esso perennemente metamorfico. In questo rivolersi raccontare ogni volta una volta di pi\u00f9, e mai una volta per tutte, sta l\u2019inesauribile <em>carica<\/em> di una scrittura che \u00e8 insieme autobiografica e pseudoautobiografica (KCV, 275=282). Questa sviante impostura pervade tutto il testo nietzscheano permettendosi <em>in pi\u00f9<\/em> un lusso supremo: un intimo aderire al metamorfico scorrere della vita che sta narrando. La scrittura inscena, allora, il moto impostole dalla clessidra. Qua e l\u00e0 \u00e8 possibile scoprire piccoli indizi che rivelano quanto tutto questo sia consapevole. Nietzsche, ad esempio, nel primo paragrafo della <em>Prefazione <\/em>del 1886 al secondo volume di <em>Umano, troppo umano<\/em> afferma: \u201ctutti i miei scritti, con un\u2019unica, per quanto essenziale eccezione, sono da <em>retrodatare <\/em>(<em>zur\u00fcck datieren<\/em>)\u201d Solo <em>Also sprach Zarathustra<\/em> \u201csta a s\u00e9\u201d (EH, <em>Prologo<\/em>, 4) perch\u00e9 protetto e reso compatto dall\u2019aria delle cime e dall\u2019alcionia prossimit\u00e0 alla rivelazione dell\u2019eterno ritorno, tutti gli altri scritti testimoniano, invece, di uno stato d\u2019animo anteriore al momento in cui furono composti. Il connaturato ritardo con cui chi \u00e8 prigioniero della clessidra percepisce il proprio cadere, si riflette, allora, nello scrivere sempre e solo <em>dopo<\/em>, aggiungendo <em>in pi\u00f9<\/em> un ritardo supplementare. Lo scrivente, che la clessidra ha derubato della (sua) vita deruba, a sua volta, il lettore sottraendogli il tempo pi\u00f9 vicino al momento in cui il testo \u00e8 stato scritto imponendogli, da impostore, un passato ancora pi\u00f9 remoto. La traccia di tale furto sta in quello <em>zur\u00fcck<\/em>, che vuol dire anche \u201cdi ritorno\u201d e che viene impiegato quando si vuol significare una restituzione. Lo scrivente, quindi, deruba il lettore per evocare il gesto di una restituzione che, purtuttavia, sa impossibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il moto di ritorno del retrodatare attira l\u2019attenzione su altri passi dove la furtiva solidariet\u00e0 tra scrivente e clessidra si afferma paradossalmente proprio l\u00e0 dove il primo sembra ribellarsi alla seconda: \u201cLa lunga frase della mia vita &#8211; mi domandavo tra me e me &#8211; va forse letta regressivamente? A leggerla progressivamente, senza alcun dubbio, io vi trovavo solo<em> parole prive di senso<\/em>\u201d (KCV 115=119)**. Tale retrocedere scritturale traduce un\u2019immagine a stento immaginabile: quella dell\u2019acqua (o della sabbia) che, una volta caduta nel recipiente pi\u00f9 basso, prende a risalire senza che la clessidra sia stata capovolta. Se Nietzsche avesse attuato in maniera macroscopica questa autointerpretazione, in<em> Ecce homo <\/em>troveremmo <em>Il caso Wagner<\/em> come primo, e non ultimo, <em>raccourci<\/em>. Ci si imbatte, invece, in una pagina che sembra evocare il tempo <em>\u00e0 r\u00e9bours<\/em> del mito platonico del <em>Politico<\/em> (270 d-e) oppure i ringiovanenti prodigi che Ovidio racconta operasse Medea (<em>Metamorfosi<\/em>, VII, 285 e ss.). \u00c8 il terribile <em>cauchemar<\/em> in cui la \u201c<em>stillste Stunde<\/em>\u201d rimprovera <em>silenziosamente <\/em>Zarathustra d\u2019esser diventato giovane tardi e lo invita a superare la sua giovinezza per divenire fanciullo (Z, II, <em>L\u2019ora senza voce<\/em>). Ma la metamorfosi in fanciullo \u00e8 <em>da capo<\/em> affermare la divina necessit\u00e0 dell\u2019oblio per un nuovo inizio (Z, I, <em>Delle tre metamorfosi<\/em>); in questo iato di dimenticanza, possiamo immaginare un fanciullo, gemello di quello di Eraclito (Diels-Kranz, 52), che si balocca con una clessidra <em>da capo<\/em> capovolgendola.La faccia segreta di questo gioco cosmico \u00e8 un viluppo inestricabile di forze discendenti ed ascendenti, non mai semplicisticamente ordinate nella sequenza di giovinezza, maturit\u00e0 e vecchiaia (FP, 87-88, 11[226],1). Si potr\u00e0, allora, rimanere perennemente \u201cgiovani\u201d respingendo senza tregua da s\u00e9, ma non solo da s\u00e9, ci\u00f2 che vuole morire (GS, 26): la <em>d\u00e9cadence<\/em> che in ogni tempo si annida. Risopravvive a questa diuturna lotta un essere pi\u00f9 vasto e insieme pi\u00f9 ristretto. Pi\u00f9 vasto perch\u00e9 pi\u00f9 volte si \u00e8 ricapitolato (KCV, 55=60, 269=275) incontrando sempre qualcosa di differente da salvare, accogliendo su di s\u00e9 l\u2019immensa e variegata energia delle \u201conde\u201d; pi\u00f9 ristretto grazie ad un consapevole sguardo prospettico, per aver imparato, anche dimenticando, a guardare le proprie alleggerenti metamorfosi retrospettivamente e insieme di sbieco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La scrittura autobiografica <em>in somma<\/em> \u00e8 il continuo sforzo di conciliare due movimenti inconciliabili: quello di una memoria che esige l\u2019oblio della progressione della vita e quello della coscienza della vita che esige l\u2019oblio di questo movimento regressivo (KCV, 351=364). Per far questo, allora, l\u2019autoscrivente ha eseguito da sempre nell\u2019immensa partitura del <em>Dasein<\/em> &#8211; Nietzsche parla esplicitamente di \u201ceterna clessidra dell\u2019esistenza\u201d (GS, 341), giustappunto un <em>rubato<\/em> (mi sia concessa questa licenza musicale per comprendere meglio un filosofo che fu anche musicista) s\u00ec, un <em>rubato<\/em> quasi indecifrabile sullo spartito. Nietzsche chiama questo sapiente e personalissimo uso del ritmo \u201cstile\u201d, uno stile necessario sia per scrivere, sia per leggere \u201cla lunga frase\u201d &#8211; e \u201cfrase\u201d va intesa in senso musicale &#8211; della (propria) vita. Esercizio supremo di stile sar\u00e0, poi, aver riguardo per il lettore non defraudandolo in anticipo del suo piacere nell\u2019anticipare: \u201cNon \u00e8 cortese, non \u00e8 intelligente, rubare in anticipo al lettore anche le obiezioni di minor peso. \u00c8 molto cortese e intelligente lasciare che il nostro lettore enunci da s\u00e9 la quintessenza della nostra saggezza\u201d (FP, 82-84, 1[45]). Scrivente e lettore si scoprono, allora, complici ma a patto di continuare a ripetere tra loro il codice segreto del <em>Dasein d\u2019accordo<\/em> con la sua furtiva e divina <em>viziosit\u00e0<\/em> (ADB, 56). Il loro interregno \u00e8 nel <em>tempo rubato<\/em> dell\u2019<em>aggiunta<\/em> che permette di perpetuare un dispendio nel compendio, salvaguardando un segreto pur continuando a ricapitolarlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Scrivente e lettore riconoscono la loro comune appartenenza al risonante silenzio della bella e mostruosa stirpe delle onde che, pur nel tempestare, non perdono mai la loro quiete, forti di un silenzio che ha imparato a non tradirsi nel tacere (Z, III, <em>Sul monte degli ulivi<\/em>). Onde che vivono istoriando sul loro corpo smeraldino e cangiante una <em>graph\u1e17<\/em> di candidi merletti di schiuma: indecifrabile sfoggio per chi non la sappia leggere. Una scrittura in cui contemplare il (proprio) non-rivelarsi, giacch\u00e9 in essa ci si sa da sempre (tragicamente-felicemente) perduti: \u201cViva la saggezza dei miei <em>occhi<\/em> che sempre pi\u00f9 son venuti trasformando la bestia che scrive in bestia che tace\u201d (Lettera alla sorella del 5 luglio 1885).<\/p>\n<hr \/>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutte le citazioni da Nietzsche sono prese dall\u2019edizione italiana delle sue <em>Opere<\/em> (ed. Adelphi), il cui testo critico \u00e8 curato da G. Colli e M. Montinari, con le seguenti abbreviazioni:<br \/>\nA: <em>Aurora<br \/>\n<\/em>ADB: <em>Al di l\u00e0 del bene e del male<br \/>\n<\/em>EH: <em>Ecce homo<br \/>\n<\/em>FP: <em>Frammenti postumi<br \/>\n<\/em>GS: <em>La gaia scienza<br \/>\n<\/em>UTU: <em>Umano troppo umano<br \/>\n<\/em>Z: <em>Cos\u00ec parl\u00f2 Zarathustra<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">* Solo in questi due casi la numerazione dei FP nell\u2019ed. it. Colli-Montinari (rispettivamente FP, 81-82, 12[197] e 22[14]) non corrisponde a quella dell\u2019ed. tedesca (<em>Werke<\/em>, V, 2, Berlin-New York, 1977), ebbene si \u00e8 scelto di seguire la numerazione dell\u2019ed. tedesca.<br \/>\n** Si tratta di un progetto del 1886 per una nuova <em>Prefazione<\/em> a UTU, che purtroppo non mi \u00e8 stato possibile rintracciare nei FP 85-87 e, cos\u00ec, son stata costretta a citare solo la testimonianza di KCV. Aspetto fiduciosa la collaborazione dei lettori di questo sito per trovare un riferimento diretto a Nietzsche: davvero ci conto!<br \/>\nLa sigla KCV corrisponde a P. Klossowski<em>, Nietzsche et le ciercle vicieux<\/em>, Paris, Mercure de France, 1969; le citazioni sono prese dalla sua ed. it., <em>Nietzsche e il circolo vizioso<\/em>, Milano, Adelphi, 1981, trad. it. di E. Turolla; si \u00e8 utilizzata questa traduzione solo per venire incontro a chi mi legger\u00e0 ma, siccome ho tenuto ben presente il testo in originale, talora vi si possono trovare piccole varianti, perci\u00f2, tra parentesi, troverete prima il riferimento al testo francese e poi (preceduto dal segno =) il numero di pagina dell\u2019edizione italiana. Infine va detto che la presenza in <em>Tempo rubato<\/em> di <strong>Pierre Klossowski<\/strong>, cui va la mia immensa e intramontabile ammirazione, \u00e8 molto pi\u00f9 massiccia di quello che si pu\u00f2 vedere in superficie e si estende anche ad altre sue opere, che qui non vengono esplicitamente citate, soprattutto: <em>Nietzsche le polyth\u00e9isme et la parodie<\/em> (in <em>Un si funeste d\u00e9sir<\/em>, Paris, Gallimard,1963, pp.185-228) e <em>Le bain de Diane<\/em> (Paris, Pauvert, 1956).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cE cos\u00ec mi racconto la mia vita. Chi ha anche la pi\u00f9 pallida idea di me, indoviner\u00e0 che io ho vissuto pi\u00f9 intensamente e pi\u00f9 cose di qualsiasi altro uomo. 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