{"id":1382,"date":"2022-05-07T08:52:01","date_gmt":"2022-05-07T06:52:01","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1382"},"modified":"2022-06-19T15:03:19","modified_gmt":"2022-06-19T13:03:19","slug":"1382-2","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1382","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<h2 style=\"text-align: center;\"><strong>\u201cDiamoci del tu\u201d: l\u2019antenato del \u201clettore\u201d nei poemi omerici\u2026 e non solo<br \/>\n<\/strong><\/h2>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Da troppo tempo mi devo decidere a scrivere almeno qualcosina a proposito di un problema estetico che mi ossessiona fin dall\u2019adolescenza. Si tratta dell\u2019insorgere della seconda persona singolare in certi appelli che l\u2019autore, o chi per lui, fa ad un personaggio\u2026 tutto da scoprire.<\/p>\n<p>M\u2019accorgo d\u2019esser stata parecchio sibillina e, come se non bastasse, di aver scelto un titolo maledettamente fuorviante. Perch\u00e9 qui non \u00e8 affatto in gioco il \u201cdarsi del tu\u201d, propriamente detto, tanto pi\u00f9 che gli Antichi non conoscevano formule di cortesia e non si davano del \u201cvoi\u201d o del \u201clei\u201d, ma sempre e solo del tu, anche tra schiavo e padrone, tra giovani e vecchi eccetera.<\/p>\n<p>(Tra parentesi, sarebbe interessante studiare per bene come e quando nacquero quei modi riguardosi di rivolgersi agli altri, modi che, ci piacciano o no, noi tutti conosciamo e che oramai fan parte delle cosiddette \u201cbuone maniere\u201d).<\/p>\n<p>Sicch\u00e9, per chiarirvi subito dove voglia andare a parare, vi cito quei versi che fecero, tanto tempo fa, da miccia a questo mio imperituro assillo. Si tratta de <em>Il canto<\/em> <em>d\u2019amore di J. Alfred Prufrock<\/em>, che T.S. Eliot (1988-1965) compose nel 1910-11, dunque, ancora ventitreenne.<\/p>\n<p>Sentite che attacco potente:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Allora andiamo, tu ed io,<br \/>\nQuando la sera si stende contro il cielo<br \/>\nCome un paziente eterizzato disteso su una tavola;<br \/>\nAndiamo, per certe strade semideserte,<br \/>\nMormoranti ricoveri<br \/>\nDi notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo.<br \/>\nE ristoranti pieni di segatura e gusci d\u2019ostriche;<br \/>\nStrade che si succedono come un tedioso argomento<br \/>\nCon l\u2019insidioso proposito<br \/>\nDi condurti a domande che opprimono\u2026<br \/>\nOh, non chiedere \u201cCosa?\u201d<br \/>\nAndiamo a fare la nostra visita.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma chi sono quei \u201c<em>you and I<\/em>\u201d? Forse chi alza in prima persona il suo scorato lamento (\u201cdivento vecchio\u2026 divento vecchio \\ Porter\u00f2 i pantaloni arrotolati in fondo\u201d) si sta rivolgendo all\u2019amata?<\/p>\n<p>Il titolo sembrerebbe andare in tale direzione perch\u00e9 suona: <em>The Love Song<\/em>. N\u00e9 mancano fugaci immagini che alludono ad un\u2019intimit\u00e0 velatamente erotica: \u201cla sera (\u2026) gioca a fare la malata, \\ sdraiata sul pavimento, qui fra te e me\u201d o, peggio: \u201cdopo le gonne strascicate sul pavimento\u201d.<\/p>\n<p>Eppure le cose, come sempre, non sono cos\u00ec semplici come sembrano. Perch\u00e9 quel \u201ctu\u201d sconfina pericolosamente con chi parla e sovente, ben pi\u00f9 d\u2019una volta, vi si congiunge in un \u201cnoi\u201d: \u201cAndiamo a fare la nostra visita\u201d, nonch\u00e9 nella tremenda chiusa della poesia: \u201cFinch\u00e9 le voci umane ci svegliano, e anneghiamo\u201d.<\/p>\n<p>Come uscirne?<\/p>\n<p>Mi venne in soccorso il caro Baudelaire (1821-1867), in particolare, la prima poesia de <em>Les fleurs du mal<\/em>, che funge da premessa all\u2019intera raccolta e che ha come titolo: <em>Au lecteur<\/em>.<\/p>\n<p>Orbene, Baudelaire sta parlando dell\u2019<em>ennui<\/em>, del tedio, della noia, insomma, e cos\u00ec conclude: \u201cTu lo conosci, lettore, questo mostro delicato \\ &#8211;<em>Hypocrite lecteur, <\/em>&#8211; <em>mon semblable, &#8211; mon fr\u00e8re<\/em>!\u201d<\/p>\n<p>E perci\u00f2 quel <em>tu<\/em> altri non \u00e8 che il lettore, al quale chi scrive si sente legato da una fratellanza che sconfina nello sberleffo, ma insieme nella complicit\u00e0.<\/p>\n<p>Vi \u00e8, allora, in quel verso anche un\u2019aria di provocazione, del tipo: \u201cleggimi <em>tu<\/em> che pensi e pretendi di assomigliarmi e di capirmi!\u201d.<\/p>\n<p>Ed ora vi do un altro esempio di un aperto tono di sfida al lettore, traendolo da uno scrittore siculo, che oggi troppo pochi ricordano, il quale, tra l\u2019altro, fu raffinato traduttore di Baudelaire: Gesualdo Bufalino (1920-1996).<\/p>\n<p>Alludo, in particolare, al pi\u00f9 riuscito &#8211; almeno a mio avviso &#8211; dei suoi romanzi: <em>Le menzogne della notte<\/em> (1988). Si tratta di una storia molto intricata in cui ognuno dei personaggi, tutti condannati a morte, nell\u2019ultima notte prima dell\u2019esecuzione, mistifica la propria identit\u00e0 e i propri trascorsi, intessendo racconti che si rivelano poi pi\u00f9 o meno mendaci. Il tutto pur di non far scoprire chi sia l\u2019ignoto capo d\u2019una congiura politica, presumibilmente anti-borbonica.<\/p>\n<p>Sorvolo sul linguaggio preziosamente barocco del romanzo, che gi\u00e0 di per s\u00e9 vale un Per\u00f9.<\/p>\n<p>Ebbene, come dedica a <em>Le menzogne<\/em>, Bufalino mette solo tre micidiali parolette: \u201cA noi due\u201d!<\/p>\n<p>Ed \u00e8 chiaro che si tratta di una sfida bella e buona al lettore, affinch\u00e9 lui tenti di scoprire il gioco dei vari personaggi\u2026 o forse perch\u00e9 concluda che non vi pu\u00f2 essere nessuna verit\u00e0 certa.<\/p>\n<p>La questione dell\u2019appello al \u201clettore\u201d &#8211; o a chi per lui &#8211; mi si ripresent\u00f2 recentemente allorch\u00e9 passai molto tempo in simbiosi con Eraclito e scrissi con il sangue <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1304\"><strong>Un anno con Eraclito<\/strong><\/a><\/span>, testo che potrete trovare sempre in questo sito, e a cui rimando.<\/p>\n<p>In particolare, il <em>tu<\/em> torn\u00f2 a galla quando mi trovai ad analizzare un frammento che lancia a tutti noi un messaggio tutt\u2019altro che rassicurante:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I confini della <em>psykh\u00e9<\/em>, mentre vai,<em> tu<\/em> non li potrai trovare, anche se percorressi tutte le strade (<em>hod<\/em><em>o\u00ed<\/em>): cos\u00ec esteso (<em>bath<\/em><em>\u00fds<\/em>) \u00e8 il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> che essa possiede (Diels-Kranz, 45, trad. it. mia).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>D\u2019accordo, ai tempi arcaici di Eraclito si viveva in un mondo ancora circonfuso di oralit\u00e0, sicch\u00e9 non avrebbe alcun senso parlare di \u201clettore\u201d, cos\u00ec come lo si conoscer\u00e0 ben pi\u00f9 tardi ma tutt\u2019al pi\u00f9 si pu\u00f2 parlare di \u201cascoltatore\u201d, visto che la lettura avveniva sempre a voce alta. Ossia abbiamo a che fare con qualcuno che pu\u00f2 esser venuto a conoscenza delle taglienti sentenze dell\u2019Oscuro o per averle udite per bocca di Eraclito stesso o trasmesse da qualcun altro.<\/p>\n<p>Siccome ho gi\u00e0 diffusamente scritto sul rapporto, tutt\u2019altro che pacifico, che l\u2019Oscuro ebbe, e per sempre avr\u00e0, con i suoi malcapitati e bistrattati \u201callievi\u201d, e con \u201cgli altri\u201d in genere, rimando nuovamente a <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1304\"><strong>Un anno con Eraclito<\/strong><\/a><\/span>.<\/p>\n<p>Vi basti, per il momento, sapere che Eraclito \u00e8 il filosofo che per primo os\u00f2 dire \u201cio\u201d, cosa che fu, all\u2019epoca, un\u2019autentica rivoluzione e che noi, ammalati come siamo di egolatria e di narcisismo, stentiamo a prendere nella dovuta considerazione.<\/p>\n<p>Ed Eraclito, come s\u2019\u00e8 appena visto, ricorre anche a quel formidabile <em>tu<\/em> che campeggia enigmatico nel frammento 45.<\/p>\n<p>Ma dove pesca Eraclito per mettere in scena questo raffinato gioco nell\u2019uso delle persone verbali, specie singolari?<\/p>\n<p>Eraclito non pu\u00f2 ignorare i poeti lirici della Ionia, che, oltre ad esser della sua stessa zona geografica, gli sono di poco anteriori.<\/p>\n<p>Ne cito solo due: i miei preferiti.&nbsp; Pensiamo a Saffo che dice orgogliosamente <em>eg<\/em><em>\u00f3<\/em>, proclamando le sue personalissime preferenze, andando contro i valori tradizionali:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dicono che sopra la terra nera<br \/>\nLa cosa pi\u00f9 bella sia una fila di cavalieri,<br \/>\no di fanti, o di navi<br \/>\nio invece: quello che si ama<br \/>\n(\u2026)<br \/>\nCos\u00ec ora mi torna in mente<br \/>\nAnattoria che ora \u00e8 assente<br \/>\nOh, preferirei rivedere,<br \/>\nil suo incedere amabile,<br \/>\nil candore splendente del viso,<br \/>\npiuttosto che i carri dei Lidi<br \/>\ne battaglie di uomini in armi!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Pensiamo a Mimnermo che proclama che, per lui, la vita in s\u00e9 non vale nulla se privata dei piaceri tipici della giovinezza:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Che \u00e8 mai la vita, che \u00e8 mai la gioia senza Afrodite d\u2019oro?<br \/>\nCh\u2019<em>io<\/em> possa morire, quando non mi curer\u00f2 pi\u00f9<br \/>\ndi un amore nascosto, dei dolci doni e del letto! &nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tuttavia, in questi poeti troviamo spesso l\u2019<em>io<\/em> ma non quel particolare <em>tu<\/em> che cerchiamo.<\/p>\n<p>Per scovarlo dobbiamo andare ancora pi\u00f9 indietro: dobbiamo tornare alla poesia epica. Per capirci, l\u2019anonimo cantore dei poemi, assai raramente dice \u201cio\u201d ma pi\u00f9 di una volta si rivolge con il <em>tu<\/em> a certi personaggi in particolare. E quali?<\/p>\n<p>Ma facciamo una piccola pausa, giacch\u00e9 bisogna che, come sempre, paghi i miei sacrosanti debiti di gratitudine. Per quel che riguarda Eraclito, ho reso omaggio a Cl\u00e9mence Ramnoux e, per i poemi omerici, debbo ora fare un profondo inchino ad un\u2019altra grande studiosa del mondo greco: Fran\u00e7oise Frontisi-Ducroux (d\u2019ora in poi FFD). &nbsp;<\/p>\n<p>Ebbene, senza <em>La cithare d\u2019Achille<\/em>, avrei potuto continuare a leggere e rileggere l\u2019<em>Iliade<\/em> e l\u2019<em>Odissea<\/em> senza gran costrutto e, soprattutto, senza por la dovuta attenzione alle riflessioni estetiche che innervano i due poemi, ogniqualvolta \u00e8 in gioco la funzione del canto.<\/p>\n<p>E quale sarebbe mai tale funzione?<\/p>\n<p>Sempre secondo FFD (p. 77), e io sono del suo medesimo parere, i due poemi ci fanno capire entrambi che la poesia offre ai mortali l\u2019unico rimedio possibile: l\u2019oblio dei mali e delle angosce che ci affliggono grazie alla dolcezza del canto che ci trasporta altrove, in un tempo che non \u00e8 il nostro tempo.<\/p>\n<p>Ma non basta: senza l\u2019insostituibile soccorso di FFD, non avrei mai compreso appieno che i poemi omerici restano intramontabili non solo per l\u2019incommensurabile bellezza dei loro versi, per le sfolgoranti immagini di cui pullulano, ma anche per essere poesia che riflette sulla poesia.<\/p>\n<p>Ossia \u201cmetapoesia\u201d (FFD, p. 47).<\/p>\n<p>Lo so, \u00e8 un termine antipatico e maledettamente sussiegoso, ma quando ci vuole, ci vuole!&nbsp;<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che, molto prima di leggere FFD, avevo gi\u00e0 dei conti in sospeso con Giambattista Vico (1668-1744), perch\u00e9 proprio non mi andava gi\u00f9 che l\u2019<em>Iliade<\/em> e l\u2019<em>Odissea<\/em> fossero considerati qualcosa di scaturito sorgivamente dalla \u201ccorpolentissima fantasia\u201d di uomini, ancora \u201cbarbari\u201d e incapaci di riflettere.<\/p>\n<p>Ma che cosa sta a significare, innanzitutto, una poesia irriflessa? Senza volerci perdere nei verbosi meandri de <em>La Scienza Nuova<\/em>, una cosa vi posso assicurare: si tratta di una poesia che non pensa certo a <em>come<\/em> fare poesia.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 ringrazio FFD per avermi regalato argomenti decisivi atti a rintuzzare le ubb\u00ede spontaneiste di Vico e di tutti coloro &#8211; e non son pochi &#8211; che in seguito vi si ispireranno&#8230;<\/p>\n<p>A questo punto, restava un problema: bisognava che mi decidessi ad affrontare pi\u00f9 da vicino tutti e due i poemi e non solo l\u2019<em>Odissea<\/em>. E mi fu di gran consolazione che anche FFD avesse scritto <em>La cithare<\/em> perch\u00e9 pentita d\u2019aver trascurato l\u2019<em>Iliade<\/em>.<\/p>\n<p>Ve la devo dire tutta: l\u2019<em>Iliade<\/em>, essendo io di carattere pacifista e anti-sanguinario, mi repelleva alquanto, date le troppe scene di bassa macelleria, che costellano le numerose battaglie e i troppi truculenti duelli.<\/p>\n<p>Tuttavia, mi bast\u00f2 leggere le primissime pagine de <em>La cithare<\/em> per immergermi, invece, in un\u2019atmosfera che nulla ha a che vedere con la guerra. Si tratta dell\u2019analisi di una bellissima, quanto sorprendente, piccola scena racchiusa nel libro nono dell\u2019<em>Iliade<\/em> (vv. 185-191).<\/p>\n<p>Se volessi banalizzare, direi che si tratta di una scena di relax, ma siccome questo \u00e8 un termine maledettamente svilito oltre che riduttivo, preferisco dirlo in latino: una scena di squisito <em>otium<\/em>.<\/p>\n<p>Per la cronaca, l\u2019Atride (ossia Agamennone) si \u00e8 oramai pentito d\u2019aver fatto tremendamente adirare Achille, cosa che ha avuto come effetto funesto che l\u2019eroe pievel\u00f3ce si \u00e8 ritirato dal campo di battaglia e, di conseguenza, i Troiani sono in rimonta e gli Achei ridotti a mal partito.<\/p>\n<p>Ebbene, Nestore, re di Pilo, che \u00e8 il vecchio saggio per eccellenza e che si assume il ruolo di paciere, porta con s\u00e9, tra gli altri, anche Ulisse.<\/p>\n<p>Questi illustri messaggeri trovano il sommo guerriero Achille nei pressi della sua tenda, ma non mentre si esercita con le armi o in qualsiasi altro atteggiamento marziale, bens\u00ec mentre trae diletto da un\u2019ornata cetra sonora. Ossia Achille, facendo vibrare le corde di tale strumento, suona e insieme canta le glorie degli eroi (vv. 186-189).<\/p>\n<p>In questa scena, nota acutamente FFD (p. 19), vi \u00e8 una sorta di <em>mise<\/em> <em>en abyme<\/em> dell\u2019intera <em>Iliade<\/em>, in quanto Achille diviene una sorta di doppio del cantore omerico.<\/p>\n<p>Alla<em> performance<\/em> di aedo di Achille, assiste rapito l\u2019amato amico Patroclo (vv. 190-191). Patroclo, che ascolta \u201cin silenzio\u201d Achille, fattosi cantore, diventa, cos\u00ec, un: <em>\u201cauditeur exemplaire, miroir du<\/em> <em>publique<\/em>\u201d (FFD, p. 24). &nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Nell\u2019<em>Odissea<\/em> abbiamo una <em>mise en abyme<\/em> ben pi\u00f9 estesa dell\u2019intero poema (libri IX-XII), allorch\u00e9 Ulisse racconta le sue stupefacenti avventure di viaggio ad Alcinoo, re dei Feaci. E i raffinati Feaci, a loro volta, giocano il ruolo di pubblico ideale, allorquando ascoltano silenti il lungo racconto di Ulisse, e se ne mostrano completamente rapiti (<em>Od<\/em>. XI, 333-334). &nbsp;<\/p>\n<p>Per\u00f2, a ben guardare, Ulisse non canta n\u00e9 suona, bens\u00ec narra. Il ruolo di cantore spetta, invece, sempre nella terra dei Feaci e sempre nel magnifico libro ottavo dell\u2019<em>Odissea<\/em>, a Demodoco, ovvero all\u2019aedo di corte di Alcinoo. Ebbene, tale cantore celebra le imprese di Ulisse, che gi\u00e0 in vita, capiamo essere divenuto leggendario ed <em>epico<\/em> a tutti gli effetti.<\/p>\n<p>E Ulisse, a sua volta, tributa particolari onori proprio a Demodoco (<em>Od.<\/em> VIII, 477-481), sfidandolo poi a cantare anche quello che del re di Itaca l\u2019<em>Iliade<\/em> non ci ha tramandato: l\u2019inganno del cavallo (<em>Od.<\/em> VIII, 492-515).<\/p>\n<p>Infine, Alcinoo dichiara che Ulisse sa ben raccontare come un valente cantore (<em>Od<\/em>. XI, 368).<\/p>\n<p>Ma torniamo a Patroclo, per farvi riflettere con pi\u00f9 attenzione, sempre grazie alle puntualissime analisi di FFD, sul perch\u00e9 il cantore si rivolga a lui \u201cdandogli del <em>tu<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Ad esser precisi, l\u2019aedo non \u201cd\u00e0 del <em>tu<\/em>\u201d solo a lui: lo pu\u00f2 dare financo ad Achille, &nbsp;per\u00f2, questo accade solo una volta (<em>Il. <\/em>XX, 2).<\/p>\n<p>Il cantore, invece, pi\u00f9 facilmente \u201cd\u00e0 del <em>tu<\/em>\u201d a Menelao, fratello di Agamennone, il quale \u00e8 s\u00ec parte lesa, in quanto marito di Elena e, quindi, sta all\u2019epicentro della causa della guerra, ma non \u00e8 certo comandante in capo dei vari eserciti, come invece lo \u00e8 Agamennone.<\/p>\n<p>Comprendiamo, perci\u00f2, come Menelao e Patroclo rappresentino una sorta di figure supplenti di un\u2019altra figura eroica pi\u00f9 forte. Ebbene, tali figure sono particolarmente atte a suscitare le simpatie del pubblico e, di conseguenza, a facilitare l\u2019identificazione con siffatti personaggi minori (FFD, p. 23).&nbsp;<\/p>\n<p>Concentriamoci ora unicamente su Patroclo, che \u00e8 definito \u201cdolce\u201d (XVII, 671; XIX, 300) e cerchiamo di capire ancor meglio perch\u00e9 lui abbia, pi\u00f9 di ogni altro, le carte in regola per esser visto come il <em>doppio pi\u00f9 fragile dell\u2019eroe<\/em>\u2026 e non solo\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(E qui andrebbe aperta una lunga parentesi su di un libro che ebbe, ed ha ultimamente, un enorme successo a livello statunitense ed europeo e che \u00e8 diventato un best-seller, specie per la comunit\u00e0 LGBT, una sorta di romanzo in cui Patroclo parla in prima persona. Un Patroclo di cui vien esplicitata ed amplificata la dote dell\u2019empatia e della dolcezza. Si tratta de <em>La canzone di Achille<\/em> scritto dalla classicista Madaleine Miller, che vi consiglio caldamente di leggere, vincendo qualsiasi pregiudizio e snobismo &#8211; di cui ero la prima ad essere affetta &#8211; nei confronti di chi riscrive, specie negli USA,&nbsp; parte dell\u2019epopea troiana).&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma qual \u00e8 il libro dell\u2019<em>Iliade<\/em> dove a Patroclo \u00e8 riservata una vera e propria pletora di<em> tu<\/em>? Si tratta del libro sedicesimo, quello in cui si canta la sua morte e, prima ancora, la sua discesa in battaglia &#8211; badate bene &#8211; rivestendo le armi dell\u2019amico.<\/p>\n<p>Patroclo diviene cos\u00ec, almeno per un congruo numero di versi, fino a quando l\u2019inganno non sar\u00e0 scoperto, il<em> sosia<\/em> di Achille.<\/p>\n<p>Insomma, Patroclo, travestito da Achille, diventa una vera e propria <em>controfigura<\/em> di Achille.<\/p>\n<p><em>Controfigura<\/em> anche nello svolgersi dell\u2019azione poetica. Infatti, nell\u2019<em>Iliade<\/em> vien cantata la morte di Patroclo, ma non gi\u00e0 quella di Achille, sicch\u00e9 la morte di Patroclo <em>prefigura<\/em> quella di Achille stesso, che avverr\u00e0 fuori dal racconto, fuori dal poema.<\/p>\n<p>A questo punto, non vi voglio annoiare snocciolandovi il lungo elenco nonch\u00e9 l\u2019analisi circostanziata, di tutti i vari passi in cui il cantore omerico si rivolge a Patroclo con il <em>tu<\/em>. Vi basti sapere che nel libro sedicesimo se ne possono contare otto, per un totale di ben unidici <em>tu<\/em>.<\/p>\n<p>Scelgo, perci\u00f2, un unico esempio: quei due versi che ci fan presagire l\u2019imminente tragica morte di Patroclo, il quale, nonostante il dolce carattere, nell\u2019ultima sua ora di vita, diviene spietato e sanguinario, per vendicare un caro compagno, barbaramente ammazzato da Ettore&nbsp; (XVI, 585; anche qui c\u2019\u00e8 un <em>tu<\/em> dedicato a Patroclo).<\/p>\n<p>Ettore che, slealmente aiutato da Apollo, avr\u00e0 poi la meglio sul povero Patroclo; Ettore che, di conseguenza, non potr\u00e0 che venir ucciso, a sua volta, da Achille, grazie ad un soccorso, parimenti sleale, di Atena.<\/p>\n<p>Ma basta cos\u00ec!&nbsp; Leggete, invece, questi due versi:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E qui chi per primo, chi per ultimo<em> massacrasti<\/em> \\ Patroclo, mentre gli d\u00e8i <em>te<\/em> pure chiamavano a morte? (<em>Il.<\/em> XVI, 692-3).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Concentriamoci sulla <em>ratio<\/em> di tale domanda. Ovvero perch\u00e9 mai il cantore s\u2019interroga sulla sequenza dei combattenti troiani uccisi da Patroclo? Lo fa perch\u00e9, non potr\u00e0 raccontare &#8211; o perlomeno non potr\u00e0 farlo nei dettagli &#8211; tutta quanta la carneficina messa in opera dall\u2019amico di Achille.&nbsp;<\/p>\n<p>Il cantore, infatti, \u00e8 sempre ben conscio che, sebbene sia sostenuto dalle Muse, le sue capacit\u00e0 restano limitate e dovr\u00e0 comunque operare una selezione. Quella stessa selezione che l\u2019aedo si trova a compiere su ben pi\u00f9 vasta scala, allorch\u00e9, nel libro secondo, deve render conto del lungo catalogo delle navi e soprattutto dei numerosissimi guerrieri Achei giunti per espugnare Troia (FFD, pp. 18-20). E giusto apprestandosi al <em>tour de force<\/em> di tale elenco (<em>Il<\/em>. II, 494-759), il cantore, conscio della sua impotenza, fa qualcosa che non fa quasi mai: ricorre alla prima persona singolare:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dite adesso <em>a me<\/em>, o Muse (\u2026) quali erano i capi e coloro che guidavano i Danai \\ la folla <em>io<\/em> non <em>dir\u00f2<\/em>, non <em>chiamer\u00f2<\/em> per nome \\ nemmeno s\u2019<em>io<\/em> dieci lingue e dieci lingue <em>avessi<\/em> (\u2026) ma <em>dir\u00f2<\/em> i capi di navi e tutte le navi (<em>Il<\/em>. II, 484-493).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sicch\u00e9 il <em>tu<\/em>, che accompagna insistentemente Patroclo, ci fa intuire che il cantore non sente l\u2019amico di Achille poi tanto dissimile da s\u00e9. Patroclo, l\u2019ascoltatore per eccellenza, <em>l\u2019antenato del lettore<\/em>, viene cos\u00ec a fondersi con il poeta, ossia con <em>l\u2019antenato dell\u2019autore<\/em>.&nbsp;<\/p>\n<p>Certo in tre millenni ne \u00e8 passata di acqua sotto i ponti, ma le tattiche di fondo restano assai simili, intendo dire la strategia che chi canta, chi racconta o chi scrive, mette in opera per gettare un ponte in direzione di chi lo ascolter\u00e0 o lo legger\u00e0. E tali tattiche possono giocarsi, fin dalla Grecia arcaica, nel caso che qui c\u2019interessa, attraverso quel famigerato <em>tu<\/em>.<\/p>\n<p>Inoltre, non si tratta solo d\u2019una semplice selezione, basata sul valore di chi \u00e8 degno o meno d\u2019esser cantato (\u201cla folla io non dir\u00f2\u201d), ma anche su qualcosa che, in termini molto pi\u00f9 contemporanei, potremmo definire un <em>montaggio<\/em>; innanzi tutto, la decisione di quando far cominciare una storia e quando interromperla.<\/p>\n<p>L\u2019<em>Iliade<\/em>, lo sapete, non ci narra l\u2019intera guerra di Troia ma solo parte del nono anno e non si conclude con la citt\u00e0 espugnata, bens\u00ec con la morte di Ettore, il pi\u00f9 forte degli eroi troiani, il che costituisce il preludio alla caduta di Troia.<\/p>\n<p>E ancora, come gi\u00e0 dicemmo, l\u2019<em>Iliade<\/em> non contempla la morte di Achille, ma quella della sua <em>controfigura<\/em>. E cos\u00ec pure il poeta, che non pu\u00f2 mutare l\u2019esito funesto della guerra &#8211; peraltro gi\u00e0 noto al suo pubblico &#8211; sceglie, piuttosto, di arrestare il racconto quando pi\u00f9 gli garba. Ecco allora che l\u2019ultima visione che il cantore ci d\u00e0 di Achille, dopo il nobilissimo incontro con Priamo, non \u00e8 quella di un eroe sanguinario che si scatena sul campo di battaglia, ma quella di un Achille che dorme a fianco di Briseide: la dolce compagna ritrovata (<em>Il<\/em>. XXIV, 675-676; FFD, pp. 74-75).<\/p>\n<p>Torniamo, allora, per qualche istante, accanto a Patroclo, seduto \u201cin faccia all\u2019amico\u201d: Patroclo che ascolta Achille mentre canta accompagnandosi con la cetra.<\/p>\n<p>Ebbene, Patroclo non solamente sta in silenzio, rapito, ma anche \u201cattende\u201d che Achille finisca il suo canto (<em>Il<\/em>. IX, 191). Il che, ovviamente, non significa che Patroclo si sta stancando della<em> perfomance <\/em>dell\u2019amico, ma che, invece, pone somma attenzione a che <em>taglio<\/em> Achille vuol dare alla sua <em>canzone<\/em>.<\/p>\n<p>Un Patroclo, ancora una volta, vaso comunicante tra <em>l\u2019autore <\/em>e il suo pubblico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Facciamo ora una breve incursione nell\u2019<em>Odissea<\/em>, perch\u00e9 anche l\u00e0 troviamo un <em>tu<\/em> veramente clamoroso.<\/p>\n<p>Forse vi aspetterete che il cantore \u201cdia del <em>tu<\/em>\u201d ad Ulisse o, forse, dopo quello che avete letto sin qui, non ve lo aspettate pi\u00f9.<\/p>\n<p>Spero, infatti, che abbiate ben riflettuto sul fatto che il poeta \u201cd\u00e0 del <em>tu<\/em>\u201d non tanto all\u2019eroe a tutto tondo, bens\u00ec al suo doppio pi\u00f9 fragile.<\/p>\n<p>E chi \u00e8 mai il doppio pi\u00f9 vulnerabile di Ulisse?<\/p>\n<p>Esiste e si chiama Eumeo e a lui il cantore rivolge addirittura una quindicina di <em>tu<\/em>.<\/p>\n<p>Qualcuno di voi ricorder\u00e0 che Eumeo \u00e8 il porcaro, che Ulisse, da poco finalmente tornato nell\u2019isola natia, incontra nei monti di Itaca, quando, sotto mentite spoglie, si finge un naufrago cretese (<em>Od<\/em>. XIV, 199-359). Infatti Ulisse, in un primo momento, preferisce sondare il terreno prima di avventurarsi verso la reggia, invasa dai Pretendenti di Penelope: i Proci.<\/p>\n<p>Eumeo, di solito, vien visto soprattutto come il servo fedele per antonomasia: quello che ha atteso il padrone per vent\u2019anni &#8211; una sorta di Argo (<em>Od<\/em>. XVII, 300-327) a due zampe &#8211; o anche come quello che mal sopporta i soprusi dei Proci e che, perci\u00f2, aiuter\u00e0 Ulisse a sterminare tali tracotanti invasori.<\/p>\n<p>Eh no, miei cari, Eumeo \u00e8 molto, molto di pi\u00f9!<\/p>\n<p>Eumeo non \u00e8 solo l\u2019ascoltatore pazientissimo delle storie (menzognere) di Ulisse in incognito: \u00e8, a sua volta, come il suo padrone redivivo, uno stupendo narratore.<\/p>\n<p>V\u2019invito caldamente, perci\u00f2, a leggere, o rileggere, il racconto di Eumeo, perch\u00e9 all\u2019avvincente vicenda che lui narra (<em>Od<\/em>. XV, 402-484) conviene tributare il massimo della nostra attenzione.<\/p>\n<p>Eumeo, tanto per cominciare, non \u00e8 un popolano qualsiasi, bens\u00ec uomo di lignaggio regale. Suo padre, infatti, \u00e8 il re dell\u2019isola di Siria &#8211; isola non ben identificata, posta ad Oriente.<\/p>\n<p>Ma come mai Eumeo \u00e8 divenuto schiavo?<\/p>\n<p>Vien rapito ancora piccino da una bella serva fenicia, che ha intrecciato una tresca con un trafficante, fenicio lui pure, approdato all\u2019isola con altri suoi compagni, senza scrupoli par suo. Ebbene, questi Fenici bricconi promettono alla donna di riportarla nella nativa Sidone. In cambio lei ruber\u00e0 vari gioielli della reggia e, di sua iniziativa, la perfida, propone di rapire il principino, da cui c\u2019\u00e8 da ricavare un buon guadagno, vendendolo come schiavo. E l\u2019ignaro bimbetto \u00e8 facile da portare sulla nave dei Fenici perch\u00e9 \u00e8 solito trotterellare ovunque dietro a quella serva. &nbsp;<\/p>\n<p>Pochi giorni dopo l\u2019infida donna muore di morte improvvisa, fulminata da Artemide e, in seguito, Eumeo vien venduto schiavo, una volta che la nave fenicia ebbe fatto scalo ad Itaca.<\/p>\n<p>Eumeo, dunque, non \u00e8 soltanto l\u2019ascoltatore, o il narratore, a tutta prova, Eumeo \u00e8 un futuro re, acerbamente privato delle sue prerogative regali.<\/p>\n<p>Insomma, in Eumeo bambino, e nella sua successiva vicenda di schiavo, aleggia, come in uno specchio rovesciato, lo spettro di quello che Ulisse teme al sommo grado per s\u00e9, quando, ormai non pi\u00f9 nel fior degli anni, fa ritorno ad Itaca: la perdita rovinosa della regalit\u00e0!<\/p>\n<p>E non \u00e8 un caso che Ulisse, alla fine del doloroso racconto del mancato re, divenuto porcaro, si dichiari profondamente turbato (<em>Od.<\/em> XV, 486-487).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dobbiamo ora provare a concludere e lo far\u00f2 accennando a quando il <em>tu<\/em> non chiama pi\u00f9 in causa il doppio pi\u00f9 fragile dell\u2019eroe, ossia quello con cui il pubblico pu\u00f2 pi\u00f9 facilmente identificarsi, bens\u00ec direttamente l\u2019ascoltatore: l\u2019<em>antenato del lettore<\/em>, appunto.<\/p>\n<p>E tale appello suona quanto mai esplicito ed inequivocabile, sicch\u00e9 si rimane stupiti, e dispiaciuti, accorgendosi come scompaia in molte traduzioni.<\/p>\n<p>Alludo, in particolare al libro quinto dell\u2019<em>Iliade<\/em>, dove si scatena l\u2019irrefrenabile forza guerriera di Diomede, figlio di Tideo. Ebbene, il poeta non si rivolge a tale eroe, ma a chi ascolter\u00e0, e in prospettiva a chi legger\u00e0, questi versi, che cercano di rendere la sorprendente velocit\u00e0 del Tidide:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E <em>tu<\/em> non <em>avresti<\/em> <em>potuto sapere<\/em> con chi parteggiasse il Tidide \\ se stesse coi Troiani o con gli Achei (<em>Il<\/em>. V. 85-86; trad. it. mia).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il cantore, insomma, si sente incapace a rendere l\u2019ubiquit\u00e0 dell\u2019eroe che, in un certo senso, ha qualcosa d\u2019indescrivibile e, cos\u00ec, tramite quel <em>tu<\/em> sceglie di far partecipare il suo pubblico al suo stupore e persino al suo senso d\u2019impotenza (FFD, pp. 27-28).<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 finita qua perch\u00e9 mi trovo a dover fare una precisazione che quelli che non conoscono la grammatica del greco antico troveranno oltremodo pedante.<\/p>\n<p>Portate pazienza!<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che in greco non esistono solo l\u2019indicativo e il congiuntivo, che, transitando per il latino, arrivano fino alle lingue moderne. Esiste anche un altro famigerato modo verbale, ossia l\u2019ottativo, che pu\u00f2 esprimere, non solo un desiderio o un auspicio, ma anche una possibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Ora, che la seconda persona singolare sia qui espressa all\u2019ottativo significa, secondo FFD (p. 67), che viene aperto al pubblico un \u201caccesso immaginario al campo di battaglia\u201d.<\/p>\n<p>Commento acuto e brillante che mi mette, per\u00f2, una piccola pulce nell\u2019orecchio, pulce che mi sprona a spingere il gioco ben pi\u00f9 oltre.<\/p>\n<p>Siamo sicuri che attraverso lo spiraglio dell\u2019ottativo, attraverso il pertugio di tale <em>chance<\/em>, non si faccia intravedere qualcosa di ancora pi\u00f9 sottile?<\/p>\n<p>Mi spiego: forse il cantore, che ha dovuto rivelare, suo malgrado, l\u2019inadeguatezza dei suoi versi, sta lanciando una sfida al suo pubblico. Quel sentore di sfida che, tre millenni dopo, Baudelaire e Bufalino, assai pi\u00f9 beffardi dell\u2019aedo omerico, rilanciano con complice scherno.<\/p>\n<p>Forse, e ripeto \u201cforse\u201d, il cantore sta dicendo: io non son stato capace ad esprimere bene quello che succedeva nel campo di battaglia ma <em>tu<\/em>, che grazie a me vi sei penetrato, <em>sei<\/em> proprio sicuro che <em>avresti<\/em> <em>potuto<\/em> &#8211; ecco una traccia dell\u2019ottativo &#8211;<em> fare<\/em> di meglio?<\/p>\n<p>Assai probabilmente il mio \u00e8 un delirio bello e buono, ma lascio <em>a te<\/em>, \u201cfratello\u201d lettore, giudicare e ripensarci.<\/p>\n<p><em>Hai<\/em> tutto il tempo che vuoi! Sempre che<em> tu<\/em> lo desideri.&nbsp; &nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Note e annotazioni<\/strong><\/p>\n<p>Per una prima documentazione circa l\u2019uso del<em> tu<\/em>, del <em>voi<\/em> e del <em>lei<\/em>, rimando alle interessanti annotazioni di Umberto Eco in proposito; baster\u00e0 che digitiate su Google le parole chiave: Umberto Eco tu.<\/p>\n<p>Avevo cominciato ad affrontare questo problema estetico in un vecchio articolo, oggi non facilmente reperibile, quando mi dedicai a ritradurre <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?p=1242\"><strong>L\u2019encomio di Elena di Gorgia<\/strong><\/a><\/span>, e in particolare a reinterpretarne un passo molto discusso: <em>Gorgia e il suo \u201clettore\u201d. Un\u2019ipotesi per rileggere il sedicesimo paragrafo dell\u2019<\/em> Encomio di Elena, \u201cVerifiche\u201d, anno XXXIV, n. 1-2, gennaio-giugno 2005, pp. 7-28. Rimando a tale articolo per ulteriore bibliografia (specie sul <em>tu<\/em>), nonch\u00e9 per accenni ad un poeta da me amatissimo, Kostantin Kavafis, che qui non tratter\u00f2, ma con cui apro il mio <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=596\"><strong>Verso Itaca<\/strong><\/a><\/span>.<\/p>\n<p>Certo, dovrei parlare anche della poesia italiana del \u2018900, dove pure il <em>tu<\/em> \u00e8 ben presente: basti pensare a <em>La casa dei<\/em> <em>Doganieri<\/em> di Eugenio Montale. Ma cedo il passo a chi \u00e8 pi\u00f9 esperto di me in tale campo.<\/p>\n<p>T.S. Eliot,<em> Poesie<\/em>, a cura di Roberto Sanesi, Milano, Mondadori, 1971. pp. 122-131.<\/p>\n<p>Gesualdo Bufalino, <em>Le menzogne della notte<\/em>, Bompiani, Milano, 1988 (vincitore del Premio Strega 1988).<\/p>\n<p>Charles Baudelaire, <em>I fiori del male<\/em>, a cura di Gesualdo Bufalino, Milano, Mondadori, 1983.<\/p>\n<p>Rimando a<span style=\"color: #0000ff;\"> <a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1304\"><strong>Un anno con Eraclito<\/strong><\/a><\/span>, soprattutto ai \u00a7\u00a7 9 e 10, dove cerco di spiegare quando e perch\u00e9 Eraclito ricorra alla prima e alla seconda persona singolare.<\/p>\n<p>Saffo, fr. 16 Voigt; la trad. it. \u00e8 di Giulio Guidorizzi (<em>Lirici Greci. Saffo, Alceo, Anacreonte<\/em>, <em>Ibico<\/em>, a cura di Giulio Guidorizzi, Mondadori, Milano, 1993, pp. 8-11), da me lievemente modificata.<br \/>\nMimnermo, fr. 1 Diehl; la trad. it. \u00e8 mia.<\/p>\n<p>Per la questione della lettura silenziosa rimando ad un mio vecchissimo libro: <em>L\u2019occhio del silenzio. Encomio della lettura<\/em>, Padova, Esedra, 1997 (prima edizione: Venezia, Arsenale, 1986).<\/p>\n<p>Vico parla di \u201ccorpolentissima fantasia\u201d nelle primissime pagine dedicate alla <em>Metafisica poetica<\/em> (nel secondo libro de <em>La scienza nuova<\/em>, ed. 1744) e riprende il problema della nascita dei due poemi lungo tutto libro terzo: <em>Della discoverta del vero Omero<\/em>. Come forse sapete, per Vico, Omero altri non \u00e8 che tutto il popolo greco antico che per secoli compose (oralmente) l\u2019<em>Iliade<\/em> e l\u2019<em>Odissea<\/em>.<\/p>\n<p>Fran\u00e7oise Frontisi-Ducroux, <em>La cithare d\u2019Achille<\/em>, Roma, Edizioni dell\u2019Ateneo, 1986 (l\u2019ed. \u00e8 italiana ma il testo \u00e8 in francese).<\/p>\n<p>Se desiderate far conoscenza pi\u00f9 da vicino con i raffinati Feaci, vi invito a leggere: <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1212\"><strong>Perch\u00e9 parlar male dei Cretesi?<\/strong><\/a><\/span><\/p>\n<p>Se volete toccare con mano quanto Ulisse tenesse spasmodicamente alla propria fama di eroe, vi rimando a:<span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1276\"><strong> Le Sirene e i Lotofagi son forse parenti?<\/strong><\/a><\/span><\/p>\n<p>Per le citazioni di <em>Il.<\/em> XVI, 692-3 e <em>Il<\/em>. II, 484-493 ho usato l\u2019annosa traduzione di Rosa Calzecchi Onesti : Omero <em>Iliade<\/em>, Testo a fronte. Prefazione di Fausto Codino, versione di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1990 (prima edizione \u201cI Millenni\u201d, 1950).<\/p>\n<p>Madeleine Miller, <em>La canzone di Achille<\/em>, trad. it. di Matteo Curtoni e Maura Parolini, Milano, Feltrinelli, 2020 (ed. or. 2012).<\/p>\n<p>Ecco l\u2019elenco di tutti gli otto passi del libro XVI dell\u2019<em>Iliade<\/em> in cui l\u2019aedo si rivolge con un <em>tu<\/em> a Patroclo: 20; 585; 692-3; 744; 754; 787-788; 812-813; 843. Si tratta di versi molto significativi, se ne avrete voglia,&nbsp; leggeteli tutti.<\/p>\n<p>Per onest\u00e0, non posso tacervi che ben due <em>tu <\/em>sono riservati anche ad una divinit\u00e0: ad Apollo, dio della divinazione e dio che da lontano lancia mortali saette, col suo arco d\u2019argento. Apollo, per\u00f2, &nbsp;si vede gi\u00e0 che \u00e8 destinato a diventare anche il dio della \u201cpoesia\u201d, visto che suona la sua bellissima cetra, con cui accompagna i canti alterni ed armoniosi delle Muse, allietando gli altri d\u00e9i a banchetto (<em>Il<\/em>. I, 601-604). Il cantore omerico mima, perci\u00f2, in scala minore, tale <em>performance<\/em> apollinea, anche se, a onor del vero, le due occorrenze del <em>tu<\/em> non s\u2019abbinano ad un Apollo che suona la cetra, bens\u00ec ad un Apollo che interviene nel campo di battaglia (<em>Il<\/em>. XV, 365; XX, 152). Tuttavia, qualcosa di \u201cartistico\u201d o, meglio, di \u201cpoetico\u201d c\u2019\u00e8: cfr. <em>Ulteriore Appendice<\/em>.<\/p>\n<p>Ecco tutti i quindici passi in cui il cantore dell\u2019<em>Odissea<\/em> si rivolge con il <em>tu<\/em> ad Eumeo: XIV, 55, 165, 360, 442, 507; XV, 325; XVI 60, 135, 464; XVII, 272, 311, 380, 512, 579; XXII, 194. Il mio discorsetto su Eumeo come doppio pi\u00f9 fragile di Ulisse, in quanto re mancato, \u00e8 tutta farina del mio sacco!<\/p>\n<p>Anche Ulisse, quando deve raccontare le sue molte avventure ai Feaci, si pone il problema di dove cominciare e di dove finire (<em>Od<\/em>. IX, 14) e, pure, di cosa tagliare. Infatti, agli otto anni passati, senza nessuna gloria, nell\u2019isola della ninfa Calipso Ulisse dedica solo tre versi (XII, 448-450), allorch\u00e9 li narra; in precedenza Ulisse aveva fatto una veloce allusione al suo lunghissimo e infelice soggiorno presso Calipso in un\u2019altra manciata di versi (VII, 245-260).<\/p>\n<p>Il <em>tu<\/em> che fa appello inequivocabilmente al pubblico \u00e8 presente anche in altri passi dell\u2019<em>Iliade<\/em>: IV, 429; XV, 697; XVII, 366; anche, in quest\u2019ultimo verso, si sfiora l\u2019indescrivibile. Un caso a parte \u00e8 fornito da III, 220, passo in cui Antenore descrive il sembiante ingannevole di Ulisse, che ha l\u2019apparenza d\u2019un uomo adirato o senza senno, apparenza ingannevole che si rovescia nel suo opposto, non appena il re di Itaca mostra di saper parlare con grande efficacia (FFD, p. 28 e 39).<\/p>\n<p>L\u2019anonimo autore del trattato <em>Sul<\/em> <em>sublime <\/em>(cap. XXVI) loda l\u2019espediente del cambio di persona e il ricorso al <em>tu<\/em>. Ora, non vien preso in considerazione&nbsp; nessun appello ad un singolo personaggio ma esclusivamente quello all\u2019uditore, cosa che ha il pregio di stimolare quest\u2019ultimo, \u201ctrasformando quello che lui ascolta in una visione\u201d. E, in particolare, commentando proprio <em>Il<\/em>. V, 85, si afferma che il <em>tu<\/em> ha l\u2019effetto di trascinare l\u2019ascoltatore all\u2019interno dell\u2019azione. L\u2019Anonimo, per\u00f2, si ferma qui: non parla n\u00e9 d\u2019impotenza a descrivere, n\u00e9 di empatia tra l\u2019autore e il suo pubblico, n\u00e9, meno che meno, di una sfida tra i due.<\/p>\n<p>Consiglio caldamente a chi volesse cogliere tutte le sottili sfumature dell\u2019ottativo in greco antico: <em>Un modo chiamato desiderio. L\u2019ottativo<\/em>, in Andrea Marcolongo, <em>La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco<\/em>, Bari, Laterza, 2016, pp. 84-101. Senza queste pagine, scritte con esemplare chiarezza &#8211; pagine che anche chi non ha fatto studi classici pu\u00f2 tranquillamente leggere &#8211; non avrei mai capito la differenza che c\u2019\u00e8 in greco tra eventualit\u00e0 (congiuntivo) e possibilit\u00e0 (ottativo).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Appendice<\/strong><\/p>\n<p>Recentemente, ho potuto veder confermato quanto qui sostengo su quello che, per capirci, ho chiamato \u201cmontaggio\u201d; mi \u00e8 successo analizzando uno studio, che non parla affatto di \u201cmontaggio\u201d, ma che mi \u00e8 stato utile per le moltissime citazioni omeriche, che peraltro mi sono preoccupata di vagliare una ad una e talora di scartare, perch\u00e9 non sempre precise o pertinenti: Michel Fattal, <em>Ricerche sul logos<\/em>. <em>Da Omero a Plotino<\/em>, a cura di Roberto Radice, Milano, Vita e Pensiero, 2005 (ed. or. 2001), soprattutto pp. 23-57 e relative note. Qui si mostra come il verbo <em>l\u00e9go<\/em> nei poemi omerici stia a significare l\u2019azione di \u201cscegliere\u201d, ad esempio, quando dei combattenti vengono arruolati per compiere una particolare azione bellica (<em>Il<\/em>. XIII, 276). Ovviamente, non si sceglie a casaccio, ma si selezionano \u201ci migliori\u201d (<em>ibidem<\/em>). Di modo che tale operazione presuppone un piano che governi questa raccolta (Fattal, p. 24). Si ha, cos\u00ec, un computo abbinato ad un vagliare. Non a caso, <em>logism<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em>, che da <em>l\u00e9go<\/em> deriva, star\u00e0 a significare, in un greco posteriore a quello omerico, \u201ccalcolo\u201d.&nbsp;<\/p>\n<p>Rimane da scoprire quale sia il nesso tra il significato di \u201craccogliere\u201d, nel senso di \u201cscegliere\u201d (donde il latino<em> eligere<\/em>), e quello di \u201cdire\u201d sempre di <em>l\u00e9go<\/em>: significato, quest\u2019ultimo,&nbsp; parimenti testimoniato in \u201cOmero\u201d. Ebbene, si possono \u201cenumerare\u201d le proprie sventure o le proprie mirabolanti avventure (<em>Od<\/em>. XI, 374) e contemporaneamente farne l\u2019oggetto di una narrazione (Fattal, pp. 25-26).&nbsp; Tale \u00e8 precisamente il nesso tra i due significati di <em>l\u00e9go<\/em>. Vediamo, ad esempio, Ulisse e Penelope che, nella prima notte che trascorrono assieme nel talamo nuziale, dopo vent\u2019anni, non solo godono nel far l\u2019amore ma anche godono nel parlarsi. Ulisse, in particolare, racconta. E qui sembrerebbe che Ulisse narrasse (<em>l\u00e9go<\/em>) \u201ctutte le sue avventure\u201d (<em>Od<\/em>. XXIII, 308), invece, c\u2019\u00e8 gi\u00e0 una selezione &#8211; che Fattal non sottolinea affatto &#8211; non solo perch\u00e9 il racconto dura molto meno di una notte, ma perch\u00e9 nei versi successivi (vv. 310-341), il cantore ce la esemplifica, facendocene un riassuntino.<\/p>\n<p>Un altro esempio, parallelo a questo, lo abbiamo nelle parole con cui Ulisse, sotto mentite spoglie, mostra di apprezzare il racconto di Eumeo, dicendogli che lui gli ha \u201cnarrato (<em>l\u00e9go<\/em>) uno per uno\u201d i dolori che ha sofferto (<em>Od<\/em>. XV, 487). Per\u00f2, a ben guardare, questi dettagli son gi\u00e0 il frutto di una sapiente cernita-montaggio, che ha reso il racconto del re-porcaro ancora pi\u00f9 efficace proprio nella sua incisiva brevit\u00e0.<\/p>\n<p>Allora ho ripensato a quando Ulisse, in un verso che gi\u00e0 conosciamo (<em>Od<\/em>. IX. 14), si appresta a dispiegare il suo lungo racconto ai Feaci, ebbene, in quel caso si preoccupa, al pari del cantore, di quale cosa dovr\u00e0 \u201cnarrare (<em>katal\u00e9go<\/em>) per prima e quale per ultima\u201d (<em>Od<\/em>. IX, 14), laddove questo verbo presuppone un racconto ordinato ed articolato.&nbsp; E ho ripensato pure a come Alcinoo lodi l\u2019arte di raccontare (<em>katal\u00e9go<\/em>), sempre di Ulisse, proprio perch\u00e9 \u00e8 in grado di dare una \u201cbella forma\u201d (<em>morph\u00e9<\/em>) alle sue storie. Abbiamo, anche in questo caso (<em>Od<\/em>. XI, 367-368), un sapiente montaggio che il re dei Feaci mostra di apprezzare non tanto perch\u00e9 si tratta di storie veritiere quanto di racconti ben costruiti, che l\u2019ascoltatore pu\u00f2 \u201cvedere\u201d (<em>Od<\/em>. XI, 363-366), con gli occhi dell\u2019immaginazione. E , perci\u00f2, l\u2019accento vien posto sull\u2019efficacia.<\/p>\n<p>Concludendo, le ricerche di Fattal hanno qualche pregio (soprattutto laddove vien evidenziato il legame tra <em>l\u00e9go<\/em> inteso come \u201cscegliere\u201d e come&nbsp; \u201craccontare\u201d), tuttavia non gli posso perdonare, oltre al suo pressappochismo, di non aver speso nemmeno una parola, anche nel resto del suo libro, sul malioso <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> di <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1225\"><strong>Gorgia<\/strong><\/a><\/span>. E questo mi risulta ancor pi\u00f9 incomprensibile proprio perch\u00e9 Fattal fa emergere come, nei poemi omerici, <em>l\u00e9go<\/em>, quando significa \u201cdire\u201d, non si leghi alla ricerca della verit\u00e0, quanto piuttosto alla seduzione (Fattal, p. 14 e p. 26): cfr. ad es. <em>Od<\/em>. I, 56 (i dolci e fascinosi <em>l\u00f3<\/em><em>goi<\/em> con cui Calipso tenta di far dimenticare Itaca ad Ulisse); <em>Il.<\/em> XV, 393 (Patroclo consola con dolcezza un amico ferito con il balsamo dei suoi <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>goi<\/em>, mentre lo sta medicando).<\/p>\n<p>Del resto, perch\u00e9 meravigliarsi? L\u2019ostracismo dei poveri Sofisti continua a non avere fine\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Ulteriore Appendice<\/strong><\/p>\n<p>Quando investigai sulle varie occorrenze di Apollo nell\u2019<em>Iliade<\/em>, ebbi una gran bella sorpresa: trovai un\u2019immagine che il giovane Nietzsche erroneamente attribuisce ad Eraclito. In<span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1304\"><strong> Un anno con Eraclito <\/strong><\/a><\/span>(soprattutto nei \u00a7\u00a7 4 e 16), avevo esaminato a fondo il fr. 52: quello dove si diceva che tutto il corso del tempo (<em>ai<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em>) \u00e8 un bambino (<em>pa<\/em><em>\u00ee<\/em><em>s<\/em>) che gioca con i pezzi di una scacchiera. Ebbene, Nietzsche (<em>La filosofia nell\u2019epoca<\/em> <em>tragica dei Greci<\/em>, \u00a7 7, ed. Colli-Montinari) interpreta in maniera alquanto fantasiosa e faziosa questo frammento e parla di un <em>pa<\/em><em>\u00ee<\/em><em>s<\/em> che costruisce castelli di sabbia in riva al mare per poi distruggerli. Ora, capite bene che spostare i pezzi su di un tavoliere \u00e8 un\u2019azione ben pi\u00f9 ponderata e calcolata dell\u2019atto di edificare e poi distruggere \u201cper capriccio\u201d. Nietzsche applica tale metafora alla sua idea del fare arte &#8211; o almeno quella che ne ha in et\u00e0 giovanile &#8211; sicch\u00e9 ne vien fuori una concezione dell\u2019arte sommamente irrazionale e irriflessa. Esattamente il contrario di quanto abbiamo cercato sin qui di mostrare a proposito dei poemi omerici, dove il canto, che per i Greci arcaici \u00e8 la forma artistica per eccellenza, s\u2019accompagna da subito con la riflessione sul canto e sulle strategie nel costruirlo.<\/p>\n<p>Tuttavia, l\u2019immagine del bimbo che si trastulla in riva al mare, pur cos\u00ec fuorviante per farci comprendere il pensiero di Eraclito, era cos\u00ec bella e cos\u00ec ben strutturata che mi sembrava impossibile che Nietzsche se la fosse inventata di sana pianta. Da qualche parte nel mondo greco doveva averla pur pescata!<\/p>\n<p>Infatti, eccola poco prima di uno dei due passi in cui l\u2019aedo \u201cd\u00e0 del <em>tu<\/em>\u201d ad Apollo. Siamo nel libro quindicesimo e gli Achei, per tentare di frenare la minacciosa avanzata dei Troiani nel loro accampamento, avevano edificato un muro di difesa vicino alle navi. E qui interviene Apollo (che parteggia per i Troiani): \u201c(\u2026) e Apollo \\ con l\u2019egida venerata abbatt\u00e9 il muro degli Achei \\ senza fatica, come un bimbo che sulla riva del mare costruisce i suoi giochi infantili di sabbia e poi di nuovo li distrugge con le mani e con i piedi giocando\u201d (<em>Il<\/em>. XV, 360-364; trad. it. Calzecchi-Onesti, da me leggermente modificata). Non si dice esplicitamente \u201ccastelli di sabbia\u201d ma, siccome nei versi vicini si parla di una fortificazione, \u00e8 evidente che l\u2019immagine in trasparenza \u00e8 proprio quella.<\/p>\n<p>Altro particolare interessante: l\u2019attivit\u00e0 del <em>pa<\/em><em>\u00ee<\/em><em>s<\/em> \u00e8 contrassegnata dal verbo <em>poi\u00e9o<\/em>: che in seguito indicher\u00e0 anche il \u201cfare poesia\u201d. E proprio nel verso immediatamente successivo (<em>Il<\/em>. XV, 365), il cantore d\u00e0 del <em>tu<\/em> ad Apollo.<\/p>\n<p>Certo mi si pu\u00f2 obiettare che nell\u2019<em>Iliade<\/em> Apollo si limita a suonare la cetra (<em>Il.<\/em> XXIV, 68) mentre il canto spetta alle sole Muse (<em>Il.<\/em> 603-604), tuttavia gi\u00e0 nell\u2019<em>Odissea<\/em> il cantore \u00e8 istruito indifferentemente dalle Muse o da Apollo (<em>Od.<\/em> VIII, 488: cos\u00ec parla Ulisse di Demodoco).<\/p>\n<p>Non dimentichiamo, inoltre, che Apollo, mentre gli altri d\u00e8i si azzuffano bellamente tra di loro, si rifiuta di combattere con suo zio Poseidone (che parteggia per gli Achei) e depreca che due divinit\u00e0 lottino per dei mortali, che non valgon nulla \u201csimili a foglie che ora \\ crescono in pieno splendore, mangiando il frutto del campo, \\ e di l\u00ec a poco si consumano esamini\u201d (<em>Il<\/em>. XXI, 464-466, trad. it. Calzecchi-Onesti, lievemente modificata).<\/p>\n<p>Quest\u2019immagine, che equipara gli uomini alle foglie, riecheggia certi splendidi versi del canto sesto dell\u2019<em>Iliade<\/em>, quando Glauco esibisce a Diomede la propria genealogia. Col\u00e0, per\u00f2, c\u2019\u00e8 uno spiraglio di rinascita perch\u00e9, se le stirpi degli uomini nascono e poi vengon meno, le foglie son evocate nella sequenza inversa: autunno, in cui il vento le getta a terra, e primavera, in cui le piante rifioriscono (<em>Il<\/em>. VI, 146-149).<\/p>\n<p>Mentre Apollo mostra di non tener in gran considerazione gli uomini equiparandoli solo a foglie morenti. Ne possiamo arguire che, se Apollo \u00e8 destinato a diventate il dio della \u201cpoesia\u201d, di cui l\u2019aedo \u00e8 il rappresentante tra gli umani, \u00e8 significativo che distrugga quelle opere degli uomini che non rimarranno.<\/p>\n<p>Non a caso, giusto nel libro sesto dell\u2019<em>Iliade<\/em> si celebra anche la funzione <em>immortalante<\/em> del canto che permette agli uomini di durare, anche dopo la loro morte perch\u00e9 verranno cantati \u201cdagli uomini del futuro\u201d (<em>Il<\/em>. VI, 358)\u2026 sempre se saran degni d\u2019essere cantati.<\/p>\n<p>Concludendo, ci credereste? Non ho mai incontrato nessuno tra i molti esegeti di Nietzsche, quelli che conosco personalmente, o quelli che mi \u00e8 capitato di leggere o rileggere, che si sia accorto di questa fascinosa traccia omerica.<\/p>\n<p>E neppure ho mai visto citati questi versi (<em>Il<\/em>. XV, 360-364) in quanti amarono rivisitare la figura del dio Apollo, al di l\u00e0 delle ingombranti semplificazioni che gli son state affibbiate in <em>Nascita della tragedia. <\/em>Nada de nada n\u00e9 in Walter Otto, e nemmeno in Giorgio Colli!<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cDiamoci del tu\u201d: l\u2019antenato del \u201clettore\u201d nei poemi omerici\u2026 e non solo &nbsp; Da troppo tempo mi devo decidere a scrivere almeno qualcosina a proposito di un problema estetico che mi ossessiona fin dall\u2019adolescenza. Si tratta dell\u2019insorgere della seconda persona &hellip; <a href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1382\">Continua a leggere <span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":0,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"footnotes":""},"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1382"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1382"}],"version-history":[{"count":33,"href":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1382\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1463,"href":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/1382\/revisions\/1463"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1382"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}