{"id":1321,"date":"2021-04-29T16:56:49","date_gmt":"2021-04-29T14:56:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1321"},"modified":"2021-11-16T17:27:54","modified_gmt":"2021-11-16T16:27:54","slug":"1321-2","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1321","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<p><strong> 16. Chi gioca sulla scacchiera?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ora che abbiamo visto l\u2019immagine del gioco sulla scacchiera evocare il diuturno passaggio tra la veglia e il sonno, e viceversa, \u00e8 tempo che ci domandiamo: <em>chi<\/em> sta maneggiando i pezzi sul tavoliere e chi sono i due contendenti in questa partita?<\/p>\n<p>Chiariamo subito che il giocatore \u00e8 uno solo, quasi stesse facendo una sorta di solitario con le pedine.<\/p>\n<p>Giunto \u00e8, perci\u00f2, il tempo in cui dobbiamo affrontare di petto il misteriosissimo fr. 52, che, appunto, il tempo fa entrare in gioco.<\/p>\n<p>Ma quale tempo?<\/p>\n<p>Ecco come avevo tradotto, provvisoriamente, questo piccolo testo:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il corso del tempo (<em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em>) \u00e8 un bimbo che gioca con i pezzi di una scacchiera: il regno di un bimbo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Diano (48) traduce <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em>: \u201ctempo\u201d e Colli (A 18): \u201cvita.\u201d<\/p>\n<p>Chi dei due ha ragione? Tutti e due, ma solo in parte.<\/p>\n<p>Urge, perci\u00f2, una ricognizione su questo termine &#8211; che in Eraclito compare questa sola volta &#8211; in modo da capire cosa ha significato <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> prima del Nostro e facendo intravedere cosa vorr\u00e0 dire dopo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per fare questa breve scorribanda m\u2019appoggio ad un vecchio, ma ancor oggi illuminante, saggio di Enzo Degani (1934-2000), che di Diano fu allievo e che a questo argomento dedic\u00f2 la sua tesi di laurea, pubblicata in seguito: Ai\u00f3n <em>da Omero ad Aristotele<\/em> (1961).<\/p>\n<p>Cominciamo dai poemi omerici, dove <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> viene ad essere un equivalente di <em>psykh\u00e9<\/em>. Tra i tanti passi che potrei citare, scelgo una scena del libro nono dell\u2019<em>Odissea<\/em> (v. 523), laddove Ulisse, che si \u00e8 imbarcato sfuggendo coi compagni superstiti a Polifemo, provoca il ciclope dicendogli che si rammarica di non averlo potuto privare della vita (<em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em>) e del respiro vitale (<em>psykh\u00e9<\/em>), spedendolo nell\u2019Ade. Generalmente, nei poemi omerici, <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> non implica nessuna durata, ma, al valore atemporale di <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em>, che generalmente in \u201cOmero\u201d sta a significare la \u201cforza vitale\u201d, vi possono essere, per\u00f2, delle&nbsp; eccezioni, che peraltro sono rare: ad esempio, nel quarto libro dell\u2019<em>Iliade<\/em> (v. 478), si parla di un giovane guerriero troiano ucciso da Aiace Telamonio e si sottolinea che il suo <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> fu breve. Inoltre, in \u201cOmero\u201d \u00e8 gi\u00e0 presente l\u2019avverbio che si lega ad <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> ossia <em>ae<\/em><em>\u00ed<\/em> che significa \u201csempre\u201d, e che gi\u00e0 prelude al significato, allora futuribile, di \u201ceternit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Degani (pp. 29-43) fa poi una dottissima ricognizione sulle origini indoiraniche di <em>ai\u00f3n.<\/em> Ve la risparmio, ma non posso tacere che il grande linguista Emile Benveniste (1902-1976) sostiene che vi sia un legame tra la radice indoeuropea *<em>yu<\/em> (da cui <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> deriva) e il latino <em>iuvenis.<\/em> La \u201cforza vitale\u201d, secondo Benveniste, si legherebbe, perci\u00f2, alla giovinezza. E questo ha una certa importanza per noi che tentiamo di comprendere il fr. 52, dove troviamo un <em>pa<\/em><em>\u00ee<\/em><em>s<\/em>, ossia un \u201cfanciullo\u201d, che gioca.<\/p>\n<p>Nelle attestazioni di <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> prima di Eraclito, c\u2019imbattiamo in un verso della<em> Teogonia<\/em> (v. 609) di Esiodo in cui <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> sta ad indicare \u201cil corso della vita\u201d e, dunque, appare indubitabile che abbia ormai acquisito un senso di durata.<\/p>\n<p>In seguito, <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> diviene analogo a <em>b<\/em><em>\u00ed<\/em><em>os<\/em> (vita), solo che, rispetto a quest\u2019ultimo vocabolo, conserva un\u2019aura pi\u00f9 preziosa e pi\u00f9 poetica. Si fissa, inoltre, il suo significato di \u201cdurata di un\u2019esistenza\u201d. Lo si vede, ad esempio, in Simonide di Ceo (556-468 a. C. ossia un poeta contemporaneo ad Eraclito), laddove si lamenta che all\u2019uomo tocchi un <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> \u201cbreve\u201d (fr. 9 Diehl).<\/p>\n<p>Sorvolo su Pindaro, anche se dice cose molto interessanti sul nesso tra <em>ai<\/em><em>\u00f3n <\/em>e<em> khr\u00f3nos<\/em>, perch\u00e9 questo poeta \u00e8 di un po\u2019 posteriore (518-438 a. C.) al Nostro (550-480 a. C.) e, quindi, non \u00e8 facile che lo abbia potuto influenzare; tuttavia Degani legge il fr. 52 alla luce di Pindaro.&nbsp;<\/p>\n<p>Sono, invece, costretta a fare un breve accenno al <em>Timeo<\/em> (37 c &#8211; 38 b) di Platone, perch\u00e9 \u00e8 proprio in questo dialogo che si fissa per sempre il rapporto tra <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> e <em>khr\u00f3nos<\/em>, che l\u00e0 rappresentano, rispettivamente, l\u2019eternit\u00e0 e il tempo. Inoltre, non posso non parlare del <em>Timeo<\/em>, perch\u00e9, peccando come sempre di anacronismo, troppo spesso il fr. 52 vien letto alla luce proprio di questo testo.&nbsp;<\/p>\n<p>In breve, il Demiurgo platonico, che non \u00e8 un Creatore, ma \u00e8 un Artigiano divino che plasma qualcosa di gi\u00e0 preesistente, guarda a quei modelli ideali che sono le Idee. Ora, le Idee sono dei \u201cviventi eterni\u201d ed immobili e il Demiurgo fabbrica un\u2019immagine che non riesce a riprodurre perfettamente l\u2019originale, sicch\u00e9 fa un\u2019<em>eik\u00f3n<\/em> (ovvero un\u2019immagine il pi\u00f9 possibile fedele al modello) mobile dell\u2019eternit\u00e0 (<em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em>) e questa \u00e8, appunto, il tempo come <em>khr\u00f3nos<\/em>. Un tempo, quest\u2019ultimo, legato al molteplice, agli astri, ai numeri, alle stagioni, ai giorni, agli anni.<\/p>\n<p>Ebbene, che l\u2019eternit\u00e0 sia extra-temporale e che il <em>k\u00f3smos<\/em> sia stato fatto assieme al tempo rester\u00e0 un classico per tutti quelli che si ispireranno a Platone o alle filosofie neoplatoniche, che da lui derivano: si pensi ad Agostino (<em>Confessioni<\/em>, XI, 3-14), ma basta cos\u00ec!<\/p>\n<p>Annota, tuttavia, Degani (pp. 90-91) che, nella lingua \u201cnon-filosofica\u201d, <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> presenta fino ad autori molto tardi un\u2019ambiguit\u00e0: pu\u00f2 significare \u201ceternit\u00e0\u201d, ma pu\u00f2 conservare anche il senso originario di \u201cvita\u201d, \u201cdurata della vita\u201d.<\/p>\n<p>Torniamo, ora, indietro: ossia all\u2019analisi che Degani (pp. 73-76) fa del fr. 52. Mi ha parecchio confortata leggere frasi in cui tale illustre grecista giudica \u201cun\u2019impresa disperata, se non impossibile\u201d interpretare in maniera univoca questo frammento, perch\u00e9 rimane sempre il dubbio se si alluda ad un tempo come \u201cvita nella variet\u00e0 delle sue vicende\u201d oppure all\u2019 \u201ceternit\u00e0\u201d. E la questione viene lasciata in sospeso o, meglio, la si risolve accogliendo ambo le possibili interpretazioni. Per Degani, insomma, <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> \u00e8 sia un tempo umano, sia \u201ccontemporaneamente\u201d un tempo cosmico.<\/p>\n<p>A questo punto, mi son vista costretta a ritradurre il fr. 52, aggiungendo questa piccola, ma non irrilevante, modifica:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Tutto il corso del tempo<\/em> (<em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em>) \u00e8 un bimbo che gioca con i pezzi di una scacchiera: il regno di un bimbo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Infatti, non sono rimasta insensibile ai dubbi avanzati da Degani e ho preferito lasciare aperto questo spiraglio. Tanto pi\u00f9 che, ancor prima di avere letto pagine su pagine di commento a questo dannato frammento, di mio, avevo gi\u00e0 optato per un tempo cosmico, nel quale pu\u00f2 benissimo trovarsi inscritto anche il tempo di ogni singola esistenza umana. Tenendo presente, per\u00f2, che Eraclito non ha la visione dualistica di Platone. Ossia per lui non vi \u00e8 un mondo delle Idee trascendente, e un mondo sensibile, che \u00e8 immagine imperfetta del primo. Ma <em>pi\u00f9 mondi<\/em> su cui regna il divino.<\/p>\n<p>In questo caso, un <em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em> su cui domina un divino fanciullo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A questo punto sapete cosa vi propongo? Una piccolissima pausa. Una cosa che forse pu\u00f2 suscitare la vostra diffidenza, perch\u00e9 non tutti masticate il greco antico, ma non temete: vi sosterr\u00f2. Insomma, scriver\u00f2 il testo, ovviamente traslitterato, nell\u2019originale, visto che \u00e8 brevissimo e la traduzione l\u2019avete sotto il naso. Ecco la sentenza in greco affinch\u00e9 voi la possiate leggere ad alta voce &#8211; perch\u00e9 sempre cos\u00ec andrebbero letti e studiati i testi greci, che conservano, specie i pi\u00f9 arcaici, un incancellabile legame con l\u2019oralit\u00e0 &#8211; e vi possiate accorgere della bella sonorit\u00e0 poetica di questo testo mirabile:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>ai<\/em><em>\u00f3n pa<\/em><em>\u00ee<\/em><em>s esti pa<\/em><em>\u00ed<\/em><em>zon peusse<\/em><em>\u00fa<\/em><em>on: paid\u00f2s he basile<\/em><em>\u00ed<\/em><em>e<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ci avete provato? Anche se di greco non capite un\u2019acca, siete in grado lo stesso di percepire le allitterazioni basate sul ripetersi ben quattro volte del suono \u201cp\u201d e per tre volte della sillaba \u201cpai\u201d. Vi \u00e8 poi &#8211; e qui intervengo in vostro soccorso &#8211; un gioco di parole intraducibile, tra il sostantivo \u201cbambino\u201d (<em>pa<\/em><em>\u00ee<\/em><em>s<\/em>) e il verbo \u201cgiocare\u201d (<em>pa<\/em><em>\u00ed<\/em><em>zo<\/em>).<\/p>\n<p>Osserviamo, ora, pi\u00f9 da vicino questo gioco sulla scacchiera. Vari paragrafi fa &lt;\u00a7 4&gt; vi dicevo che non ha senso alcuno parlare di \u201ccastelli di sabbia\u201d, come fa Nietzsche, e ora lo confermo con ancora pi\u00f9 forza.<\/p>\n<p>Sorge, per\u00f2, un ulteriore problema: purtroppo non sappiamo moltissimo di questo antico gioco e c\u2019\u00e8 il dubbio che non ci fossero solo i pezzi sulla scacchiera ma che vi interagissero anche dei dadi (CR, p. 229), il che renderebbe il gioco pi\u00f9 casuale.<\/p>\n<p>Bene, io ho presente, invece, un vaso dell\u2019epoca di Eraclito dove son dipinti Achille e Aiace che giocano su di una specie di tavolino, stando seduti l\u2019uno di fronte all\u2019altro, e di dadi non se ne vedono. E poi abbiamo un frammento, che gi\u00e0 abbiamo esaminato: il fr. 88, dove i pezzi vengono spostati sul tavoliere &lt;\u00a7 15bis&gt;. Il che lascia supporre un gioco molto premeditato, piuttosto che uno affidato al caso. E anche l\u00ec non si parla di dadi.<\/p>\n<p>Del mio stesso parere \u00e8 anche Giuseppe Serra (<em>Commento<\/em>, a Diano, pp. 152-153), che esclude i dadi, e vede in questo giocare: \u201cabilit\u00e0 ed intelligenza\u201d. E, quindi, ritiene che tale bimbo non giochi affatto senza sapere quello che fa, come alcuni hanno inteso, dato che \u00e8, casomai, l\u2019uomo ad essere un bimbo rispetto al dio. E proprio questo Eraclito afferma nel fr. 79. Col\u00e0 si dice che l\u2019uomo non \u00e8 un <em>pa<\/em><em>\u00ee<\/em><em>s<\/em>, bens\u00ec un \u201cinfante sprovveduto (<em>n\u00e9pios<\/em>)\u201d, se raffrontato al divino.<\/p>\n<p>Nel fr. 52 abbiamo, invece, \u201cun tempo che comprende ogni tempo (<em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em>)\u201d, che assume le sembianze di un fanciullo divino. Ma, daccapo, perch\u00e9 un <em>pa<\/em><em>\u00ee<\/em><em>s<\/em>? Perch\u00e9 questo divino fanciullo gioca un gioco che lui solo conosce e che pu\u00f2 benissimo recare dei dolori e del \u201cmale\u201d agli umani ma lui &#8211; e qui, invece, d\u00f2 ragione a Nietzsche (FETG, \u00a7 7) &#8211; gioca \u201cin piena innocenza\u201d, ossia fuori da ogni considerazione morale spicciola, visto che ha una prospettiva incommensurabilmente pi\u00f9 ampia degli umani.<\/p>\n<p>Rileggiamo, perci\u00f2, come conclusione a questa scorribanda sul tempo cosmico, il fr. 102, che ora siamo in grado di comprendere ancor meglio: Mentre per il dio tutte le cose sono belle e buone, gli uomini, invece, alcune le reputano giuste e altre ingiuste.<\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p><strong>17. Ma c\u2019\u00e8 speranza?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quante volte, leggendo e rileggendo Eraclito, si \u00e8 preda dello scoramento e si \u00e8 vinti da una voglia irresistibile di piantare in asso ogni ricerca e di dedicarci a cose pi\u00f9 futili e leggere? Insomma, di mandare a farsi benedire \u201cla filosofia e chi l\u2019ha inventata\u201d\u2026 che poi, a guardar bene, chi l\u2019ha inventata \u00e8 sempre Lui\u2026<\/p>\n<p>Innumerevoli volte ne siamo tentati, ma l\u2019Oscuro, anche se abbiamo scaraventato la sua raccolta di <em>Frammenti<\/em> in un angolo \u00e8 sempre l\u00ec, che ci aspetta e ci sorride sornione e beffardo, s\u00ec beffardo\u2026 perch\u00e9 lui aveva previsto anche questa nostra <em>d\u00e9b<\/em><em>\u00e2<\/em><em>cle<\/em><strong>.<\/strong><\/p>\n<p>No, non sto delirando, il fatto \u00e8 che non credevo ai miei occhi quando mi son imbattuta in una sentenza (18) che avevo trascurato e che, anche questa volta, senza l\u2019aiuto di CR avrei continuato a leggere distrattamente.<\/p>\n<p>Vi d\u00f2 per prima la traduzione di Colli (A 63):<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Chi non spera l\u2019insperabile non lo scoprir\u00e0, poich\u00e9 \u00e8 chiuso alla ricerca, e ad esso non porta nessuna strada.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Leggendo questa versione non si scopre granch\u00e9, infatti sembra che chi spera sia un soggetto non meglio identificato, inoltre, non \u00e8 subito chiaro a chi si riferisca quel \u201cchiuso\u201d.<\/p>\n<p>Va un pochino meglio se si ricorre alla traduzione di Diano (65):<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se non spera non trover\u00e0 l\u2019insperato: non v\u2019\u00e8 ricerca che vi conduca n\u00e9 via.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Perch\u00e9 un pregio in pi\u00f9, in quest\u2019ultimo caso, c\u2019\u00e8 in quel \u201cse\u201d, che troviamo nell\u2019originale e che esprime un\u2019eventualit\u00e0. Qui sembra che vi sia un soggetto che cerca e che fallisce. Ma le cose non stanno affatto cos\u00ec, tanto per cominciare dal punto di vista grammaticale. Ed, appoggiandomi a CR (p. 609), vi propongo la mia traduzione letterale:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se non viene sperata la cosa non sperata non sar\u00e0 scoperta, essendo non scopribile e senza via d\u2019accesso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il soggetto non \u00e8, dunque, un ricercatore umano, bens\u00ec un\u2019entit\u00e0 al neutro: \u201cla cosa non sperata\u201d, che va sperata per essere trovata &#8211; questa \u00e8 la mia audace interpretazione &#8211; senn\u00f2 ad essa non si giunger\u00e0 mai, visto che, se non sperata, \u00e8 <em>\u00e1<\/em>&#8211;<em>poron<\/em> ovvero senza un cammino (<em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>ros<\/em>) che vi ci porti. Il ricercatore umano, perci\u00f2, esiste ma, potremmo dire, solo in seconda istanza.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>E le sorprese non finiscono qui. Il verbo in questione (<em>\u00e9lpomai<\/em>) non esprime solo uno \u201csperare\u201d, ma anche un \u201cattendere\u201d.<\/p>\n<p>Per la cronaca, in greco, \u201csperanza\u201d si dice: <em>elp<\/em><em>\u00ed<\/em><em>s<\/em>.<\/p>\n<p>Tra lingue moderne, mi viene in mente solo lo spagnolo, dove <em>espero<\/em> significa: \u201caspettare\u201d prima ancora che \u201csperare\u201d.<\/p>\n<p>Ecco, allora, come sarebbe pi\u00f9 corretto presentare la traduzione rispettando questo doppio significato:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se non viene sperata (attesa) la cosa non sperata (non attesa) non sar\u00e0 scoperta, essendo non scopribile e senza via d\u2019accesso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mai disperare perch\u00e9 ci attende l\u2019inatteso! Questo \u00e8, secondo la mia personale interpretazione, il messaggio di Eraclito, specie a noi, scoraggiati suoi interpreti. \u201cForse un giorno vi sembrer\u00f2 meno oscuro\u201d, pare suggerirci, dandoci una pacca su di una spalla.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un passo di Nietzsche che mi ha sempre lasciato a bocca aperta e che sembra andare in questa medesima direzione. Ed \u00e8 quando afferma categorico: \u201cNon c\u2019\u00e8 mai stato un uomo che abbia scritto in modo pi\u00f9 chiaro e luminoso. Senza dubbio in modo assai conciso, e quindi oscuro per i velocisti della lettura\u201d (FETG, \u00a7 7). D\u2019accordo, bisogna leggere Eraclito lentamente, ma da questo a dire che \u00e8 chiaro quello che scrive mi sembra un\u2019esagerazione, caro il mio Nietzsche!<\/p>\n<p>Ma procediamo e, visto che, almeno in questo paragrafo, voglio continuare a tenere alto il mio e il vostro morale, vi propongo un altro detto (6), che di solito vien tradotto cos\u00ec:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il sole \u00e8 nuovo (<em>n\u00e9os<\/em>) ogni giorno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il brano \u00e8 tratto dai <em>Metereologici<\/em> (355 a 13-14) di Aristotele. Cosa volete che vi dica? A me questa traduzione lasciava insoddisfatta. Avevo un bel leggere commenti che citavano naturalisti greci, dove si sosteneva, ad esempio, che il sole e gli astri si accendono e si spengono ogni giorno e ogni notte.<\/p>\n<p>Tuttavia, c\u2019era qualcosa che mi non mi convinceva.&nbsp;<\/p>\n<p>Poi cominciai a guardare con pi\u00f9 attenzione l\u2019aggettivo che s\u2019accompagnava ad <em>h\u00e9lios<\/em> (sole) e ci trovai <em>n\u00e9os<\/em> e l\u00ec cominciai a vedere la luce. Perch\u00e9 dovete sapere che <em>n\u00e9os<\/em> ha in greco due significati: pu\u00f2 voler dire \u201cnuovo\u201d, ma anche \u201cgiovane\u201d. Mi precipitai, allora, sul glossario dei <em>Frammenti<\/em> &#8211; perch\u00e9 \u00e8 anche cos\u00ec che lavoro &#8211; e scoprii che, l\u2019unica volta che c\u2019era un altro <em>n\u00e9os<\/em> nel <em>corpus <\/em>eracliteo, era nel fr. 88 &lt;\u00a7 15.bis&gt;, laddove si dice: \u201cLa stessa cosa risiede in noi: il vivo e il morto, il destato e il dormiente, il giovane e il vecchio etc.\u201d Ve lo ricordate, spero. Beh, sicuramente, in quel caso, non possiamo dubitare che si tratti di \u201cgiovane\u201d e non di \u201cnuovo\u201d.<\/p>\n<p>Dovete sapere che, quando risolsi di tradurre: \u201cIl sole \u00e8 giovane (<em>n\u00e9os<\/em>) ogni giorno\u201d, mi trovavo momentaneamente isolata nel cuore degli Appennini, con internet piuttosto intermittente e con sottomano solo la traduzione di Diano (che traduce \u201cnuovo\u201d), ma non quella di Colli. Non potete immaginare il mio giubilo quando, una volta rientrata a Padova, precipitandomi sul terzo volume de <em>La sapienza greca<\/em>, scoprii che Colli (A 89) traduceva esattamente come me!<\/p>\n<p>(Mi si rimprovera spesso di \u201cfare troppa autobiografia\u201d e di \u201craccontare i fatti miei\u201d, che andrebbero evitati perch\u00e9 \u201cnon interessano a nessuno\u201d: siete fuori strada! Quello che vi ho appena narrato non \u00e8 autobiografia egotista \u00e8 solo una modesta testimonianza di un <em>Work in Progress<\/em> su Eraclito, e dei momenti di pura esaltazione che il Nostro pu\u00f2 procurare. Tutto materiale che gli algidi filosofi, saggisti di professione, scartano dai loro scritti, ammesso e non concesso che provino mai simili sensazioni e che siano davvero appassionati alle loro ricerche\u2026).&nbsp;<\/p>\n<p>Vi chiederete, ora, perch\u00e9 ci tenessi tanto a trovare almeno una conferma per la mia pensata del \u201csole giovane\u201d. Ve lo spiego: la colpa \u00e8 del fr. 52, ovvero di quel <em>ai<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> fanciullo che \u00e8 il tempo tutto, che mai invecchia, che conserva per sempre intatta la sua giovane vigoria\u2026 &#8211; vi ricordate di Emile Benveniste, citato da Degani, che legava <em>ai<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> alla giovinezza &lt;\u00a7 16&gt;?<\/p>\n<p>Ma vi \u00e8 un altro motivo pi\u00f9 <em>lirico<\/em> che mi fa optare per questo sole giovincello: Eraclito sembra rispondere ad un poeta, come lui della Ionia. Si tratta del grande Mimnermo (VII-VI sec. a. C.) di Colofone (citt\u00e0 non lontanissima da Efeso), poeta che canta la fuggevole giovinezza e depreca l\u2019odiosa vecchiaia. Sar\u00e0 che son fissata, sar\u00e0 una pura coincidenza, ma Mimnermo (fr. 10 Diehl) ci fa vedere un Sole affaticato e dolente, i cui cavalli non riescono a ripigliare fiato. Vi consiglio di leggere questi versi perch\u00e9, tra l\u2019altro, dipingono mirabilmente il balenio della rosata <em>E<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em> (Aurora), che scala il cielo lasciandosi alle spalle Oceano e scoprirete che il peso di un\u2019esistenza priva del vigore della giovinezza, che \u00e8 tipica degli umani, sembra aver contagiato anche il divino<em> H\u00e9lios<\/em>.<\/p>\n<p>N\u00e9 va dimenticata un\u2019altra mirabile poesia sempre di Mimnermo (fr. 4 West) che allude al mito di Titono. Era costui uno splendido giovinetto troiano di stirpe regale, di lui s\u2019innamor\u00f2 Aurora che chiese a Zeus per il suo diletto il dono dell\u2019immortalit\u00e0, dimenticandosi di domandare anche quello dell\u2019eterna giovinezza. E cos\u00ec il bel giovine non solo invecchi\u00f2, ma continu\u00f2 a divenire vieppi\u00f9 decrepito e, di conseguenza, sempre pi\u00f9 inviso alla dea che l\u2019aveva amato. Al che, Mimnermo ne conclude che la vecchiaia \u00e8 un male pi\u00f9 penoso e raggelante della stessa morte.<\/p>\n<p>Leggendo assieme queste due liriche, l\u2019una dopo l\u2019altra, comprendiamo ancor meglio il contrasto tra Aurora, eternamente fresca di giovinezza, e un Sole sfatto. Ecco perch\u00e9 m\u2019\u00e8 tanto piaciuto tradurre il fr. 6 di Eraclito come un inno alla giovinezza e insieme come una sorta di controcanto a Mimnermo, poeta che il Nostro non poteva non conoscere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>18. E se ci perdiamo?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dopo che ci siamo tirati su di morale, non illudiamoci che, d\u2019ora in poi, siano tutte rose e fiori nel cercare d\u2019interpretare Eraclito. Eh s\u00ec perch\u00e9 proprio CR, che aveva attirato la nostra attenzione sul fr. 18 e che aveva alimentato, suo malgrado, la nostra speranza nell\u2019insperato, la nostra attesa dell\u2019inatteso, quando sta tirando le somme del suo studio di tutta una vita, giusto nella penultima pagina (p. 616), ci d\u00e0 una tremenda mazzata. Sentite qua: CR ci dice che nemmeno Eraclito ha scoperto la cosa insperata-inattesa o, se l\u2019ha scoperta, lo ha fatto scoprendola come non-scopribile. Tuttavia, anche se non l\u2019ha scoperta, non ha mai smesso di parlarne.<\/p>\n<p>Accidenti, che consolazione!<\/p>\n<p>Ma non perdiamoci d\u2019animo, tanto pi\u00f9 che ora dobbiamo fare i conti con due frammenti che mi hanno fatto disperare. Ve li d\u00f2 direttamente nella traduzione di Diano, su cui non ho (quasi) nulla da ridire:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La via (<em>hod<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em>) in su e la via in gi\u00f9 sono una e la medesima (60.31).<\/p>\n<p>La via (<em>hod<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em>) <em>per la vite<\/em> \u00e8 dritta e curva, ed \u00e8 la medesima e una (59.29).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Partiamo dal secondo frammento. Non vi posso raccontare tutte le dispute che si scatenarono, e si scatenano, tra i dotti su quella famigerata \u201cvite\u201d (<em>gnaphe<\/em><em>\u00ee<\/em><em>on<\/em>) &#8211; che non \u00e8 affatto una vite in senso stretto, che in greco si dice <em>h\u00e9lix<\/em>. Ad esempio, taluni, Colli (A 28) compreso, leggono <em>graph\u00e9on<\/em> ossia \u201cdei pittori\u201d; per\u00f2, a me questa soluzione, seppur seducente, non convince per nulla.<\/p>\n<p>Si tratta, invece, di un attrezzo antichissimo, di nome \u201cgualchiera\u201d.<\/p>\n<p>La gualchiera?!?!<\/p>\n<p>Non sapete cosa diavolo sia, eh?<\/p>\n<p>Non lo sapevo manco io prima di affrontare questo stramaledetto frammento e ho passato giornate su Google a vedere un tutorial dietro l\u2019altro per cercare di capirlo. Se vi va, dateci un\u2019occhiata anche voi e divertitevi!<\/p>\n<p>In poche parole, \u00e8 una macchina, in genere a rulli dentati, in cui s\u2019introduce la lana per cardarla, ossia per far quello che fino, poco tempo fa, facevano i materassai\u2026 ah s\u00ec, siete troppo giovani per ricordarvene, voi che ormai, come me, dormite su materassi a molle o di gommapiuma\u2026<\/p>\n<p>La stessa operazione si faceva, anticamente e anche in tempi pi\u00f9 recenti, per togliere ogni impurit\u00e0 dai fiocchi della lana, appena tosata dalle pecore (o dalle capre), altrimenti non la si sarebbe potuta filare e, in seguito, una volta ottenuto il filo, tessere. Cominciate a immaginare qualcosa? Spero di s\u00ec, altrimenti, dovete proprio ricorrere ai video specifici.<\/p>\n<p>Osserviamo meglio il frammento e domandiamoci chi \u00e8 il vero protagonista di questo detto, ovvero domandiamoci <em>chi \u00e8 che compie il cammino<\/em>? Beh, \u00e8 la \u201cvite\u201d intesa come \u201cgualchiera\u201d\u2026 ecco perch\u00e9 ho preferito tradurre: \u201cper la vite\u201d e non \u201cdella vite\u201d, come fa Diano &#8211; visto che grammaticalmente abbiamo un dativo.<\/p>\n<p>E che cosa combina questo astruso macchinario? Per fortuna ce lo spiega egregiamente lo stesso teologo (Ippolito, III sec. d. C., <em>La confutazione di tutte le eresie<\/em>, 9, 10, 4) che ci ha tramandato questa sentenza: \u201cPer la gualchiera la via dritta e storta (la rotazione nello strumento chiamato vite, \u00e8 dritta e storta perch\u00e9 gira andando in su e insieme in tondo) \u00e8 unica, dice Eraclito, e la stessa\u201d.<\/p>\n<p>E adesso, che avete preso dimestichezza con la cardatura, potete comprendere facilmente anche il primo frammento, che ci \u00e8 riportato sempre da Ippolito.<\/p>\n<p>Che fatica, ragazzi!<\/p>\n<p>Al che, immaginatevi quanto mi dia noia leggere tutti i deliri di chi vuole, per forza, interpretare questi frammenti come uno scendere verso gli Inferi e un salire verso la luce, per poi dichiarare che Eraclito sta, alla fin fine, parlando dell\u2019Uno, dove comunque si converge.<\/p>\n<p>E via con la solita <em>coincidentia oppositorum<\/em> come collaudato <em>passe-partout!<\/em><\/p>\n<p>Se a voi sta bene cos\u00ec, accomodatevi! Non ve lo vieto, di certo.<\/p>\n<p>Ben altre sono, invece, le mie preoccupazioni. Perch\u00e9 siamo di fronte ad un ingranaggio, dove quel meccanico ruotare ha tutta l\u2019aria di un percorso obbligato e ripetitivo.<\/p>\n<p>Siamo sicuri che questa solfa piacesse ad Eraclito?<\/p>\n<p>Io di dubbi ne ho a bizzeffe. A meno che, questo <em>avvitarsi<\/em>, non sia l\u2019immagine non certo dei pochi che comunicano con il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, ma casomai di tutti quelli che del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> non fanno nessun conto.<\/p>\n<p>Torniamo, ora, al fr. 18 e concentriamoci sul \u201cnon scopribile\u201d che, se condividessimo il pessimismo di tutti gli interpreti, esclusa la sottoscritta, resterebbe \u201csenza via d\u2019accesso\u201d.<\/p>\n<p>Ebbene lo scacco, a guardar bene, risulterebbe ancora pi\u00f9 radicale di quello che potrebbe sembrare di primo acchito.<\/p>\n<p>Infatti, <em>\u00e1<\/em><em>poron<\/em> sta a significarci che non solo non esiste cammino (<em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>ros<\/em>) o scorciatoia (<em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>ros<\/em>) che porti al \u201cnon scopribile\u201d, ma che, anche se vi giungessimo, di l\u00ec non sapremo poi tornare indietro.<\/p>\n<p>Infatti <em>\u00e1<\/em><em>poron<\/em> \u00e8 un cammino che finisce in un <em>cul de<\/em> <em>sac<\/em>, in un vicolo cieco, visto che, una volta l\u00e0, non si sa pi\u00f9 dove e come andare.<\/p>\n<p>Significa <em>perdere il cammino<\/em>.<\/p>\n<p>L\u2019idea me l\u2019ha data Marco Aurelio, che spesso cita a memoria Eraclito, che lo semplifica, ma che, malgrado tutto, qualche suggerimento ce lo pu\u00f2 sempre dare.<\/p>\n<p>Ho, perci\u00f2, riletto quel suo lungo pensiero (IV, 46) dove ci riferisce tante sentenze interessanti di Eraclito, tipo che non dobbiamo comportarci come figli dei nostri genitori (74 &lt;\u00a7 6&gt;), oppure che non dobbiamo n\u00e9 agire n\u00e9 parlare come in sonno (73 &lt;15.bis&gt;). Ora, sempre in questo medesimo testo, l\u2019imperatore butta l\u00e0 questa frasetta:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(Ricordati anche di quel detto di Eraclito) c\u2019\u00e8 chi dimentica dove conduce il cammino (<em>h<\/em><em>od\u00f3s<\/em>) (71).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sia Diano (66), sia Colli (A 94) omettono l\u2019introduzione alla sentenza (che ho premesso tra parentesi), tuttavia si tratta di una componente istruttiva, perch\u00e9 ci fa riflettere su come talora ci \u00e8 stato trasmesso l\u2019Oscuro. Orbene, se si tratta di un pensatore tardo antico (sia esso stoico, epicureo o neoplatonico), vien messa in atto una pratica, in cui si cita una sentenza di un filosofo, in genere molto anteriore, affinch\u00e9 sia di monito e aiuti a perseverare nella \u201cconversione filosofica\u201d. Lo spiega egregiamente Pierre Hadot in un suo libro, giustamente famoso: <em>Esercizi spirituali e filosofia antica<\/em>.<\/p>\n<p>Una volta che vi ho doverosamente illustrato il contesto, resta da capire il messaggio eracliteo. E qui sono dolori. I soliti dolori.<\/p>\n<p>Colli, che \u00e8 assolutamente fissato con una lettura iniziatica del Nostro, afferma che quella della <em>h<\/em><em>od\u00f3s<\/em> &#8211; s\u00ec, anche se pochi lo sanno o lo ricordano, \u00e8 un sostantivo femminile! &#8211; \u00e8 un\u2019immagine orfica: diversa \u00e8 la strada dell\u2019iniziato da quella presa da chi iniziato non \u00e8.<\/p>\n<p>Ve lo dico chiaro e tondo: non ho nessuna intenzione di perdermi tra i meandri dell\u2019Orfismo: se volete farvene un\u2019idea, leggetevi, ad esempio, la sezione <em>Orfeo<\/em>, nel primo volume de <em>La sapienza greca<\/em>, sempre di Colli.<\/p>\n<p>Del resto, potete gi\u00e0 indovinare perch\u00e9 sia molto restia a credere che Eraclito fosse imbevuto di Orfismo. Vi ricordate, spero, come fosse critico nei confronti della religione tradizionale e sprezzante nei riguardi delle sette &lt;\u00a7 6&gt;?<\/p>\n<p>Perci\u00f2, mi sono molto rinfrancata leggendo un\u2019annotazione di CR (p. 602) &#8211; la quale, peraltro, dell\u2019Orfismo ha una conoscenza con i fiocchi &#8211; laddove nega che Eraclito fosse un orfico. CR giunge addirittura a dubitare che l\u2019Orfismo sia mai esistito come religione e financo come setta e si spinge fino a rovesciare il problema. Insomma, propone di non domandarci pi\u00f9 se Eraclito fosse orfico ma, casomai, se gli orfici fossero eraclitei. E, allora, facciamola finita con tutta questa fumisteria iniziatica! Poich\u00e9 quello che ci preme \u00e8 intuire, piuttosto, che il cammino si pu\u00f2 perdere o, meglio, che <em>non<\/em> <em>si pu\u00f2 non perdere.<\/em><\/p>\n<p>Concludiamo questa nostra accidentata passeggiata sul tema dell\u2019<em>h<\/em><em>od\u00f3s<\/em>, ritornando ad un frammento che abbiamo incontrato pi\u00f9 volte, e che sempre riemerge in maniera carsica. Il frammento che pi\u00f9 di tutti ci chiama in causa perch\u00e9 mette in scena il \u201ctu\u201d: \u201cI confini della <em>psykh\u00e9<\/em>, per quanto tu vada,<em> tu<\/em> non li potrai trovare, anche se percorressi tutte le strade (<em>hod<\/em><em>o\u00ed<\/em>): cos\u00ec esteso \u00e8 il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> che essa possiede (45)\u201d. Ecco, allora che non si tratta pi\u00f9 di due strade: quella dritta e quella storta, quella in su e quella in gi\u00f9. Sar\u00f2 fuori di testa &#8211; drogata come sono dall\u2019Oscuro &#8211; ma ho maturato il fortissimo sospetto che il Nostro dica che quei due cammini son la medesima cosa semplicemente perch\u00e9<em> non gli interessano<\/em>.<\/p>\n<p>Altrimenti non avrebbe concepito il messaggio inscritto nel&nbsp; fr. 45.<\/p>\n<p>Insomma, quei cammini obbligati, quei cammini gi\u00e0 tracciati, quelli della \u201cvite\u201d (59)<strong>,<\/strong> non ci riguardano in quanto \u201ctu\u201d. No, noi abbiamo qui qualcosa di ben pi\u00f9 plurale, di ben pi\u00f9 ramificato da percorrere: abbiamo un ventaglio di <em>hod<\/em><em>o\u00ed<\/em>, al tal punto che, l\u2019<em>\u00e1<\/em><em>poron<\/em> in cui possiamo incappare, diviene una sorta di\u2026 labirinto.<\/p>\n<p>Solo che ora sappiamo che perdere il cammino non \u00e8 pi\u00f9 uno scacco, ma \u00e8 il segno che nulla abbiamo a che fare con la gualchiera\u2026 e che, nonostante tutto, nonostante il nostro errare senza fine, niente e nessuno ci toglier\u00e0 mai la ricerca del \u201cnon scopribile\u201d, ma nemmeno l\u2019irrompere dell\u2019<em> insperato-inatteso\u2026<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Concludendo: separato \u00e8 il saggio.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Oramai la nostra avventura volge al termine. Abbiamo assaporato, in maniera pi\u00f9 o meno approfondita, senza nessunissima pretesa di essere esaustivi, non pochi frammenti di Eraclito: su 129 ne abbiamo esaminati con cura, spessissimo ritraducendoli, circa 46, mentre a molti altri abbiamo solo fatto cenno. E, visto che non siamo quel divino fanciullo che eternamente gioca sulla scacchiera, ma solo degli umani che dispongono d\u2019un tempo in scadenza, dobbiamo giocoforza prendere commiato.<\/p>\n<p>E spero che, giunti sin qui, abbiate fatto &#8211; almeno un poco &#8211; conoscenza con l\u2019Oscuro, col suo carattere impervio, cos\u00ec come lo \u00e8 il suo stile di scrittura, e vi siate un po\u2019 affezionati a lui, anche se non quanto la sottoscritta.<\/p>\n<p>Negli ultimi due paragrafi abbiamo camminato in percorsi labirintici, non trovando alcun passaggio (<em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>ros<\/em>) e abbiamo sperimentato che alla cosa \u201cnon-scopribile\u201d, forse, ripeto forse, non v\u2019\u00e8 accesso. Ebbene, ora siamo pronti ad ascoltare un ultimo, altero, messaggio del Nostro. Per comunicarcelo, lui usa gli stessi accenti disillusi del fr. 1 &lt;\u00a7 9&gt; ma, questa volta, sa dircelo con poche, taglienti, parole:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Di quanti ho udito i <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>goi<\/em>, nessuno arriva fino a questo punto: riconoscere che ci\u00f2 che \u00e8 sapiente \u00e8 separato (<em>khor<\/em><em>\u00ed<\/em><em>zo<\/em>) rispetto a tutte le cose (108).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Avrete notato subito due vistosi motivi: la prima persona singolare che osa dire \u201cio\u201d, non cercando paraventi e diplomatiche controfigure e poi quel categorico \u201cnessuno\u201d, che fa da <em>pendant<\/em> a \u201cgli uomini sono sempre ignari\u201d e \u201cgli altri uomini\u201d del fr. 1 e, se \u00e8 possibile, rafforza questa posizione.<\/p>\n<p>Eraclito, insomma, ci fa capire di ritenere i <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>goi<\/em>, che sinora ha ascoltato, discorsi insufficienti perch\u00e9 proferiti &#8211; ce lo fa intuire chiaramente &#8211; da quanti usurpano il nome di sapienti (129).<\/p>\n<p>Di tutti costoro, pu\u00f2 avere udito la viva voce, oppure la fama, oppure pu\u00f2 aver letto i loro scritti, perch\u00e9 &#8211; non dimentichiamolo mai &#8211; la lettura antica avveniva ad alta voce ed era strettamente legata al mondo dell\u2019oralit\u00e0. Tutte queste tre possibilit\u00e0 stanno racchiuse nel verbo <em>ako<\/em><em>\u00fa<\/em><em>o<\/em> (\u201cudire\u201d) e possono benissimo, in questo caso, essere con-possibili e con-presenti.&nbsp;<\/p>\n<p>Inoltre, i commentatori legano tali pretesi sapienti al saper troppe cose solo da eruditi (<em>polymath<\/em><em>\u00ed<\/em><em>a<\/em>), cosa che, come abbiamo visto &lt;\u00a7 6&gt;, Eraclito critica con sdegno ed asprezza. Un Eraclito polemico nei confronti di vari \u201cmostri sacri\u201d, di un passato a lui pi\u00f9 o meno vicino, e irridente rispetto a certi suoi noti contemporanei.<\/p>\n<p>Osserviamo meglio \u201cquel che \u00e8 sapiente\u201d su cui vi devo delle spiegazioni. Ebbene, non abbiamo <em>t\u00f2 soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> ossia \u201cla cosa saggia\u201d, quella che ad esempio, \u201cvuole e non vuole essere detta con nome di Zeus\u201d (32), ma abbiamo semplicemente <em>soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> come accusativo del verbo<em> gign<\/em><em>\u00f3<\/em><em>sco<\/em>: \u201criconoscere\u201d. Mi spiego: se avessimo \u201cla cosa saggia\u201d, approderemmo direttamente e senza equivoci al piano del \u201cdivino\u201d, visto che Eraclito non cancella i nomi degli d\u00e8i olimpici, bens\u00ec li fa convivere con un suo progetto di sostituirli con nuovi nomi (CR, p. 601). Ovvero coltiva un progetto innovativo che, per capirci, potremmo chiamare il suo novello \u201cpantheon teoretico\u201d (l\u2019espressione \u00e8 mia), popolato da entit\u00e0, tipo il Fuoco, il <em>L<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, la Cosa Unica, la Cosa Saggia, la Cosa non sperata etc.<\/p>\n<p>Orbene, quel <em>soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> senza l\u2019articolo neutro <em>t<\/em><em>\u00f3<\/em> ci insinua un dubbio insidioso: Eraclito sta parlando \u201cdi ci\u00f2 che \u00e8 saggio\u201d, e quindi di qualcosa di divino o, pi\u00f9 semplicemente, di \u201cchi \u00e8 saggio\u201d, ossia di qualcuno che appartiene ad un piano umano, anche se rarissimamente pu\u00f2 esser detto \u201csaggio\u201d?<\/p>\n<p>Giorgio Colli (A 17) traduce \u201cla sapienza\u201d, intendendo innanzi tutto, il divino come \u201ctrascendente\u201d, la cui \u201corma\u201d si trova nelle parole del sapiente, il quale si esprime per enigmi (<em>Nascita della filosofia<\/em>, pp. 68-69). Non sono d\u2019accordo sulla trascendenza, perch\u00e9 i detti di Eraclito, a mio modesto avviso, testimoniano di un modo di vedere \u201cimmanente\u201d o, meglio, di una visione in cui questa alternativa ancora non si pone.<\/p>\n<p>Carlo Diano (80) rende pure lui <em>soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> con \u201csapienza\u201d e Giuseppe Serra fa convergere in tale sapienza sia il divino come Uno, sia l\u2019umano che tale Uno pu\u00f2 conoscere: al solito\u2026<\/p>\n<p>Anche CR si pone questo problema e fa coesistere le due possibilit\u00e0:&nbsp; interpreta quel <em>soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> sia sul registro del divino, sia su quello dell\u2019umano (pp. 439-442), affermando che<strong>,<\/strong> se l\u2019uomo \u00e8 in accordo con il <em>L<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> &#8211; che nulla ha a che fare con i <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>goi<\/em> dei pretesi sapienti &#8211; in qualche modo accede al divino (p. 566).<\/p>\n<p>Ora, non so voi, ma io sono molto interessata al lato umano di quel <em>soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> che mi piacerebbe leggere solo come accusativo (maschile e non neutro) di <em>soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em>, tanto che sarei fortemente tentata di ritradurre: \u201cchi \u00e8 sapiente \u00e8 separato rispetto a tutte le cose\u201d. Tuttavia, se fossi cos\u00ec drastica, cancellando ogni ambiguit\u00e0, farei violenza all\u2019Oscuro, che un suo senso del divino, seppur originalissimo, possedeva. Perci\u00f2, non potendo certo negare questo aspetto, soffermiamoci, piuttosto, sul verbo <em>khor<\/em><em>\u00ed<\/em><em>zo<\/em> che marca un \u201cdifferire\u201d, un \u201cdistinguersi\u201d e, letteralmente, un \u201cporre dello spazio (<em>kh<\/em><em>\u00f3<\/em><em>ra<\/em>)\u201d tra s\u00e9 e \u201ctutte le restanti cose\u201d.<\/p>\n<p>E ancora, se <em>soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> si riferisse solo a \u201cci\u00f2 che \u00e8 saggio\u201d nel senso di divino, non farebbe che marcarne l\u2019inacessibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Se, invece, torniamo tra gli umani e tra gli animali, c\u2019imbattiamo &#8211; ormai lo sapete &#8211; nella pluralit\u00e0 dei mondi, nella pluralit\u00e0 dei regni. E qui non si tratta di scatenare un <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em>, un conflitto, una <em>guerra tra i mondi<\/em>: lasciamo che essi coesistano, scegliendo noi dove<em> dislocarci<\/em>.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 <em>khor<\/em><em>\u00ed<\/em><em>zo<\/em> \u00e8 il verbo, del \u201critirarsi\u201d, del \u201cfarsi da parte\u201d, del solitario che non s\u2019immischia\u2026 ma con chi? Beh, non occorre che ve lo ripeta, il Nostro ci consiglia di tenerci lontani dagli <em>hoi pollo<\/em><em>\u00ed<\/em> e da tutte le cose che a costoro stanno a cuore.<\/p>\n<p>Insomma questa grande, e \u201caristocratica\u201d<strong>,<\/strong> lezione di separatezza ha saputo darci Eraclito e, salutandolo, non possiamo che ringraziarlo.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><strong>16.<\/strong> Enzo Degani, Ai\u00f3n <em>da Omero ad Aristotele<\/em>, Padova, CEDAM, 1961.<br \/>\nSe volete vedere il vaso in cui Achille e Aiace sono impegnati in&nbsp; qualcosa di simile al gioco della dama, digitate su Google la dicitura: Achille e Aiace giocano a dadi. Assurdo perch\u00e9 dadi non se ne vedono! I vasi sono pi\u00f9 d\u2019uno, ve ne sono in cui appare, tra i due eroi, Atena che vorrebbe interrompere il gioco e spedirli sul campo di battaglia.<\/p>\n<p><strong>17.<\/strong> Abbiamo anche un altro fr. (27) dove <em>\u00e9lpomai<\/em> significa inequivocabilmente \u201cattendere\u201d. Eraclito, forse, col\u00e0 ci fa intuire di avere idee tutte sue e, guardacaso, non conformi alla tradizione, riguardo a quello che comunemente ci si \u201caspetta\u201d, per quando saremo morti. Ovviamente, se cos\u00ec fosse, non lo spiega, dice solo che: \u201cle cose che attendono\u201d gli uomini trapassati non sono quelle che loro credono<strong>\u201d<\/strong>. Niente castighi? Niente dimore tra i beati? Oppure, non c\u2019\u00e8 nulla nell\u2019Ade? Chiss\u00e0?! Insomma un\u2019escatologia che, ammesso che esista, resta misteriosa.<br \/>\nCR (pp. 328-329), invece, legge questo frammento non in chiave escatologica bens\u00ec come un invito ad una sorta di <em>\u00e1<\/em><em>skesis<\/em> dell\u2019immaginario, grazie alla quale, chi \u00e8 saggio scarterebbe tutte le finzioni nate dal desiderio o dall\u2019angoscia dei mortali riguardo al <em>post mortem<\/em>. Insomma su quest\u2019ultima condizione, Eraclito, sempre secondo CR, ci fa capire che non si dovrebbe indulgere a nessuna rappresentazione.<br \/>\nNietzsche si dichiara chiaramente fautore della lettura lenta auspicando anche uno scrivere \u201clentamente\u201d (<em>langsam<\/em>), <em>Prefazione<\/em> (1886), \u00a7 5 a: <em>Aurora<\/em>, in<em> Opere<\/em> cit. vol. V, tomo I, trad. it. di Ferruccio Masini e Mazzino Montinari, Milano, Adelphi, 1964 (ed. or. 1881 ).<\/p>\n<p><strong>18.<\/strong> Pierre Hadot, <em>Esercizi spirituali e filosofia antica<\/em>, trad. it. di Anna Maria Marietti, Torino, Einaudi, 1988 (ed. or. 1987), soprattutto pp. 29-68.<br \/>\nGiorgio Colli, <em>Orfeo<\/em>, in <em>La sapienza greca<\/em>, I, Milano, Adelphi, 1977, pp. 117-389.<br \/>\nNon affronto il tema delle tre vie in Parmenide (CR. pp. 459-460), perch\u00e9, ormai lo sapete, non amo leggere Eraclito facendomi suggestionare dal filosofo dell\u2019Essere.<br \/>\nNon posso qui nemmeno affrontare un problema enorme, che peraltro sarebbe assai interessante: il fatto che Ippolito, ma anche Clemente Alessandrino, nel riportare Eraclito, vi facevano entrare le loro polemiche contro vari esponenti della Gnosi. CR ha analizzato con cura questo aspetto, ogniqualvolta commentava un frammento citato da questi due.<br \/>\nSegnalo brevemente un frammento abbastanza noto di Eraclito (15), che qui non discuto perch\u00e9 troppo controverso. Ebbene, tale fr. si chiude con la sorprendente affermazione che \u201cAde e Dioniso sono lo stesso\u201d. Secondo me, dal tono generale di tale testo emergerebbe che, per Eraclito, le processioni falliche legate a Dioniso, di cui in tale fr. si parla, hanno dell\u2019insensato. Ne deduco che quella identit\u00e0 finale non \u00e8 il solito trionfo della <em>coincidentia oppositorum<\/em>, come i pi\u00f9 interpretano, bens\u00ec il segnale che n\u00e9 Dioniso, n\u00e9 Ade (cfr. fr. 27) interessano al Nostro. La mia \u00e8 solo un\u2019ipotesi: leggetela come eventuale conferma che nessuna delle due vie, evocate nei frr. 59 e 60, ha senso per Eraclito.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Concludendo<\/strong>.<\/p>\n<p>Per il tema della lettura silenziosa rimando al mio: <em>L\u2019occhio del silenzio (Encomio della lettura)<\/em>, Padova, Esedra, 1998 (prima ed. Venezia, Arsenale, 1986); ed. fr. <em>L\u2019oeil du silence. Eloge de la lecture<\/em>, traduit de l\u2019italien par Jean-Paul Manganaro et Camille Dumouli\u00e9, avec un dessin et une Pr\u00e9sentation de Pierre Klossowski, Lagrasse, Verdier, 1989.<br \/>\nCome vi ho detto fin dall\u2019inizio, mai ho preteso di trattare tutte le tematiche presenti in Eraclito, ad esempio, non ho volutamente parlato della questione della cosiddetta \u201cconoscenza sensibile\u201d: son d\u2019accordo con Colli (NF, p. 65), che ridimensiona la presunta critica di Eraclito a questo proposito.<br \/>\nHo pure trascurato il tema dell\u2019armonia: lo potrete trovare, assieme ad una riflessione comparativistica, in Giangiorgio Pasqualotto, <em>Il Tao della<\/em> ph\u00fdsis<em>: Eraclito e il<\/em> <em>taoismo<\/em>, in G.P., <em>Il Tao della filosofia. Corrispondenze tra pensieri d\u2019Oriente e d\u2019Occidente<\/em>, Pratiche, Parma, 1989, pp. 19-47.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>16. 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