{"id":1314,"date":"2021-04-29T16:40:16","date_gmt":"2021-04-29T14:40:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1314"},"modified":"2021-11-16T17:26:22","modified_gmt":"2021-11-16T16:26:22","slug":"1314-2","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1314","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<p><strong> 10. Il \u201ctu\u201d di Eraclito.<\/strong><\/p>\n<p>Dopo che Eraclito, dicendo orgogliosamente e sconsolatamente <em>eg<\/em><em>\u00f3<\/em>, sembra escludere tutti gli altri, sembra esserci anche un\u2019altra possibilit\u00e0.<\/p>\n<p>E questo nuovo scenario si apre allorquando l\u2019Oscuro usa la seconda persona singolare.<\/p>\n<p>Vediamo subito l\u2019unico frammento in cui il \u201ctu\u201d emerge con bella prepotenza:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I confini della <em>psykh\u00e9<\/em>, mentre vai,<em> tu<\/em> non li potrai trovare, anche se percorressi tutte le strade (<em>hod<\/em><em>o\u00ed<\/em>): cos\u00ec esteso (<em>bath<\/em><em>\u00fds<\/em>) \u00e8 il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> che essa possiede (45.51).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vorrei puntualizzare, a scanso di equivoci, che <em>psykh\u00e9<\/em> in Eraclito non \u00e8 pi\u00f9 quello che era stata in \u201cOmero\u201d.<\/p>\n<p>Mi spiego: leggendo i poemi omerici, non apprendiamo nulla circa le&nbsp; funzioni della <em>psykh\u00e9<\/em> finch\u00e9 un uomo \u00e8 ancora vivente, dato che essa si manifesta solo quando la \u201cvita\u201d (<em>psykh\u00e9<\/em>) abbandona il corpo, talora passando per la chiostra dei denti (<em>Iliade<\/em>, IX 409), o attraverso una ferita mortale (<em>Iliade<\/em>, XIV, 518-519). E ancora in \u201cOmero\u201d la<em> psykh\u00e9<\/em> diviene un inconsistente doppio fantasmatico del corpo: quello che hanno i miseri defunti nell\u2019Ade (<em>Iliade<\/em>, XXIII, 100-104; <em>Odissea<\/em>, IX, 205-207).<\/p>\n<p>Sicch\u00e9, a voler esser pignoli, ma anche onesti, rimangono due casi di eco omeriche: uno in cui <em>psykh\u00e9<\/em> significa ancora \u201cvita\u201d (85.93) e un altro in cui le <em>psykha<\/em><em>\u00ed<\/em> che stanno nell\u2019Ade son dotate dell\u2019olfatto (98.114).<\/p>\n<p>E ancora, <em>psykh\u00e9<\/em> non \u00e8 nemmeno un\u2019entit\u00e0, superiore al corpo che trasmigri tra pi\u00f9 corpi, come lo \u00e8 nelle dottrine pitagoriche &#8211; che, intuiamo, Eraclito disdegna &lt;\u00a7 6&gt; &#8211; e come lo sar\u00e0 poi in Platone. Perch\u00e9 non \u00e8 possibile, a mio avviso, parlare di nessun dualismo tra anima e corpo in Eraclito, allo stesso modo in cui non vi \u00e8 trascendenza.<\/p>\n<p>E lo dico con buona pace dell\u2019interpretazione di Colli, che qui non seguo assolutamente.<\/p>\n<p>Allora &#8211; accidenti! &#8211; come dobbiamo tradurre <em>psykh\u00e9<\/em>?<\/p>\n<p>Semplice: non la dobbiamo tradurre e basta!<\/p>\n<p>Spessissimo <em>psykh\u00e9<\/em> ha connotati \u201cfisici\u201d, come la secchezza (118.56: secca \u00e8 la <em>psykh\u00e9<\/em> migliore, ovvero dei saggi), oppure l\u2019umidit\u00e0 (77.54): umida \u00e8 l\u2019anima dell\u2019ubriacone (117.55) o si trasforma passando ciclicamente tra i vari elementi, quali l\u2019acqua e la terra (36.53).<\/p>\n<p>Talora, invece, <em>psykh\u00e9<\/em> presenta una coloratura che potremmo definire, per approssimazione, \u201cmentale\u201d (107.64).<\/p>\n<p>Ed \u00e8 proprio questo il caso anche del sorprendente frammento in cui campeggia il \u201ctu\u201d, da cui eravamo partiti.<\/p>\n<p>In questa sentenza vi \u00e8 un andare, un percorrere un cammino (<em>hod<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em>) senza luoghi d\u2019arrivo, in una landa sconfinata.<\/p>\n<p>Eppure si continua ad andare.<\/p>\n<p>E, proprio per questo, propongo di interpretare <em>bath<\/em><em>\u00fd<\/em><em>s<\/em> non come \u201cprofondo\u201d, ovvero \u201cabissale\u201d, alla maniera di Diano e di Colli, bens\u00ec nel senso della vastit\u00e0, dato che \u00e8 uno dei significati di questo aggettivo, e dato che si parla di un andare, di un camminare, verso confini che non saranno mai trovati, mai raggiunti.<\/p>\n<p>Ripensando poi a quello che abbiamo scoperto nel paragrafo precedente, possiamo arguire che, se l\u2019\u201cio\u201d subisce uno scacco, anche il \u201ctu\u201d ne fa esperienza.<\/p>\n<p>Ma cos\u2019\u00e8 mai questo \u201ctu\u201d?<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 chi ritiene, come Bollack (p. 218), che sia qualcosa di dialogico, ma oltre al fatto che sarebbe anacronistico attribuire ad Eraclito quello che sar\u00e0 il modo di procedere di Platone &#8211; che inscena comunque un finto dialogo &#8211;&nbsp; non dobbiamo dimenticare che alla sua epoca non c\u2019era ancora nemmeno il teatro,&nbsp; almeno quello che conosciamo: quello che sar\u00e0 di Eschilo, di Sofocle e di Euripide.<\/p>\n<p>E allora da dove viene questo \u201ctu\u201d?<\/p>\n<p>Sarebbe meglio dire: da dove riemerge?<\/p>\n<p>Riemerge dalla poesia epica, laddove il cantore apostrofava con il \u201ctu\u201d non gi\u00e0 l\u2019eroe, bens\u00ec il suo doppio pi\u00f9 fragile. Per capirci, non il terribile Achille ma il tenero Patroclo.<\/p>\n<p>Tra i molti che vi potrei fare, mi accontento di un solo esempio. Siamo nel canto sedicesimo dell\u2019<em>Iliade<\/em>, quello in cui Patroclo, rivestito delle armi di Achille, compie una serie di imprese prima di cadere per mano di Ettore, ma anche grazie allo sleale intervento di Apollo: \u201callora, o Patroclo, apparve <em>per te<\/em> la fine della vita \/ Febo <em>ti<\/em> venne incontro nella mischia violenta\u201d (vv. 787-788).&nbsp;<\/p>\n<p>Tornando ad Eraclito, riflettiamo meglio su chi sia questo \u201ctu\u201d.<\/p>\n<p>A mio avviso, d\u00e0 voce ad una sorta di sosia, meno contundente, di quell\u2019 \u201cio\u201d <em>stolz<\/em> di Eraclito, che ha rinunciato a insegnare quello che c\u2019\u00e8 da sapere sul <em>l<\/em><em>\u00f3gos<\/em> ma che, egualmente, prosegue solitario ed imperterrito nella sua ricerca.<\/p>\n<p>Quell\u2019 \u201cio\u201d&nbsp; di Eraclito, che si immagina degli altri (dei \u201ctu\u201d), che lui non conosce, ma che pure, come lui, continuino a pensare.<\/p>\n<p>Altrettanto solingo \u00e8 anche questo \u201ctu\u201d, che non smette di cercare, pur sapendo che assai probabilmente non trover\u00e0 quello che si aspetta, eppure non si scoraggia.<\/p>\n<p>Ebbene, in quel \u201ctu\u201d potremmo esserci benissimo anche noi, che, leggendo venticinque secoli dopo i frammenti dell\u2019Oscuro, nella pi\u00f9 segreta e sconfinata delle nostre solitudini, continuiamo ad arrovellarci senza fine per cercare di percorrerli e di comprenderli.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 11. Eraclito dallo sguardo di fuoco.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Ci siamo soffermati a lungo dalla parte di quello che verr\u00e0 chiamato il \u201csoggetto\u201d, sia esso un <em>eg<\/em><em>\u00f3<\/em> o un \u201ctu\u201d, ma non vorrei ci dimenticassimo che Eraclito gioca sempre il suo discorso, come minimo, su due prospettive: una antropocentrica e una cosmica. E l\u2019avevamo gi\u00e0 imparato quando ci eravamo misurati con l\u2019immagine del fiume.<\/p>\n<p>Per molti di noi, la prospettiva cosmica \u00e8 meno congeniale o pi\u00f9 difficile da comprendere, malati come siamo di egotismo, ma, se leggessimo Eraclito sempre solo dalla parte dell\u2019uomo, se ci soffermassimo solamente sui frammenti che parlano degli umani, gli faremmo un grandissimo torto.<\/p>\n<p>Ce lo spiega Nietzsche che parla di un Eraclito dallo \u201csguardo di fuoco\u201d (FETG, \u00a7 7), intento a mirare quello che l\u2019occhio umano solitamente non vede: un nascere e un perire, nell\u2019ardere di un fuoco cosmico che mai si spegne.<\/p>\n<p>Il fuoco cosmico fu ripreso in seguito dagli Stoici, i quali sostenevano che ci fosse una conflagrazione universale ciclica, grazie alla quale il cosmo finiva periodicamente per poi rigenerarsi. Ebbene, gli studiosi sono divisi nell\u2019attribuire o meno gi\u00e0 ad Eraclito questa dottrina dell\u2019incendio cosmico. Confesso che non mi appassiona prender partito in proposito; mi limito a presentarvi i frammenti in cui si parla del Fuoco, poi deciderete voi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Facciamo, perci\u00f2, conoscenza con <em>p<\/em><em>\u0177<\/em><em>r<\/em>, che si manifesta, tramite le sue mutazioni, come l\u2019elemento principe:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mutamenti del fuoco: dapprima mare, poi una met\u00e0 del mare (diviene) terra, e una met\u00e0 folgore (31a.39).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La vampa in cielo torna in un altro possente frammento:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il fulmine tiene la barra del timone di tutte le cose (64.117).<\/p>\n<p>(Letteralmente, seguendo l\u2019esatta disposizione delle parole nell\u2019originale greco, sarebbe pi\u00f9 esatto tradurre: \u201ctutte le cose governa il fulmine\u201d).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per la cronaca, Heidegger aveva fatto incidere questa sentenza, sull\u2019architrave della porta della sua casa-capanna, nella Foresta Nera.<\/p>\n<p>E, non a caso, questo filosofo fa partire un lungo seminario (Universit\u00e0 di Freiburg, semestre invernale 1966\/1967) proprio dal commentare questo frammento. Testo (quello di questo seminario) che ho letto, ora con pazienza e ora con insofferenza e che, come sempre, \u00e8 riuscito a farmi sprofondare nella filosofia di Heidegger ma &#8211; ahim\u00e8! &#8211; non m\u2019ha illuminato per nulla circa il pensiero di Eraclito.<\/p>\n<p>Torniamo ai continui mutamenti del fuoco, e dal fuoco provocati, descritti da Eraclito anche grazie ad un\u2019immagine concretissima, quella del baratto:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In contraccambio del fuoco (si hanno) tutte le cose e in cambio di tutte le cose il fuoco: cos\u00ec come in cambio dell\u2019oro (si hanno) le merci e in cambio delle merci l\u2019oro (90.38).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questo \u00e8 un tratto caratteristico e spiazzante del linguaggio di Eraclito: talora raggiunge apici che evocano una solenne sacralit\u00e0 oracolare e talaltra si abbassa alla quotidianit\u00e0, come in quest\u2019ultimo caso, in cui si allude ad una pratica mercantile, che probabilmente lui disprezzava.<\/p>\n<p>Sta forse tentando, nonostante il suo disinganno nei confronti degli \u201cuomini sempre ignari\u201d (1), cui non ha senso insegnare nulla, di farsi comprendere anche da costoro?<\/p>\n<p>Forse.&nbsp;<\/p>\n<p>Ma Eraclito \u00e8 gi\u00e0 pronto, sempre parlando di <em>p<\/em><em>\u0177<\/em><em>r<\/em>, a librarsi verso il cosmo e a sentenziare:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questo <em>k<\/em><em>\u00f3<\/em><em>smos<\/em> &#8211; il medesimo per tutti &#8211; nessuno degli d\u00e8i, n\u00e9 nessuno degli uomini lo fece, ma sempre fu ed \u00e8 e sar\u00e0, fuoco sempre-vivente che s\u2019accende secondo misura e secondo misura si spegne (30.37).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Due puntualizzazioni importanti.<\/p>\n<p>La prima: le parole che leggete tra due trattini sono da alcuni ritenute un\u2019aggiunta di chi riporta questa sentenza (Clemente Alessandrino), mentre altri le reputano parole autentiche di Eraclito.<\/p>\n<p>La seconda: \u201cmisura\u201d \u00e8 inesatto perch\u00e9 \u00e8 al plurale (<em>m\u00e9tra<\/em>) e &#8211; insisto! &#8211; i plurali sono assai presenti nella scrittura di Eraclito per poi sparire quasi sempre nelle traduzioni. E qui mi autoaccuso perch\u00e9 non ho tradotto letteralmente: \u201cmisure\u201d, ma solo perch\u00e9 suonava male.<\/p>\n<p>CR (pp. 296-300) propende per l\u2019autenticit\u00e0 eraclitea della precisazione \u201cil medesimo per tutti\u201d, per\u00f2, contemporaneamente mi ingarbuglia parecchio la questione essendo convinta che <em>k<\/em><em>\u00f3<\/em><em>smos<\/em> non designi ancora il cosmo, come comunemente lo intendiamo, ma piuttosto \u201cl\u2019arrangiamento delle cose che ci circondano\u201d.<\/p>\n<p>In questa direzione va anche Colli (A 30) che rende con: \u201cil mondo di fronte a noi\u201d.<\/p>\n<p>Non mancano poi altri illustri studiosi che intendono \u201cil medesimo per tutti\u201d sottintendendo: \u201cmondi\u201d. Ovvero: \u201cil medesimo per tutti i mondi\u201d.<\/p>\n<p>Vi rendete conto, in che razza di pasticci si caccia un disgraziato che si misura con Eraclito?<\/p>\n<p>Ma l\u2019importante \u00e8 non perdersi mai d\u2019animo e vedere in ogni scoglio una possibilit\u00e0 per capire un pochino meglio l\u2019Oscuro.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, non resta che armarsi di pazienza e cercare nel <em>corpus<\/em> eracliteo tutte le altre volte in cui compare <em>k<\/em><em>\u00f3<\/em><em>smos<\/em>; per fortuna pochissime: 89.9, 75.11 e sempre riferite alla metafora del sonno e della veglia &#8211; su cui torneremo &lt;\u00a7 15 bis&gt;.<\/p>\n<p>Vi basti, per il momento, sapere che il tema della pluralit\u00e0 dei mondi, che abbiamo gi\u00e0 toccato brevemente, a proposito del \u201cbestiario dei non-filosofi\u201d, si ripresenter\u00e0 pi\u00f9 d\u2019una volta.<\/p>\n<p>Tornando al fr. 30, Bollack (pp. 222-224), rovesciando l\u2019affermazione: \u201cnessuno degli d\u00e8i e nessuno degli uomini\u201d, deduce che n\u00e9 l\u2019uomo, n\u00e9 gli d\u00e8i sono esseri in grado di \u201cfabbricare mondi\u201d. Bisogna, allora, concentrarsi sul mondo presente, frutto del \u201cfuoco sempre vivo\u201d e, io aggiungerei, nel ritmo del suo divampare e del suo spegnersi.<\/p>\n<p>Inoltre, sempre a proposito del fuoco, vengono in evidenza le tre dimensioni temporali: \u201csempre fu, ed \u00e8 e sar\u00e0\u201d, ossia il passato, il presente e il futuro. Queste tre dimensioni sono una rimembranza della sapienza oracolare, cos\u00ec come vien descritta nell\u2019<em>Iliade<\/em> (I, 70): la sapienza che possedeva l\u2019indovino Calcante. Quello che c\u2019\u00e8 in pi\u00f9, rispetto a questo verso omerico, \u00e8 l\u2019avverbio \u201csempre\u201d, ripetuto per ben due volte.<\/p>\n<p>La scorciatoia sarebbe dire direttamente: \u201ceterno\u201d o \u201ceternit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Ma Eraclito qui non lo dice e, ancora una volta, ci diffida dal forzarlo.<\/p>\n<p>Chiuder\u00f2 questa ignea sequenza con un non facile frammento, che mette in gioco non solo <em>p<\/em><em>\u0177<\/em><em>r<\/em>, ma anche molto di pi\u00f9:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il divino \u00e8 giorno e notte, inverno estate, guerra pace, saziet\u00e0 fame: diviene altro mutandosi allo stesso modo del fuoco, quando commisto alle spezie riceve un nome secondo il piacere di ciascuno (67.32).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Limitiamoci alla coda: ovvero al fatto che il nome del profumo (che esala dalle spezie profuse nei sacrifici rituali o dalla cremazione dei defunti, non so precisarvelo) implica un\u2019attenta riflessione di Eraclito sul linguaggio.<\/p>\n<p>E qui non sono per nulla d\u2019accordo con Diano, che \u00e8 convinto che il fuoco mescolato ad un aroma faccia tutt\u2019uno con la \u201csostanza\u201d, che da quell\u2019aroma emana.<\/p>\n<p>Peccato che la parola <em>ous<\/em><em>\u00ed<\/em><em>a<\/em> (sostanza) non esista proprio nel lessico di Eraclito, infatti \u00e8 un termine che sar\u00e0 caro a Platone e, ancor di pi\u00f9, ad Aristotele.<\/p>\n<p>Ergo, smettiamola con i soliti anacronismi!&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Oltre tutto, se si vuole sostenere che il nome fa tutt\u2019uno con la cosa nominata, mi si spieghi, per favore, quel: \u201csecondo il piacere di ciascuno\u201d, che scatena &#8211; poco da fare! &#8211; un \u201crelativismo\u201d totale.<\/p>\n<p>Uno squadernarsi radicale di pi\u00f9 prospettive.<\/p>\n<p>Ebbene, anche questo ha a che fare con la pluralit\u00e0 dei mondi\u2026<\/p>\n<p>Il che, in particolare, significa che il divino, al pari del fuoco, prende molte sembianze, perch\u00e9 \u00e8 in continua metamorfosi.<\/p>\n<p>Inoltre, come spiega egregiamente Colli (<em>La sapienza greca<\/em>, III, p. 156), qui \u201ci nomi dipendono dai punti di vista\u201d. Insomma, c\u2019\u00e8 in gioco il problema del linguaggio in Eraclito &#8211; che affronteremo &#8211; e, come se non bastasse, anche la grossissima questione dei contrari.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 12. Gli amanti della guerra.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Sar\u00f2 franca fin dall\u2019inizio: non ho nessuna intenzione di magnificare, da una parte, <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> (la guerra, il conflitto) e, dall\u2019altra, enfatizzare i contrari che verrebbero poi a convergere nell\u2019Uno, magari attraverso proprio tale conflitto.<\/p>\n<p>A mio modesto avviso, non esiste in Eraclito nessuna \u201cdottrina dei contrari\u201d e, con grande soddisfazione, ho poi constatato che anche Bollack (pp. 221-222) \u00e8 di questo stesso parere.<\/p>\n<p>E lo si deduce da certe sue pagine, che definire ardue da leggere sarebbe ancora un eufemismo.<\/p>\n<p>Ad ogni buon conto, Bollack ricorre, per corroborare la sua tesi, al fr. 67, dichiarando che le varie coppie (giorno e notte, inverno estate, guerra pace, saziet\u00e0 fame) non sono conciliabili in una unit\u00e0-totalit\u00e0.<\/p>\n<p>E, con mia grande soddisfazione, si appoggia anche al fr. 41: quello dove tutte le cose vengono governate (la solita immagine del timone) attraversando tutte le cose &lt;\u00a7 6&gt;.<\/p>\n<p>Ora, l\u2019importante \u00e8 che abbiate capito, una volta per tutte, che sbarazzarci dei contrari, intesi come pluralit\u00e0, \u00e8 impossibile e che strombazzare &#8211; a proposito del Nostro &#8211; sempre e solo&nbsp; \u201cUno, Uno!\u201d (lo fa spesso Diano), come una parola magica che metta fine alla pluralit\u00e0, \u00e8 un mezzuccio.<\/p>\n<p>Consideriamo, adesso, pi\u00f9 da vicino <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> che abbiamo gi\u00e0 incontrato (fr. 67), appunto, come uno degli elementi di un elenco di coppie che, intuiamo, potrebbe essere continuato indefinitamente.&nbsp;<\/p>\n<p>Cosa fanno, invece, quelli che io chiamo: \u201cgli amanti di <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em>\u201d?<\/p>\n<p>E li definisco cos\u00ec proprio perch\u00e9, trascurando la collocazione non certo centrale di <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> nella sequela del fr. 67, giungono ad affermare che <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> \u00e8 una sorta di principio generativo.<\/p>\n<p>Andiamo, allora, ad una sentenza che potremmo definire il pomo della discordia per gli interpreti di <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em>:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>P<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> \u00e8, da una parte, padre di tutte le cose, dall\u2019altra, di tutte le cose \u00e8 re, e gli uni li ha rivelati (<em>de<\/em><em>\u00ed<\/em><em>knymi<\/em>) d\u00e8i e gli altri uomini, gli uni li ha resi (<em>poi\u00e9o<\/em>) liberi e gli altri schiavi (53).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Al che, \u201cgli amanti di <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em>\u201d &#8211; tra cui spicca Martin Heidegger &#8211; sostengono che in origine, prima ancora degli d\u00e8i e degli uomini, ci sarebbe stato <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> che, appunto, ha prodotto tutti e due. Si tratterebbe, perci\u00f2, non di una lotta umana bens\u00ec di \u201cun conflitto originario\u201d, che \u201corigina i combattenti come tali\u201d (IM, p. 72).<\/p>\n<p>Per coronare la sua analisi, Heidegger parla di \u201cente\u201d e di \u201cessere\u201d: tutti termini che &#8211; non mi stancher\u00f2 mai di ripeterlo! &#8211; in Eraclito non ci sono!<\/p>\n<p>E come ciliegina, Heidegger conclude che <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> e <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> sono la stessa cosa.<\/p>\n<p>Troppo facile!<\/p>\n<p>Certo, c\u2019\u00e8 un altro frammento &#8211; che non esaminer\u00f2 perch\u00e9 corrotto: fr. 80 &#8211; dove <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> sembra possedere una delle caratteristiche del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, ossia \u201cci\u00f2 che \u00e8 comune\u201d &#8211; e del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> ci occuperemo tra pochissimo.<\/p>\n<p>Vorrei chiarire che sono sempre fieramente contraria a quel meccanismo logico, estraneo ad Eraclito, che tende a leggere come interscambiabili suoi vari termini-chiave, quali il Fuoco, <em>P<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em>, <em>L<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, La Cosa Saggia etc., con la scusa che tutti questi hanno caratteristiche e termini comuni, che autorizzerebbero a facili deduzioni. Col risultato che, con tale modo di ragionare<em> sillogistico<\/em>, si traggono conclusioni indebite.<\/p>\n<p>Peccato che Eraclito non conosca la logica aristotelica (CR, pp. 564-565)!<\/p>\n<p>E, ormai lo sapete, il mio grido resta sempre quello: \u201cmorte agli anacronismi!\u201d.<\/p>\n<p>Infatti mai e poi mai Eraclito ci autorizza a ragionare cos\u00ec: sono finte scorciatoie che, invece, ci portano solo lontano da lui.&nbsp;<\/p>\n<p>Torniamo, perci\u00f2, al fr. 53, tanto pi\u00f9 che, oltre al fr. 67 e il fr. 80, non ce ne sono altri dove compaia <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em>.<\/p>\n<p>Tanto per cominciare, i due verbi sono diversi: il primo indica un \u201cmanifestare\u201d e il secondo un \u201cfare\u201d, un \u201crendere\u201d, con buona pace di Diano (14) che, in tutti e due i casi, traduce: \u201cfare\u201d.<\/p>\n<p>(Inoltre, \u201cpadre\u201d e \u201cre\u201d sono messi in contrapposizione. Forse uno \u00e8 un termine pi\u00f9 benevolo, l\u2019altro meno, ma \u00e8 solo una mia ipotesi).<\/p>\n<p>Lo fa notare anche CR (pp. 301-303) che invita a badare alle sfumature quando si traduce e che sposta l\u2019attenzione altrove, ovvero sulle conseguenze della guerra. Una guerra che, a suo avviso, non ha nulla di pre-divino o pre-umano, ma \u00e8 una guerra tra uomini, che finisce, come sempre, con dei vinti che vengono ridotti in schiavit\u00f9, e dei vincitori, che divengono padroni degli schiavi.<\/p>\n<p>Queste erano le conseguenze delle guerre nel mondo antico, a seconda se, alla fine di un conflitto, ci si trovava tra i vinti (quelli che perdevano la loro libert\u00e0) o tra i dominatori.<\/p>\n<p><em>Un mondo dove chiunque poteva diventare schiavo<\/em>.<\/p>\n<p>E che c\u2019entrano gli d\u00e8i? Mi chiederete.<\/p>\n<p>Secondo la mentalit\u00e0 eroica, che Eraclito non rigetta, gli uomini morti gloriosamente in guerra, si mostrano confinanti col divino (5.121).<\/p>\n<p>Non dimentichiamo, inoltre, che, nel fr. 62, <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> \u00e8 visto come una delle tante metamorfosi del divino e non certo come ci\u00f2 che genera il divino.<\/p>\n<p>Inoltre, CR puntualizza che non \u00e8 che Eraclito abbia voluto abbassare il divino, ossia il suo non \u00e8 un \u201cumanesimo\u201d, ma piuttosto un invito rivolto all\u2019uomo a sorpassarsi.<\/p>\n<p>E non \u00e8 finita: per CR (p. 308) non c\u2019\u00e8 solo la guerra a mettere in luce il divino nell\u2019uomo, perch\u00e9 anche la saggezza pu\u00f2 farlo.<\/p>\n<p>Finora vi ho sempre accennato alla pluralit\u00e0 dei mondi, ma, a partire da questo momento, facendo tesoro delle immagini evocate nel fr. 53 e, in particolare, da quel <em>bas<\/em><em>i<\/em><em>le<\/em><em>\u00fa<\/em><em>s<\/em> (re), incomincer\u00f2 a parlare anche di \u201cpluralit\u00e0 dei regni\u201d. Perch\u00e9, nel linguaggio di Eraclito, molti sono i regni: vi \u00e8 un regno degli animali, uno degli uomini e quest\u2019ultimo si scinde in regno degli uomini liberi e in regno degli schiavi (CR, p. 569).<\/p>\n<p>E, quando ci saremo riscaldati i muscoli a dovere &lt;\u00a7 16&gt;, potremo arrivare fino al regno pi\u00f9 misterioso di tutti: \u201cal regno di un bambino\u201d, al regno di <em>ai<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em>, celebrato nel sibillino fr. 52.&nbsp;<\/p>\n<p>Concludendo, potremmo dire che <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> funge, talora, da cartina di tornasole per vedere a che regno si appartiene.<\/p>\n<p>Ma vi sono anche altri reagenti che ce lo possono rivelare.<\/p>\n<p>Spero, insomma, di aver ridimensionato la portata di <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em>, sottraendogli quell\u2019indebito ruolo principe di \u201clotta originaria\u201d (<em>urspr<\/em><em>\u00fc<\/em><em>ngliche Kampf<\/em>) &#8211; e, sottolineo, <em>Kampf<\/em> &#8211; che tanto faceva brillare gli occhi ad Heidegger e, tutt\u2019oggi, riempie di goduria i suoi grigi caudatari.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 13. Il <em>l<\/em><\/strong><strong><em>\u00f3<\/em><\/strong><strong><em>g<\/em><\/strong><strong><em>o<\/em><\/strong><strong><em>s<\/em><\/strong><strong> pu\u00f2 fare a meno di noi?<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Prima di cominciare a parlarvi del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> vi voglio brevemente riferire di un piccolo <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lemos<\/em> telefonico che ebbi giorni fa con mio fratello, quando gli comunicai il titolo di questo paragrafo, s\u00ec quello che avete appena letto.<\/p>\n<p>Solo che, inizialmente, lo avevo formulato in maniera pi\u00f9 drastica: senza punto interrogativo.<\/p>\n<p>Mio fratello non \u00e8 un filosofo, e ciononostante non lo collocherei nel \u201cbestiario dei non-filosofi\u201d: semplicemente le sue opinioni mi interessano perch\u00e9 rivelano un sano buon senso, ma anche certi atavici pregiudizi, di cui chi fa filosofia deve sempre tenere conto.&nbsp;<\/p>\n<p>Lui reag\u00ec piuttosto scandalizzato a quel: \u201cfare a meno\u201d e mi obiettava che il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> si gioca nell\u2019interazione tra gli uomini e che non ha senso parlarne come di un\u2019entit\u00e0 che esiste senza interlocutori.&nbsp;<\/p>\n<p>Mi scaldai subito rispondendogli che lui era imbevuto di atavismi evangelici, in particolare del Vangelo di Giovanni dove il <em>L<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> si presenta addirittura come la seconda persona della Trinit\u00e0.<\/p>\n<p>Nell\u2019incipit di questo testo sacro leggiamo: <em>En ark<\/em><em>\u00ea<\/em> <em>\u00ean<\/em><em> ho l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> (\u201cin principio era il<em> l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>\u201d).<\/p>\n<p>Per la cronaca, quell\u2019<em>e<\/em><em>n ark<\/em><em>\u00ea<\/em> mima l\u2019inizio del <em>Genesi<\/em>, dove si passa immediatamente dopo alla creazione.<\/p>\n<p>Tornando al Vangelo di Giovanni, si parla di una partecipazione del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> alla stessa creazione e in seguito del venire del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> in mezzo agli uomini come luce che illumina ogni uomo. Ma gli uomini non lo riconobbero. E allora <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> si incarn\u00f2 etc.<\/p>\n<p>(Tra parentesi, senza certi Padri della Chiesa, Clemente Alessandrino <em>in primis<\/em>, potremmo benissimo scordarci molti frammenti di Eraclito e ovviamente costoro, citandolo, si rifacevano al Vangelo di Giovanni).<\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>Vedi, si accalorava mio fratello &#8211; che, per coincidenza, si chiama Giovanni &#8211; il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> sta in mezzo agli uomini\u201d e qui ci impelagammo in un\u2019acerba disputa teologica (lui \u00e8 credente, ma non \u00e8 un fanatico,&nbsp; io sono agnostica, ma ho un debole per la Patristica) sul fatto che il Dio ebraico-cristiano avesse bisogno o meno degli uomini, questione che non mi \u00e8 mai stata assolutamente chiara\u2026 ma questa \u00e8 un\u2019altra storia\u2026<\/p>\n<p>La telefonata continu\u00f2, e qui accusai mio fratello di essere influenzato non solo dal Vangelo del suo omonimo, ma anche dal mito del dia-logo, che \u00e8 un caposaldo platonico. <strong>\u201c<\/strong>Che cosa ci sarebbe di male?<strong>\u201d,<\/strong> mi rispose lui. \u201cBeh, il fatto \u00e8 che, nei dialoghi di Platone, la ricerca filosofica comune e dia-logica \u00e8 tutta una finta\u201d, gli ho risposto.<\/p>\n<p>Insomma, a me stava molto pi\u00f9 simpatico <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1225\"><strong>Gorgia<\/strong><\/a><\/span> che, almeno, giocava a carte scoperte parlando di un <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> sommamente persuasivo, cui nessuno era in grado di resistere, che poi si rivelava essere il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> di Gorgia medesimo.<\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>Lasciamo stare le tue fisse su Gorgia, ribatt\u00e9 mio fratello, spiegami piuttosto, una benedetta volta, cos\u2019\u00e8 il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> di Eraclito<strong>\u201d<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>\u201c<\/strong>Eh no &#8211; accidenti! &#8211; mica te lo posso spiegare in due parole: \u00e8 una vita che sto cercando di capirlo pure io! Ti leggi quello che scriver\u00f2 sul mio sito e poi ne parliamo!<strong>\u201d<\/strong>.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 eccoci qua, cari lettori, mi rimbocco le maniche e tento di spiegarvelo.<\/p>\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p><strong>13.bis.<\/strong> <strong>Il <em>l<\/em><\/strong><strong><em>\u00f3go<\/em><\/strong><strong><em>s<\/em><\/strong><strong>, questo sconosciuto!<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Ricomincio, allora, non dopo aver aggiunto, per prudenza, un bel punto interrogativo al titolo dello scorso paragrafo.<\/p>\n<p>User\u00f2 il mio solito metodo, noioso da morire, ma sicuro: passer\u00f2 in rassegna tutti i luoghi dei <em>Frammenti<\/em> in cui ci s\u2019imbatte nel termine <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>.<\/p>\n<p>Partiamo dalle occorrenze meno problematiche, ossia quelle in cui <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> significa semplicemente: \u201cdiscorso\u201d.<\/p>\n<p>Eraclito, ad esempio, sostiene che: \u201cchi \u00e8 tardo di comprendonio (<em>bl<\/em><em>\u00e1<\/em><em>x<\/em>) \u00e8 solito appassionarsi ad ogni discorso\u201d (87.58). Il sottointeso \u00e8 che lo sciocco a tutti tributa la medesima ammirazione, senza saper discernere.<\/p>\n<p>Non cos\u00ec fa lui medesimo, che pur avendo ascoltato i <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>goi<\/em> di tanti non ne ha mai trovato nessuno che la pensi come lui, Eraclito, a proposito della sapienza (108.80). E che cosa ne pensa? Tenete a freno la curiosit\u00e0: lo scopriremo a suo tempo, alla fine del nostro viaggio.<\/p>\n<p><em>L<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> pu\u00f2 avere anche altri significati (CR, pp. 508-511) e uno di questi \u00e8: \u201cmisura\u201d. Eccolo nel fr. 31 dove si parla di un espandersi della terra nel mare e viceversa secondo un medesimo \u201crapporto\u201d.<\/p>\n<p>Un altro significato di <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> \u00e8: \u201cfama\u201d, ossia un tipo di gloria cui tutti i Greci, specie quelli arcaici, tenevano sommamente e che chiamavano in genere: <em>kl\u00e9os<\/em>.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Nel fr. 39 troviamo, inoltre, un\u2019affermazione atipica perch\u00e9 qui Eraclito tributa un omaggio speciale ad un suo contemporaneo. Vi ricordate di come il Nostro se la prendeva con i \u201cmostri sacri\u201d di ogni epoca? Omero, Esiodo, Archiloco, Pitagora, Ecateo, Senofane &lt;\u00a7 6&gt;: non se ne salvava uno! Beh, uno invece fa eccezione: si tratta di Biante \u201cche ha maggiore fama (<em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>) di tutti gli altri uomini\u201d. Al che, se ci viene la curiosit\u00e0 di vedere chi fosse Biante, scopriamo che era un oratore molto apprezzato e che, a differenza di Eraclito, aveva un carattere mite ed era amatissimo dai suoi concittadini.<\/p>\n<p>Biante, era decisamente pi\u00f9 accomodante del Nostro ma, nondimeno, non si faceva illusioni riguardo agli uomini; ce lo testimonia un suo motto: \u201cLa maggior parte degli uomini \u00e8 malvagia\u201d, motto che va a braccetto con una sentenza eraclitea, che gi\u00e0 conosciamo: <em>Hoi pollo\u00ec kako<\/em><em>\u00ed<\/em> (\u201ci molti sono malvagi\u201d, 104).&nbsp;<\/p>\n<p>Finora ci siamo solo trastullati con il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>: ci aspettano frammenti ben pi\u00f9 tosti, ovvero quelli che ci costringono a vederlo sotto una luce decisamente pi\u00f9 \u201cfilosofica\u201d e a spremerci le meningi a pi\u00f9 non posso per tentare di capirli.<\/p>\n<p>Andiamo, perci\u00f2, ad un testo che gi\u00e0 conosciamo, il&nbsp; terribile fr. 1: quello in cui Eraclito ci testimonia il suo rammarico per aver tentato di insegnare inutilmente, appunto, il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>.<\/p>\n<p>Ora, se si legge con estrema attenzione il fr. 1, si scopre che qui il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> \u00e8 visto contemporaneamente in una duplice prospettiva. La prima \u00e8 quella in cui si sottolinea che il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> esiste e che \u201ctutte le cose nascono e divengono secondo il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>\u201d. La seconda riguarda gli uomini che \u201csono sempre ignari\u201d che, anche se fanno esperienza del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, \u00e8 come se non la facessero, e questo rende vano ogni sforzo pedagogico di Eraclito stesso, che ha tentato, senza riuscirvi, di svolgere un ruolo di mediazione tra questi due piani (CR, p. 502). E poi vi sono \u201cgli altri uomini\u201dche del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> non hanno mai sentito parlare e che, in sostanza, vivono infischiandosene altamente.<\/p>\n<p>Insomma, abbiamo contemporaneamente una prospettiva cosmica e una antropocentrica. E non \u00e8 certo l\u2019unica volta. Ricordatevi dell\u2019immagine del fiume! Insomma, spero che ormai vi siate abituati a questo doppio binario della scrittura eraclitea.<\/p>\n<p>Conoscete gi\u00e0 anche un altro frammento in cui Eraclito, disperato per l\u2019umana stupidit\u00e0, esorta a non dar ascolto a lui bens\u00ec al <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>: fr. 50.<\/p>\n<p>Tuttavia, del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> continuiamo a saperne ancora pochino: ormai abbiamo imparato che la stragrande maggioranza degli uomini, Eraclito escluso, continuano ad ignorarlo, bisogna ora che scopriamo qualcosa di pi\u00f9 delle sue caratteristiche.<\/p>\n<p>Ecco quella pi\u00f9 peculiare:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Perci\u00f2 \u00e8 necessario seguire ci\u00f2 che \u00e8 comune: sebbene il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> sia comune, <em>hoi pollo\u00ec<\/em> (ovvero \u201ci non-filosofi\u201d) vivono come se avessero ognuno una propria mente (<em>phr<\/em><em>\u00f3<\/em><em>nesis<\/em>) (2.7).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>S\u2019impone, quindi, la \u201ccomunanza\u201d del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>. E qui vi risparmio tutto quello che c\u2019imbastisce funambolicamente sopra Heidegger (IM, pp. 136-137), a mio parere, violentando e, quel che \u00e8 peggio, infischiandosene del tessuto grammaticale di questo testo greco. E giorno verr\u00e0 che sbugiarder\u00f2 per bene la traduzione e il commento di Heidegger del fr. 2 \u2026<\/p>\n<p>Ma non occupiamoci della Foresta Nera e restiamo in Grecia. Cerchiamo, perci\u00f2, di capire in che consista questa \u201ccomunanza\u201d del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>. Qualcosa forse si scopre leggendo un altro frammento, dove non compare il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, ma quello che l\u2019accompagna: \u201cil pensare\u201d:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Comune a tutti \u00e8 <em>t\u00f2 phrone<\/em><em>\u00ee<\/em><em>n<\/em> (113).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Va detto che non tutti traducono semplicemente <em>t\u00f2<\/em> <em>phrone<\/em><em>\u00ee<\/em><em>n<\/em> con \u201cil pensare\u201d (cos\u00ec traduce Diano, 10), perch\u00e9 <em>phr<\/em><em>\u00f3<\/em><em>nesis<\/em> pu\u00f2 indicare non solo genericamente \u201cla mente\u201d ma, in particolare, \u201cla saggezza\u201d (CR, p. 597). In effetti, \u00e8 cos\u00ec, ma non esiste in italiano un vocabolo che abbia questa duplice sfumatura. Dobbiamo farcene una ragione.<\/p>\n<p>L\u2019ultima occorrenza pure la conosciamo e si tratta di quel sibilino frammento in cui gi\u00e0 ci siamo imbattuti quando vi mostravo come Eraclito dica, e per una sola volta, \u201ctu\u201d.<\/p>\n<p>Ve lo ripropongo:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I confini della <em>psykh\u00e9<\/em>, mentre vai,<em> tu<\/em> non li potrai trovare, anche se percorressi tutte le strade (<em>hod<\/em><em>o\u00ed<\/em>): cos\u00ec esteso (<em>bath<\/em><em>\u00fds<\/em>) \u00e8 il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> che essa possiede (45.51).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Qui abbiamo un <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> che si gioca in ogni <em>psykh\u00e9<\/em>, sempre che ci si voglia mettere in cammino pur sapendo bene che si sta percorrendo una landa sconfinata. Ma chi \u00e8 disposto a fare tale strada (<em>hod<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em>)? Non certo \u201cgli altri uomini\u201d, che poi sono i soliti <em>hoi pollo<\/em><em>\u00ed<\/em>.<\/p>\n<p>E allora, lo capite anche voi che siamo e restiamo nella nebbia pi\u00f9 fitta.<\/p>\n<p>Ossia, siamo messi molto male se vogliamo capire in che consista questa benedetta \u201ccomunanza\u201d. Perch\u00e9, se solo Eraclito e pochissimi altri &#8211; che chiamer\u00f2: \u201ci pochissimi del <em>tu<\/em>\u201d- ne partecipano, che senso ha affermare che il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> \u00e8 comune appannaggio?<\/p>\n<p>Io sinceramente non ne vengo a capo.<\/p>\n<p>Da un lato, abbiamo Eraclito e i \u201cpochissimi del <em>tu<\/em>\u201d e, dall\u2019altro, abbiamo tutti gli altri, che \u201cvivono\u201d (2.7) beati e ignari del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, non ponendosi nemmeno lontanamente questo problema.<\/p>\n<p>Ma non basta: Eraclito <em>sa<\/em> che: \u201ctutte le cose nascono e divengono secondo il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>\u201d (1.1). E come mai <em>lui lo<\/em> <em>sa<\/em>? Vi prego di non domandarmelo, perch\u00e9 lo ignoro.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la prospettiva cosmica, direte, mentre a noi interessa molto di pi\u00f9 il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> della <em>psykh\u00e9<\/em>. Tanto pi\u00f9 che, pur nel suo scacco, nel suo interminabile errare, quel<em> tu<\/em> una propriet\u00e0 almeno ce l\u2019ha, visto che \u201cpossiede\u201d pur sempre il suo <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos.<\/em><\/p>\n<p>Ah s\u00ec?! Ma come fa ad essere \u201csuo\u201d, se la caratteristica del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> \u00e8 di essere comune?<\/p>\n<p>Ci risiamo: nebbia sempre pi\u00f9 impenetrabile.<\/p>\n<p>E allora, in tale incapacit\u00e0 totale di venirne a capo, sento riemergere la domanda che mi era nata ideando il paragrafo precedente: il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> pu\u00f2 fare a meno di noi?<\/p>\n<p>Balziamo, allora, grazie alla nostra<em> phantas<\/em><em>\u00ed<\/em><em>a<\/em>, dalla parte del <em>L<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> &#8211; Eraclito col\u00e0 ci \u00e8 andato, eccome! &#8211; e riformuliamo quella domanda in maniera ancora pi\u00f9 provocatoria: siamo sicuri che al <em>L<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> importi qualcosa di noi? Sia che ce ne viviamo beatamente ignari, come \u201cgli altri uomini\u201d, sia che ci mettiamo in cammino in lungo e in largo per la nostra sterminata <em>psykh\u00e9<\/em>?&nbsp;<\/p>\n<p>Beh, alla fine ho finito per convincermi che di noi, comunque viviamo, che lo conosciamo, che cerchiamo di conoscerlo e falliamo o che non lo conosciamo del tutto, al <em>L<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> non importi proprio un bel nulla.<\/p>\n<p>E voi? Che ne pensate?&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 14. Accenni al problema del linguaggio.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Adesso che ci siamo un poco familiarizzati con il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, o almeno ci abbiamo provato e ci sembra di non aver capito granch\u00e9, abbiamo bisogno di una sorta di pausa.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 \u00e8 necessario che tenti di darvi qualche ragguaglio sul problema del linguaggio, visto che uno dei significati di <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, dopo Eraclito, avr\u00e0 a che fare con l\u2019atto di esprimersi a parole. Penso, in particolare, all\u2019inizio della <em>Politica<\/em> di Aristotele (1253 a 8-10), dove ci\u00f2 che distingue l\u2019uomo dagli altri animali \u00e8 non solo che \u00e8 fatto per vivere nella <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lis, <\/em>ma che \u00e8 parlante, in quanto dotato di <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos.<\/em><\/p>\n<p>Vi ricordate di quel passo del <em>Cratilo<\/em> (402 a), dove si attribuiva ad Eraclito il detto: \u201cNon potrai entrare due volte nello stesso fiume\u201d?&nbsp;<\/p>\n<p>E vi ricordate che Cratilo, se diamo retta ad Aristotele, sosteneva che nello stesso fiume non ci potesse entrare nemmeno una volta sola?<\/p>\n<p>Non temete: non vi sto riconducendo all\u2019immagine del fiume &lt;\u00a7 8&gt; perch\u00e9 abbiamo gi\u00e0 dato.<\/p>\n<p>Diamo solo un\u2019occhiata al resto della testimonianza di Aristotele, dove si narra che Platone da giovane era stato amico di Cratilo, a sua volta, seguace delle dottrine eraclitee, cosicch\u00e9 lo stesso Platone, in qualche maniera, ne era stato influenzato (<em>Metafisica<\/em> 987 a 32-987 b).<\/p>\n<p>Sempre Aristotele racconta che Cratilo, cos\u00ec estremista riguardo all\u2019immersione nel fiume, lo fosse anche su altri fronti, tanto che fin\u00ec per convincersi che non bisognasse neppure parlare, ma solo muovere un dito (<em>Metafisica<\/em>, 1010 a 10-15).<\/p>\n<p>Della difficolt\u00e0 di comunicare con i seguaci di Eraclito aveva gi\u00e0 trattato Platone nel <em>Teeteto<\/em> (181 a), dove \u201cgli Eraclitei\u201d venivano designati come: <em>hoi rh\u00e9ontes<\/em> (\u201ci fluenti\u201d).<\/p>\n<p>Impossibile discutere con loro, che non stanno mai fermi, come se fossero stati punti da dei tafani (<em>Teeteto<\/em>, 179 e). Ed \u00e8 noto come Socrate si autodefinisca un \u201ctafano\u201d, che stimola con la filosofia i suoi concittadini (<em>Apologia<\/em> 30 e).<\/p>\n<p>(A raccontare le prodezze dei fluenti \u00e8 Teodoro, un noto matematico, amico e maestro di Platone, se dobbiamo dar retta a Diogene Laerzio, III, 6).<\/p>\n<p>Proseguiamo nella narrazione contenuta nel <em>Teeteto<\/em> (180 a-b). Se tu domandi qualcosa a qualcuno degli Eraclitei, loro lanciano come frecce formulette enigmatiche. E se cerchi che qualcuno ti dia conto di quello che ha detto, sei colpito da un altro nuovo scambio di parole. Cos\u00ec non ne verrai mai a capo, visto che, detestando tutto ci\u00f2 che \u00e8 statico, nemmeno tra di loro riescono a mettersi d\u2019accordo.<\/p>\n<p>La conseguenza \u00e8 che, se tutto si muove in continuazione, ogni risposta che vien data \u00e8 parimenti corretta, sia che si dica che una cosa \u201c\u00e8 cos\u00ec\u201d o \u201cnon \u00e8 cos\u00ec\u201d.<\/p>\n<p>I fluenti avrebbero, dunque, bisogno di un altro modo di parlare, di un altro linguaggio (<em>\u00e1<\/em><em>lle phon\u00e9<\/em>) e, per il momento, possono dire solo: \u201cnon \u00e8 neppure cos\u00ec\u201d (183 a-b).<\/p>\n<p>E questo passo del <em>Teeteto<\/em> sembra fatto apposta per preparate il terreno al principio di non-contraddizione, che sar\u00e0 poi la specialit\u00e0 di Aristotele, infatti certe righe della <em>Metafisica<\/em> (1008 a 30-34) sono pressoch\u00e9 identiche a quelle del <em>Teeteto<\/em>, appena citate. &nbsp;<\/p>\n<p>E vi avevo gi\u00e0 detto che Aristotele rinfacciava ad Eraclito di esser sprovvisto del principio di non-contraddizione &lt;\u00a7 6&gt;.<\/p>\n<p>Torniamo a Platone e vediamo come il <em>Teeteto<\/em> vada in qualche modo a braccetto con il <em>Cratilo<\/em>, il dialogo dove si affronta, per l\u2019appunto, il problema del linguaggio.&nbsp;<\/p>\n<p>Tuttavia, se si legge, o si rilegge, con calma tutto il dialogo dedicato, appunto, a questo amico del giovane Platone i conti con il Nostro non tornano poi tantissimo.<\/p>\n<p>Anzi, non tornano proprio per niente.<\/p>\n<p>Vi spiego in che senso.<\/p>\n<p>Per la cronaca, ci sono inizialmente due personaggi che stanno discutendo. Uno \u00e8 Cratilo che sostiene che esiste una denominazione corretta \u201cper ciascuna delle cose che sono\u201d e che lo \u00e8 \u201cper natura\u201d.<\/p>\n<p>Il secondo interlocutore \u00e8 Ermogene, che, invece, \u00e8 convinto che l\u2019attribuire nomi avviene secondo un accordo e per convenzione.<\/p>\n<p>Nella disputa s\u2019inserisce, come terzo incomodo, Socrate che pur non sposando nessuna delle due posizioni, non ne \u00e8 equidistante e <em>forse<\/em> \u00e8 pi\u00f9 vicino ad Ermogene. Socrate propone, infatti, una serie di etimologie che stabiliscono una somiglianza tra il nome e quanto viene denominato. E questo poi sconfina nella teoria delle idee, ma questa \u00e8 un\u2019altra storia\u2026<\/p>\n<p>Dico \u201cforse\u201d perch\u00e9 il dialogo lascia, alla fine, il problema irrisolto e le spericolate etimologie e le onomatopee proposte da Socrate hanno un retrogusto da presa in giro.<\/p>\n<p>Inoltre, non vorrei che voi dimenticaste il ributtante paragone col fluire del catarro &lt;\u00a7 7&gt;, contenuto nel finale del <em>Cratilo<\/em>, che di sicuro marca una notevole diffidenza platonica nei confronti delle dottrine eraclitee.<\/p>\n<p>Tuttavia, l\u2019opzione convenzionalista \u00e8 quella che appare rifiutata con maggior decisione.&nbsp;<\/p>\n<p>Ora, incuriosisce che ad un seguace di Eraclito, Cratilo per l\u2019appunto, sia assegnata una posizione antitetica al convenzionalismo linguistico.<\/p>\n<p>Ma siamo proprio sicuri che Eraclito sarebbe contento che la tradizione a lui posteriore desse per scontato tale sua preferenza, seppur implicita?<\/p>\n<p>Io sospetto di no.<\/p>\n<p>Tuttavia, siccome ho il difetto di essere onesta, vi cito un unico frammento in cui al nome sembra corrispondere qualcosa che esiste veramente: \u201cNon conoscerebbero il nome della giustizia, se queste cose non ci fossero\u201d (23.103). Ma quali cose? Si possono solo fare ipotesi. Per cui mi fermo qui.<\/p>\n<p>E ancora, chi \u00e8 per un anti-convenzionalismo linguistico in Eraclito, fa notare che vi sono dei frammenti in cui Eraclito ci fa capire di amare i giochi di parole (25 e 114). E di giochi di parole ne fa a bizzeffe anche Socrate nel <em>Cratilo<\/em>. E li fa per dimostrare, come vi dicevo una somiglianza tra il nome e quello che vien denominato.<\/p>\n<p>Non cos\u00ec Eraclito!<\/p>\n<p>A mio modesto parere, basterebbe anche il solo frammento 48, che gi\u00e0 conosciamo: quello \u201cdel nome dell\u2019arco\u201d (<em>bi<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em>) che invece della vita (<em>b<\/em><em>\u00ed<\/em><em>os<\/em>) procura la morte, per farci capire che \u00e8 impossibile affermare che in Eraclito vi sia una consonanza \u201cper natura\u201d tra ci\u00f2 che \u00e8 nominato e il suo nome.<\/p>\n<p>Anzi, vi pu\u00f2 essere benissimo una totale dissonanza.<\/p>\n<p>Decisivo \u00e8, a mio avviso, il finale di un altro complesso frammento (67.32), che gi\u00e0 avevamo incontrato a proposito del fuoco, un fuoco che si mescola agli aromi generando un profumo cui ciascuno d\u00e0 un nome \u201csecondo il suo gusto\u201d.<\/p>\n<p>In quel caso, si va addirittura assai al di l\u00e0 del convenzionalismo linguistico, perch\u00e9 ogni \u201cannusante\u201d ha una sensazione olfattiva diversa e assegna un nome diverso a quello che percepisce.<\/p>\n<p>Ne deriva un prospettivismo linguistico integrale!<\/p>\n<p>E, ancora una volta, dove va a finire la \u201ccomunanza\u201d del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>? Proprio non ve lo saprei dire<strong>! <\/strong>&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Bene, credo di aver abusato della vostra pazienza, sicch\u00e9 basta cos\u00ec con il problema del linguaggio nel Nostro.<\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p><strong> 15. I filosofi e il sonno.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Toglietemi una curiosit\u00e0: soffrite d\u2019insonnia? Oppure dormite come dei sassi? Fate sognacci? Dimenticate i vostri sogni?<\/p>\n<p>Guardate che non sto facendo delle considerazioni spicciole sull\u2019argomento perch\u00e9 ci troviamo dinnanzi ad una delle metafore pi\u00f9 decisive della storia della filosofia.<\/p>\n<p>Per darvene solo un piccolo assaggio, mi limito a fornirvi tre soli esempi.<\/p>\n<p>Il primo &#8211; una volta tanto, non seguo un criterio cronologico &#8211; \u00e8 forse il pi\u00f9 famoso: un\u2019annotazione autobiografica di Immanuel Kant (1724-1804), quando <em>confessa<\/em> &#8211; Kant si esprime proprio cos\u00ec &#8211; che leggere David Hume (1711-1776) lo svegli\u00f2 dal \u201csonno dogmatico\u201d. E qui il \u201csonno\u201d viene a designare un modo di pensare che la filosofia deve superare per iniziare, in maniera <em>critica<\/em>, la propria ricerca.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Il secondo esempio lo traggo da Platone, all\u2019inizio del nono libro della <em>Repubblica<\/em> (571 c &#8211; 572 b), dove il sonno indica lo stato in cui anche le persone pi\u00f9 moderate vengono smascherate come malvagi potenziali. Infatti, nei sogni di costoro si scatenano desideri terribili e selvaggi nonch\u00e9 turpi e sregolate visioni. E questo succede perch\u00e9, prima di abbandonarsi al sonno, non hanno lasciato desta la parte migliore della loro <em>psykh\u00e9<\/em>, che \u00e8 il <em>logistik<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n.<\/em> Si tratta della parte dotata di <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> che deve, sempre e comunque, tenere a bada le altre parti dell\u2019anima, preda di appetiti e dell\u2019ira. Ne deriva che, per contro, l\u2019uomo temperante e saggio \u00e8 colui che ha completa padronanza non solo della sua veglia ma anche del suo sonno.<\/p>\n<p>Il terzo esempio l\u2019ho trovato in Cartesio (1596-1650), in particolare nelle sue <em>Meditazioni metafisiche<\/em>, opera in cui si compie, dall\u2019inizio alla fine, un grande esorcismo: quello dell\u2019immaginazione. Cartesio, infatti, ritiene che l\u2019immaginazione abbia a che fare con i sensi e, quindi, finisce per sbarazzarsene. Peccato, che, senza l\u2019immaginazione, non sarebbe mai giunto a dubitare e ad affermare di essere soprattutto una <em>res cogitans<\/em>, ossia una cosa che pensa (II, 23).<\/p>\n<p>Ma torniamo alle primissime, immaginifiche, pagine delle <em>Meditazioni<\/em>, dove Cartesio, per mostrare che i sensi ci possono ingannare, ricorre, in un primo momento, alle illusioni dei pazzi, i quali credono di essere dei re mentre sono dei miserabili, d\u2019indossare vesti di porpora quando invece sono nudi, di avere una testa d\u2019argilla o di essere delle cucurbitacee o di essere fatti di vetro. Poi Cartesio s\u2019accorge che un simile esempio &#8211; quello della pazzia &#8211; non pu\u00f2 essere persuasivo perch\u00e9 lo si accuserebbe d\u2019essere un pazzo lui pure, visto che si rif\u00e0 ai dementi per regolarsi per quello che lo riguarda.<\/p>\n<p>Insomma, teme che i suoi lettori si chiamino fuori da tanta insensatezza e non lo seguano pi\u00f9 nei suoi ragionamenti.<\/p>\n<p>Allora, Cartesio aggiusta il tiro e sceglie un esempio pi\u00f9 universale, che coinvolga tutti, e parla del sonno. Tutti, infatti, di notte dormono e si rappresentano in sogno le stesse cose che quei pazzi vedono durante la veglia. E qui Cartesio racconta un suo sogno ricorrente: ossia d\u2019aver sognato molte volte d\u2019essere l\u00e0 &#8211; intuiamo, dove sta scrivendo in quel momento &#8211; vestito in vestaglia accanto al fuoco, mentre, invece, \u00e8 nudo nel suo letto. E non c\u2019\u00e8 modo di distinguere la veglia dal sonno con criteri certi.<\/p>\n<p>Allora, constatando proprio questo, Cartesio vien preso da uno stupore tale che lo porta quasi a convincersi che, ancora una volta, sta sognando (I, 9-10).<\/p>\n<p>Cartesio elude, momentaneamente, tale smarrimento dichiarando che una certezza resta indubitabile: \u201ctanto che io sia desto quanto che io dorma, due pi\u00f9 tre far\u00e0 sempre cinque\u201d (I, 12).<\/p>\n<p>Ho detto, \u201cmomentaneamente\u201d, perch\u00e9 anche questo baluardo, di l\u00ec a poco, croller\u00e0, dato che entrer\u00e0 in scena un \u201cdubbio iperbolico\u201d: quello che un \u201cgenio maligno\u201d c\u2019inganni su ogni fronte, per cui potrebbero essere illusioni oniriche, non solo tutte le nostre sensazioni, ma financo le stesse verit\u00e0 matematiche.<\/p>\n<p>Il modo in cui Cartesio uscir\u00e0, o tenter\u00e0 di uscire, da questa trappola senza fine dei sogni ingannatori costituisce la parte pi\u00f9 deludente delle <em>Meditazioni<\/em> ed \u00e8 veramente un\u2019altra storia\u2026<\/p>\n<p>Perci\u00f2, fermiamoci qui: mi basta avervi dato un piccolo assaggio di come la metafora del sonno possa gonfiarsi a dismisura nel corso della storia della filosofia.&nbsp;<\/p>\n<p>Ma chi ha innescato per primo la problematica del sonno e della veglia?<\/p>\n<p>Ecco, vedo che l\u2019avete gi\u00e0 indovinato\u2026&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p><strong>15.bis. La veglia e il sonno.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ebbene, dobbiamo ad Eraclito questa attenzione privilegiata al sonno e in generale all\u2019averlo ammantato di un\u2019aura anti-filosofica. Quella che io chiamo &#8211; mi si perdoni il neologismo &#8211; <em>misoipn<\/em><em>\u00ed<\/em><em>a<\/em>.<\/p>\n<p>Ma siamo sicuri che solo il sonno sia l\u2019immagine di quanto vien deprecato da Eraclito? Ossia, siamo proprio sicuri che, viceversa, l\u2019immagine della veglia corrisponda alla \u201cfilosofia\u201d?<\/p>\n<p>Ve lo dico perch\u00e9, fino ad un anno fa, quando rileggevo ancora superficialmente i <em>Frammenti<\/em>, credevo di avere le idee molto chiare sulla contrapposizione veglia-sonno, filosofia e non-filosofia, e mi ci beavo ma, come sempre, quando si sguazza nelle semplificazioni, non si fa mai nessun progresso nel cercare di capire un autore.<\/p>\n<p>E vi mostrer\u00f2 perch\u00e9.<\/p>\n<p>Ripigliamo, allora, in mano, il tremendo fr. 1 e rileggiamone solo un piccolissimo brano, che ritradurr\u00f2 ora con pi\u00f9 cura: \u201cgli altri uomini non s\u2019avvedono (<em>lanth<\/em><em>\u00e1<\/em><em>no<\/em>) di tutto quello che fanno una volta svegli cos\u00ec come non si ricordano (<em>epilanth<\/em><em>\u00e1<\/em><em>no<\/em>) di tutto quello che fanno quando dormono\u201d.<\/p>\n<p>Devo all\u2019aiuto di Colli (A 9), cui mi sono in parte appoggiata, l\u2019aver scelto questa resa, dopo averne scartate varie altre.<\/p>\n<p>Innanzitutto, viene a cadere la barriera tra la veglia e il sonno e viene a cadere, appunto, per i \u201cnon-filosofi\u201d. Costoro, che sono ignari del <em>l<\/em><em>\u00f3gos<\/em>, sia che si sveglino sia che continuino a dormire, non sanno quello che fanno e vivono immersi nell\u2019oblio. Non si tratta semplicemente di dimenticare i propri sogni, una volta destati, perch\u00e9 la stessa inconsapevolezza, accompagna \u201cgli altri uomini\u201d anche in quella che vien comunamente chiamata \u201cveglia\u201d, che continua ad essere un sonno immemore.<\/p>\n<p>(Tra parentesi, cercheremmo invano la parola <em>h<\/em><em>\u00f3neiros<\/em>, ossia: \u201csogno\u201d, nel lessico eracliteo).<\/p>\n<p>E ora dobbiamo farci strada in mezzo ad altri testi di Eraclito sempre sulla veglia e il sonno, che sembrano suggerire tutt\u2019altra interpretazione.&nbsp;<\/p>\n<p>Vi ricordate il problema della \u201ccomunanza\u201d del <em>l<\/em><em>\u00f3gos<\/em>, che ci aveva sommerso in un mare di dubbi? Beh, questa questione irrisolta torna a galla proprio a proposito del sonno e parrebbe trovare una soluzione pacificante:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per quelli che sono svegli il <em>k<\/em><em>\u00f3smos<\/em> \u00e8 uno e comune (per i dormienti ciascuno si rifugia in un <em>k<\/em><em>\u00f3smos<\/em> proprio e privato) (89.9).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vedete una parentesi perch\u00e9, secondo molti interpreti, si tratterebbe di un\u2019aggiunta di Plutarco (<em>De superstitione<\/em>, 166 c). Riguardo a questa disputa, faccio fatica a prendere partito e son dell\u2019avviso che, se Plutarco \u00e8 intervenuto, lo ha fatto tenendo presente, ad esempio, i frammenti 1 e 2, dove la \u201ccomunanza\u201d \u00e8, appunto, in gioco.<\/p>\n<p>Resta aperta, per\u00f2, una questione cui sono molto affezionata, ossia quella della \u201cpluralit\u00e0 dei mondi\u201d\u2026 o dei regni.<\/p>\n<p>Andiamo, perci\u00f2, a quanto trasmessoci da Marco Aurelio (IV, 46), che, chiamando in causa Eraclito, cos\u00ec ci ammonisce:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non bisogna fare o parlare come se si stesse dormendo (73.12).&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E adesso capite anche voi perch\u00e9, forte di queste conferme, e in particolare, proprio grazie a quest\u2019ultima sentenza, per lungo tempo m\u2019ero cullata nell\u2019idea pacificante di una dicotomia netta tra veglia e sonno, filosofia e non-filosofia.<\/p>\n<p>Tuttavia, il ruolo dell\u2019imperatore-filosofo come testimone di Eraclito ingenera ulteriori problemi. CR (p. 246), ad esempio, nota che Marco Aurelio cita a memoria, visto che sono presenti termini che non appartengono all\u2019epoca di Eraclito. Lo si vede soprattutto in un altro frammento di ardua interpretazione:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I dormienti sono operatori e cooperatori di ci\u00f2 che accade nel <em>k<\/em><em>\u00f3smos<\/em> (75.11).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ora, per non scoraggiarci, noi poveri interpreti dell\u2019Oscuro, dopo aver letto questa sbalorditiva affermazione, bisogna che leggiamo l\u2019intero testo in questione di Marco Aurelio (VI, 42).<\/p>\n<p>Infatti, non basta dire che certi termini (ad es. \u201ccooperatori\u201d) sono pi\u00f9 tardi rispetto all\u2019epoca di Eraclito, oppure che <em>k<\/em><em>\u00f3smos<\/em> ha nel Nostro un significato molto pi\u00f9 ristretto e non pu\u00f2 indicare: \u201cuniverso\u201d &#8211; su questo preferisco sospendere il giudizio &#8211; dato che \u00e8 tutta un\u2019altra concezione che emerge rispetto ad Eraclito.<\/p>\n<p>E di che si tratta?<\/p>\n<p>Si tratta della visione della filosofia stoica, cui Marco Aurelio s\u2019ispirava e che voleva vedere in Eraclito un proprio antesignano. E questo, non solo per la teoria della conflagrazione universale ciclica &lt;\u00a7 11&gt;, ma soprattutto per la concezione della Provvidenza divina, che era fondamentale per gli Stoici.<\/p>\n<p>E qui non posso che essere d\u2019accordo con Nietzsche (FETG, \u00a7 7), il quale deprecava questo appiattimento finalistico che gli Stoici fanno di Eraclito.<\/p>\n<p>Ve lo faccio toccare con mano.<\/p>\n<p>Marco Aurelio dice che tutti, anche \u201cgli addormentati\u201d collaborano, a modo loro, a quello che accade nel <em>k<\/em><em>\u00f3smos<\/em>, e cos\u00ec pure quelli che si lamentano sempre e mettono i bastoni tra le ruote, \u201cperch\u00e9 il <em>k<\/em><em>\u00f3smos<\/em> ha bisogno anche di gente siffatta (\u2026) poich\u00e9 chi regge tutte le cose sapr\u00e0 utilizzar<em>ti<\/em>\u201d (VI, 42)\u2026 notate il \u201ctu\u201d!\u2026<\/p>\n<p>Sempre tenendo conto che, per Marco Aurelio, chi governa tutte le cose \u00e8 il <em>l\u00f3gos<\/em> (IV, 46).<\/p>\n<p>Capite bene, che in questa visione del mondo, \u201cgli altri uomini\u201d ossia \u201ci dormienti\u201d, trovano comunque una collocazione provvidenziale. E viene a cadere ogni nostra difficolt\u00e0 circa la \u201ccomunanza\u201d e la \u201cprivatezza\u201d ma anche la \u201cpluralit\u00e0 dei mondi\u201d svanisce come neve al sole.&nbsp;<\/p>\n<p>In una visione provvidenziale, che \u00e8 sempre ottimistica, tutti i conti tornano che \u00e8 una meraviglia e anche gli imbecilli si rivelano indispensabili, ma siamo sicuri che Eraclito ragioni cos\u00ec?<\/p>\n<p>Io ho miei dubbi.<\/p>\n<p>Inoltre, quando cercavamo di capire la funzione del Fuoco, avevamo visto che era, appunto, qualcosa di igneo, il fulmine, a reggere il timone di tutte le cose (64). Ma pi\u00f9 volte vi avevo messo in guardia dall\u2019operare facili equivalenze, tipo: Fuoco=<em>L\u00f3gos<\/em>.<\/p>\n<p>Tanto pi\u00f9 che, se leggiamo con attenzione il fr. 1, scopriamo che \u201ctutte le cose nascono e divengono secondo il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>\u201d. Appunto! Scusate, sar\u00f2 eccessivamente pignola, ma qui si parla di nascita e di mutamento (<em>g<\/em><em>\u00ed<\/em><em>gnomai<\/em>) e non di un <em>governo<\/em> <em>logico<\/em> di tutte le cose!<\/p>\n<p>(Rileggete, per favore, il fr. 30 &lt;\u00a7 11&gt; e rinfrescatevi la memoria sul <em>k<\/em><em>\u00f3smos <\/em>e sul Fuoco).<\/p>\n<p>Insomma, spero che abbiate capito che, se ci si vuole appoggiare a questi passi di Marco Aurelio, bisogna andare con i piedi di piombo.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Siete stremati? Io pure lo sono, ma tirate un po\u2019 il fiato, e magari concedetevi una pausa, perch\u00e9 stiamo per affrontare altri due frammenti che, vi giuro, farei di tutto pur di non proporveli, da quanto sono micidiali.<\/p>\n<p>Per\u00f2 parlano del sonno e, cos\u00ec, non possiamo proprio dribblarli.<\/p>\n<p>Ecco il primo:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019uomo accende a se stesso una luce nella notte, quando i suoi occhi si spengono. Da vivo tocca il morto, quando dorme. E da sveglio \u00e8 in contatto con il dormiente (26.25).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Calma e sangue freddo!<\/p>\n<p>L\u2019<em>imag\u00e9rie<\/em> evocata \u00e8 quella delle processioni notturne e rituali, in cui il fuoco viene propagato tramite contatto (<em>h<\/em><em>\u00e1<\/em><em>ptomai<\/em> qui viene a significare sia \u201ctoccare\u201d, sia \u201caccendere\u201d) da una torcia all\u2019altra, come spiega egregiamente CR (p. 237). Vi \u00e8, dunque, un gioco di parole intraducibile in italiano.<\/p>\n<p>Ora, queste pratiche cultuali appartenevano ad un tipo di religiosit\u00e0 tradizionale, che ad Eraclito non garbava, ma che lui aveva assai presente e da cui spesso attingeva per forgiare immagini.<\/p>\n<p>Dopo, averci riflettuto moltissimo, sono riuscita a capire che chi \u00e8 vigilante lo \u00e8 sia che sia sveglio, sia che dorma. E non sarei arrivata a questa conclusione senza il sostegno di CR (p. 241).&nbsp;<\/p>\n<p>Passiamo al secondo frammento, anch\u2019esso imperniato sulla contiguit\u00e0 vita-morte, sonno-veglia:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 la morte quella che vediamo quando ci svegliamo, e tutto quello che vediamo quando dormiamo \u00e8 il sonno (21.23).&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Tra le molte interpretazioni, opto per quella di CR (pp. 234-235): il sonno visibile agli addormentati designa quello che comunemente gli uomini chiamano: \u201cvivere\u201d. Perci\u00f2, quello che scopriamo nell\u2019atto di svegliarci \u00e8 una vita che \u00e8 morte, sottinteso, perch\u00e9 senza il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 oltre non posso spingermi.<\/p>\n<p>Spero che questi due famigerati frammenti siano riusciti a farvi capire che, fossilizzandoci su una contrapposizione rigida: veglia=filosofia e sonno=non-filosofia, non saremmo andati da nessuna parte. Perch\u00e9 vi pu\u00f2 essere benissimo una veglia che veglia non \u00e8, ossia una vita che vita non \u00e8. E lo si capisce dal fatto che a tutto questo s\u2019aggiunge l\u2019immagine della morte.<\/p>\n<p>Bene, siamo oramai pronti per affrontare uno dei frammenti pi\u00f9 belli e pi\u00f9 inquietanti dell\u2019Oscuro, giocato su coppie di contrari, tra cui alcuni che conosciamo da poco e altri che ora conosceremo:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La stessa cosa risiede in noi: il vivo e il morto, il destato e il dormiente, il giovane e il vecchio, come pezzi sulla scacchiera che vengono rovesciati (<em>metap<\/em><em>\u00ed<\/em><em>pto<\/em>), gli uni infatti prendono il posto (<em>metap<\/em><em>\u00ed<\/em><em>tpto<\/em>) degli altri, gli altri prendono il posto degli uni (88).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019interpretazione di CR (pp. 227-228) mi ha subito colpito per l\u2019attenzione all\u2019attacco del frammento, che vien talora mutilato, ad esempio, in Diano (22) che comincia bruscamente: \u201cLa stessa cosa sono il vivo e il morto etc.\u201d.<\/p>\n<p>Il dubbio che la questione si presentasse pi\u00f9 complessa me lo aveva gi\u00e0 suggerito Colli (A 115): \u201cE dentro di noi \u00e8 presente un\u2019unica cosa: vivente e morto etc.\u201d.<\/p>\n<p>CR chiarisce subito che non si tratta dello stesso uomo, o di una stessa anima, ma di qualcosa che mostra alternativamente la sua faccia di vita e la sua faccia di morte, la sua faccia d\u2019infanzia e di vecchiaia. E spiega ulteriormente: il morto, l\u2019addormentato e il vecchio non stanno ad indicare un uomo morto, un uomo addormentato, un vecchio ma la<em> cosa presente <\/em>ad un uomo morto, ad un uomo addormentato e ad un vecchio.<\/p>\n<p>E, aggiungo, contemporaneamente, la <em>cosa presente<\/em> ad un vivo, ad un desto e ad un giovane.<\/p>\n<p>Inoltre, verbo chiave per comprendere l\u2019intero frammento \u00e8 <em>metap<\/em><em>\u00ed<\/em><em>pto<\/em>.<\/p>\n<p>Se vi ricordate, avevamo gi\u00e0 incontrato questo verbo nel <em>Cratilo<\/em> (440 a-b) e allora &lt;\u00a7 7&gt; m\u2019ero contentata di renderlo con un generico \u201ccambiare\u201d.<\/p>\n<p>Qui, nel fr. 88, CR sostiene che tale verbo, che implica un rovesciamento totale, richiama un antico gioco che si svolgeva su una scacchiera, un gioco che assomiglia alla nostra dama. Abbiamo dei pedoni bianchi (che forse qui designano la vita, la veglia, la giovinezza) in lizza con dei pedoni neri (forse, la morte, il sonno, la vecchiaia) e cotali \u201cpezzi\u201d producono configurazioni mobili, sempre cangianti e sempre rinnovate.<\/p>\n<p>Vi confesso che questa interpretazione all\u2019inizio m\u2019aveva lasciata smarrita, scossa, ma poi, pi\u00f9 ci riflettevo, pi\u00f9 m\u2019accorgevo che era la pi\u00f9 convincente. Soprattutto m\u2019offriva una soluzione brillante per uscire da una vieta <em>coincidentia<\/em> <em>oppositorum<\/em>, quella che si limita a dire: il vivo, il morto, il desto, il dormiente, il giovane e il vecchio sono la stessa identica cosa. Eh no! Cos\u00ec finisce che non vi \u00e8 nessun mobile rovesciamento.<\/p>\n<p>Insomma, dobbiamo sforzarci di capire che mai la faccia di uno stato (vita, veglia, giovinezza) \u00e8 quella definitiva e sempre trapassa in quell\u2019altra faccia (morte, sonno, vecchiaia) che <em>sembra essere semplicemente il suo contrario, ma che, invece, non \u00e8 che il frutto di uno scambio di ruoli in cui il gioco ricomincia, comincia e, daccapo, ricomincia. <\/em><\/p>\n<p>Ecco, siamo giunti alla fine di questa lunga e perigliosa traversata nei regni cangianti della veglia e del sonno; non volevo darvi certezze definitive ma piuttosto uno stimolo a non irrigidirci mai, specie quando si ha a che fare con le enigmatiche metafore dell\u2019Oscuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1321\"><strong>(Continua la lettura)<\/strong><\/a><\/span><\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><strong>10.<\/strong> Anche Bruno Snell (<em>L\u2019uomo nella concezione di Omero<\/em>, in <em>La<\/em> <em>cultura greca<\/em> cit. pp. 19-47) \u00e8 del parere che <em>bath<\/em><em>\u00fds <\/em>non sia da intendersi nel senso nella profondit\u00e0. Secondo lui, per\u00f2, tale illimitatezza sarebbe qualcosa di \u201cspirituale\u201d che si distingue dal mondo fisico (pp. 40-41). Nonostante il mio massimo rispetto per Snell, questo dualismo mi lascia assai perplessa.<\/p>\n<p><strong>11.<\/strong> Non posso tacere una formidabile stroncatura della filosofia heideggeriana, fatta da un grande scrittore austriaco, proprio a partire dalla mitica <em>H<\/em><em>\u00fc<\/em><em>tte<\/em> (casa-capanna), dove abit\u00f2 a lungo Martin Heidegger nella Foresta Nera: Thomas Bernhardt, <em>Antichi maestri (Commedia),<\/em> trad. it. di Anna Ruchat, Milano, Adelphi, 1992 (ed. or. 1985), pp. 60-65. Si tratta di pagine della satira filosofica pi\u00f9 feroce ed esilarante che mai abbia letto e che mai legger\u00f2: ve le consiglio caldamente!<br \/>\nMartin Heidegger, Eugen Fink,<em> Eraclito<\/em>, edizione italiana a cura di Adriano Ardovino, Bari, Laterza, 2019 (ed. or. 1970).<\/p>\n<p><strong>13.bis. <\/strong>Se volete farvi un\u2019idea del <em>kl\u00e9os<\/em>, cliccate, ancora una volta, su <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1276\"><strong>Le Sirene e i Lotofagi son forse parenti?<br \/>\n<\/strong><\/a><\/span>Per la cronaca, Platone, nel<em> Protagora<\/em> (342 a), annovera Biante nel suo elenco di sette filosofi che eccellevano nel comporre ottime sentenze brevi. Se volete sapere qualcosa di Biante, vi consiglio non tanto di cercare sue notizie su Google, dove scarseggiano, bens\u00ec direttamente in DL, I, 82-88. Vi assicuro che il personaggio merita.<br \/>\nColli (A 103) non traduce <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> (del fr. 39) con \u201cfama\u201d, bens\u00ec nello stesso modo con cui lui rende sempre <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, ossia con \u201cespressione\u201d, probabilmente legandolo alla valent\u00eda oratoria di Biante. Ebbene, in questo caso, la resa \u201cespressione\u201d ha un suo perch\u00e9, ma, in tutti gli altri casi, mi lascia decisamente perplessa.<br \/>\nPer completare la rassegna di tutti i passi in cui compare <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos <\/em>nel <em>Frammenti<\/em>, resterebbero ancora il fr. 115 e il fr. 72, ma ho omesso di analizzarli perch\u00e9 c\u2019\u00e8 grande discordia tra gli studiosi nel considerarli autentici.<\/p>\n<p><strong>15.<\/strong> Immanuel Kant, parla di risveglio dal \u201csonno dogmatico\u201d nella sua <em>Prefazione<\/em> a <em>Prolegomeni ad ogni futura metafisica che vorr\u00e0 presentarsi come scienza<\/em>, trad. it. di Pantaleo Carabellese, Introduzione di Hansmichael Honneger, Bari, Laterza, 1996 (ed. or. 1783).<br \/>\nSe vi venisse la curiosit\u00e0 di indagare pi\u00f9 a fondo circa i miei rapporti con Cartesio e, soprattutto, di dare un\u2019occhiata a come ragiona costui e in che situazione amasse dedicarsi alla filosofia, cliccate su: <strong><span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1262\">Confessione filosofica<\/a><\/span>. <\/strong><\/p>\n<p><strong>15.bis. <\/strong>Chi conosce a fondo Eraclito potrebbe obiettarmi che, se non \u00e8 presente in lui un finalismo vero e proprio, tuttavia, vi si pu\u00f2 vedere una forma aurorale di provvidenzialismo, quando parla della <em>d<\/em><em>\u00ed<\/em><em>ke<\/em>, ossia della giustizia. Si tratta di frr. 23, 28, 80, 94, che ho omesso di trattare &#8211; fatta eccezione per il fr. 23 &#8211; perch\u00e9 non ho mai detto di aver l\u2019intenzione di trattare tutti i nodi problematici del Nostro, e poi perch\u00e9 mi pare che certi testi chiamino in gioco la questione dell\u2019<em>h<\/em><em>\u00fd<\/em><em>bris<\/em> (l\u2019oltrepassamento di un limite), e piuttosto che la <em>pr<\/em><em>\u00f3<\/em><em>noia<\/em>, ossia un piano provvidenziale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>10. Il \u201ctu\u201d di Eraclito. Dopo che Eraclito, dicendo orgogliosamente e sconsolatamente eg\u00f3, sembra escludere tutti gli altri, sembra esserci anche un\u2019altra possibilit\u00e0. E questo nuovo scenario si apre allorquando l\u2019Oscuro usa la seconda persona singolare. 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