{"id":1304,"date":"2021-04-29T16:03:06","date_gmt":"2021-04-29T14:03:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1304"},"modified":"2021-11-16T17:23:57","modified_gmt":"2021-11-16T16:23:57","slug":"1304-2","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1304","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<h2 style=\"text-align: center;\"><strong>Un anno con Eraclito<\/strong><em><br \/>\n<\/em><\/h2>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Per mio fratello Giovanni<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Premessa: Eraclito come sfida.<\/strong><\/p>\n<p>La primavera scorsa si era in pieno lockdown e, non facendo uso di ansiolitici, n\u00e9 di stupefacenti, mi rifugiai in una delle mie droghe preferite, ossia la filosofia greca antica.<\/p>\n<p>In passato avevo bazzicato spesso<span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1225\"><strong> Gorgia<\/strong><\/a><\/span>, il grande sofista, che amo molto, e Platone, che non amo affatto, ma che \u00e8 indispensabile conoscere, e pure a menadito, se si vuol dire qualcosa di sensato riguardo alla filosofia d\u2019ogni epoca.<\/p>\n<p>Quanto al mondo greco arcaico, ormai quasi tutti conoscono la mia indomabile passione per i poemi omerici, che per me restano e resteranno una fonte inesauribile di stupore e di godimento<em>.<\/em><\/p>\n<p>Col\u00e0 ormai mi sento un po\u2019 a casa mia.<\/p>\n<p>Rimaneva, nel mezzo, una terra di nessuno e, soprattutto, un autore del sesto secolo a. C. che avevo letto e riletto, rapsodicamente, per decenni ma che mi ispirava troppo timore reverenziale perch\u00e9 mi sfiorasse anche la pi\u00f9 remota tentazione di scriverci mai alcunch\u00e9.<\/p>\n<p>Si tratta di Eraclito.<\/p>\n<p>Ecco, ormai ho scritto il suo nome e tremo tutta perch\u00e9 non mi posso pi\u00f9 tirare indietro e comincia la scommessa di intrattenervi su uno dei pensatori pi\u00f9 tremendi ed enigmatici che siano mai esistiti.<\/p>\n<p>Per la cronaca, gi\u00e0 dall\u2019Antichit\u00e0 lo definivano: l\u2019Oscuro, non so se mi spiego!<\/p>\n<p>Per decidermi a osare tanto, un ruolo importante lo ha giocato la mia et\u00e0 anagrafica: avrei compiuto 70 anni nel luglio del 2020, uno spartiacque cruciale, poco da fare!<\/p>\n<p>Una scadenza che mi ha fatto esclamare: o adesso o mai pi\u00f9!&nbsp;<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi stato un altro evento che mi ha deciso a non lasciare tracce solo informi della mia ricerca (ossia una cospicua ridda di schemi e di appunti): in autunno avrei dovuto, e voluto, recarmi presso l\u2019Universit\u00e0 di Trieste. Col\u00e0, ogni anno, tengo un breve ciclo di lezioni, che, questa volta, avevo gi\u00e0 deciso vertessero su Eraclito. Tuttavia, il Covid ha fatto in modo che tale progetto venisse rimandato <em>sine die<\/em>.<\/p>\n<p>E, allora, a maggior ragione, mi son decisa a mettermi a scrivere, non certo perch\u00e9 mi sentissi pronta &#8211; con un autore come Eraclito non si sarebbe pronti nemmeno se ci si fosse votati a lui interamente fin dai tempi del liceo &#8211; ma perch\u00e9 pi\u00f9 aspettavo, pi\u00f9 i dubbi di non farcela o che ci sarebbero voluti almeno altri due anni di studio, mi assillavano\u2026 e la vita \u00e8 breve.<\/p>\n<p>Visto che ve la devo dire tutta, c\u2019era anche dell\u2019altro che mi tratteneva, ed era che Eraclito \u00e8 affascinato dal tempo del cosmo e da un fantomatico <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>: tutte cose che stentiamo a capire cosa siano o siano state.<\/p>\n<p>Insomma, argomenti non immediatamente comprensibili e nemmeno congeniali per la sottoscritta.<\/p>\n<p>S\u00ec, perch\u00e9 sono una che ama soprattutto le questioni di poetica, ovvero di come chi compone sia poesia che prosa, s\u2019interroga riguardo alle strategie da mettere in atto per raccontare.<\/p>\n<p>Con Eraclito, invece, racconto zero, ma solo pennellate dal sapore spesso sapienziale, enfatizzate dalla sua scrittura in frammenti, dovuta a come ci \u00e8 giunta, citata a spizzichi e bocconi da autori, talora molto pi\u00f9 tardi.<\/p>\n<p>Ma orami il dado \u00e8 tratto: siete anche voi della partita.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 giusto che sappiate che quello che state per leggere non \u00e8 una sorta di \u201ctutto quello che avreste voluto sapere su Eraclito e non avete osato mai chiedere\u201d.<\/p>\n<p>E non \u00e8 nemmeno un excursus esaustivo del suo pensiero in toto, ma piuttosto un corpo a corpo della sottoscritta con l\u2019Oscuro.<\/p>\n<p>Ors\u00f9, la sfida ha inizio: Eraclito a noi due!<\/p>\n<p>Ma anche: Eraclito a noi!<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>1. Il campo di battaglia.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Prima di entrare nel vivo, forse ha un qualche interesse che vi descriva che cosa si trovi ora di eracliteo sul mio &#8211; ahim\u00e8! tutt\u2019altro che ordinato &#8211; tavolo da lavoro.<\/p>\n<p>L\u2019unico tavolo di cui dispongo nel mio microbico appartamento, tavolo su cui studio, scrivo, mangio e bivacco.<\/p>\n<p>Cos\u00ec vi fate subito un\u2019idea dei \u201cferri del mestiere\u201d.<\/p>\n<p>Innanzi tutto, la vecchia, ma pur sempre capitale, traduzione di Carlo Diano (1902-1974) dei <em>Frammenti e le Testimonianze<\/em>, che fu edita postuma grazie a Giuseppe Serra.<\/p>\n<p>Nelle immediate vicinanze si trova un altro classico, almeno per il lettore italiano: la traduzione di Giorgio Colli (1917-1979), che corrisponde al terzo volume de <em>La sapienza greca<\/em>. Anche questa versione usc\u00ec postuma.<\/p>\n<p>Ecco, perci\u00f2, un dettaglio logistico: ogni volta che citer\u00f2, direttamente o indirettamente, un frammento, compariranno, quasi sempre, due numeri di seguito: il primo (che non mancher\u00e0 mai) si riferir\u00e0 all\u2019edizione canonica Diels-Kranz e il secondo (che talora potr\u00e0 mancare) alla numerazione proposta da Diano.<\/p>\n<p>Quando, invece, mi appogger\u00f2, per qualche singolo frammento, ad una traduzione di Colli, segnaler\u00f2 anche la sua numerazione.<\/p>\n<p>(Tra parentesi, continuare a battagliare con diverse numerazioni \u00e8 una cosa che, come minimo, procura un bell\u2019esaurimento nervoso. Eh s\u00ec, bisogna essere parecchio innamorati di Eraclito per sciropparsi in continuazione&nbsp; uggiosissime \u201ctavole di concordanze\u201d\u2026).<\/p>\n<p>Tornando al \u201ccampo di battaglia\u201d, ossia al mio tavolo, campeggia anche il preziosissimo studio di Cl\u00e9mence Ramnoux (1905-1997): <em>H\u00e9raclite ou l\u2019homme entre les choses et les mots<\/em> (saggio mai tradotto in italiano, come nessun\u2019altra opera di questa geniale studiosa), librone, che, a mio modesto avviso, racchiude in s\u00e9 le pagine pi\u00f9 acute e brillanti mai scritte su Eraclito.<\/p>\n<p>E ve lo posso confessare spudoratamente: senza l\u2019aiuto di Cl\u00e9mence Ramnoux (d\u2019ora in poi CR), brancolerei ancora nel buio. CR si \u00e8 dedicata per anni e anni a commentare i frammenti e a contestualizzarli rispetto agli autori (molto spesso Padri della Chiesa) che ce li hanno tramandati.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Sempre sull\u2019accidentato piano del mio tavolo, vi \u00e8 pure una stratificazione di vari quaderni di appunti nonch\u00e9 di fotocopie, mentre tutto il resto (Platone, Aristotele, Diogene Laerzio, Seneca, Marco Aurelio, Nietzsche, Heidegger) giace in scaffali a comodissima portata di mano e spesso avanza, invasivo, fin sulle sedie circonvicine. Sedie che vengono spesso colonizzate anche dal Rocci, famigerato dizionario di greco, cui devo la perdita di parecchie mie diottrie nonch\u00e9 d\u2019aver ridotto a mal partito un mio nervo ottico.&nbsp;<\/p>\n<p>Sorvolo, infine, sui moltissimi files eraclitei ospitati nel mio computer.<\/p>\n<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 2. Un caratteraccio e una morte truculenta.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Generalmente, quando si vuole presentare un filosofo greco antico, si comincia col ricorrere a quello che la tradizione ha tramandato. E la fonte principale rimane: le <em>Vite e dottrine dei filosofi illustri<\/em> di Diogene Laerzio (d\u2019ora in poi DL).<\/p>\n<p>Ora, siccome costui \u00e8 forse del terzo secolo d. C., accade che la sua narrazione sia pi\u00f9 tarda circa sette secoli rispetto all\u2019epoca in cui visse Eraclito, sicch\u00e9 \u00e8 inevitabile che si sconfini nella leggenda.<\/p>\n<p>Osserviamo, innanzi tutto, il carattere dell\u2019Oscuro, che sicuramente non doveva essere un carattere n\u00e9 facile, n\u00e9 tanto meno amabile.<\/p>\n<p>E questo lo potremmo affermare anche se non possedessimo nessuna testimonianza, poich\u00e9, come vedremo, lo si pu\u00f2 desumere facilmente gi\u00e0 dai testi che di lui ci son pervenuti.<\/p>\n<p>Ossia dai 129 frammenti che della sua opera ci restano.<\/p>\n<p>Un <em>corpus<\/em> apparentemente esiguo, ma che, ve lo giuro, pu\u00f2 dar parecchio filo da torcere per tutta una vita.<\/p>\n<p>Anche a leggere i <em>Frammenti<\/em> di tutta fretta, ossia senza volersi soffermare ad analizzarli, salta agli occhi che vi abbondano le invettive nei confronti dei suoi concittadini, dei \u201cnon-filosofi\u201d e, in generale, degli uomini tutti.<\/p>\n<p>E sul significato latente di tali rampogne ci soffermeremo a suo tempo.<\/p>\n<p>Ma dove era nato e dove visse Eraclito (550-480 a. C. circa)?<\/p>\n<p>Era di Efeso, antichissima citt\u00e0 della Ionia di origine pre-greca, probabilmente ittita, oggi sita nell\u2019attuale Turchia asiatica, quella che poi i Romani chiameranno: \u201cprovincia d\u2019Asia\u201d (visitai Efeso, da giovane, a causa delle mie manie archeologiche, quando ancora si poteva viaggiare\u2026 ma questa \u00e8 un\u2019altra storia).<\/p>\n<p>Eraclito faceva parte di una famiglia molto aristocratica, di casta sacerdotale. Vedremo in seguito che il <em>milieu<\/em> da cui proveniva non gli imped\u00ec, per\u00f2, di essere molto critico nei confronti della religione tradizionale. Tuttavia, l\u2019ascendenza sacerdotale, ancorch\u00e9 rinnegata, lasci\u00f2 nella sua scrittura una inconfondibile impronta sacrale e profetica.<\/p>\n<p>Quanto alla vita pubblica, Eraclito prefer\u00ec vivere in disparte.<\/p>\n<p>I suoi concittadini gli offrirono di scrivere le leggi di Efeso, ma lui si rifiut\u00f2 di farlo perch\u00e9 riteneva che la citt\u00e0 fosse ormai in mano ai peggiori (DL, IX, 2).<\/p>\n<p>In particolare era molto sdegnato coi suoi concittadini perch\u00e9 avevano esiliato un suo amico (Ermodoro), sicch\u00e9 afferm\u00f2 che gli Efesini, dai giovani in su, avrebbero fatto bene ad ammazzarsi tutti quanti e lasciare la citt\u00e0 in mano a quelli che non avevano ancora raggiunto la pubert\u00e0.<\/p>\n<p>Questa sua predilezione per il mondo dell\u2019infanzia \u00e8 visibile anche in un&nbsp; famosissimo frammento (52.48), che esamineremo poi con calma:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il corso del tempo (<em>ai<\/em><em>\u00f3n<\/em>) \u00e8 un bimbo che gioca con i pezzi di una scacchiera: il regno di un bimbo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Grazie agli aneddoti riportati da Diogene Laerzio, nella fattispecie, il mondo dell\u2019infanzia diviene l\u2019emblema di un mondo non ancora contaminato dai veleni delle politica. Infatti, la narrazione prosegue dipingendoci un Eraclito, che si \u00e8 ritirato nel tempio di Artemide a giocare coi fanciulli e che cos\u00ec risponde sdegnato agli Efesini, che gli chiedono ragione di questo suo bizzarro comportamento: \u201cDi che vi stupite, o pessimi? Non \u00e8 meglio far questo che partecipare assieme a voi alla vita della citt\u00e0?\u201d (DL, IX, 3).<\/p>\n<p>E sappiate che vivere fuori dalla <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lis<\/em> per un Greco era inconcepibile!<\/p>\n<p>Quasi tutti conoscono, almeno per sentito dire, la celebre frase di Aristotele, all\u2019inizio della sua <em>Politica<\/em> (1253 a 8) in cui l\u2019uomo \u00e8 definito \u201cuno <em>z<\/em><em>\u00f4<\/em><em>on<\/em> (animale) che per sua natura \u00e8<em> politik<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em>\u201d. Il che equivale ad affermare con chiarezza che l\u2019uomo, in quanto tale, \u00e8 fatto per vivere nella <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lis<\/em> e che, se si rifiuta di inserirvisi, diviene un&nbsp; qualcosa di contro-natura.<\/p>\n<p>Sta di fatto che, nella storia della filosofia greca, successiva ad Eraclito, avremo rari filosofi che rifiuteranno la vita nella citt\u00e0. Ci verrebbe da pensare ad Epicuro (vissuto almeno tre secoli dopo Eraclito), il cui motto era \u201cvivi nascosto\u201d, che implica, tra l\u2019altro, un \u201cvivi lungi dalla vita della <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lis<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Tuttavia, Epicuro aveva costruito una contro-<em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lis<\/em> ristretta, ossia il giardino degli amici, piccola comunit\u00e0 di eletti che praticava la sua filosofia in maniera egualitaria e comunitaria.<\/p>\n<p>Anche il grande <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=80\"><strong>Diogene di Sinope<\/strong><\/a><\/span> (circa della stessa epoca di Epicuro), il pi\u00f9 illustre rappresentante del Cinismo, sbeffeggiava in tutti i modi la <em>p<\/em><em>\u00f3<\/em><em>lis<\/em>, e talora se ne allontanava, ma pure non rinunciava a mescolarsi spesso e volentieri alla folla dei mercati per provocare a pi\u00f9 non posso i non-filosofi con gesti scandalosi quanto eclatanti, tipo mendicare, masturbarsi sulla pubblica piazza etc.<\/p>\n<p>Eraclito, secondo me, \u00e8 il pi\u00f9 radicale di tutti: narra sempre Diogene Laerzio che, ad un certo punto, andando oltre alla sua vita appartata, quando era partecipe solo dei giochi dei bimbi, detestando la frequentazione degli uomini (<em>misanthrop\u00e9o<\/em>), si ritir\u00f2 (<em>anakhor\u00e9o<\/em>) a vivere sui monti, nutrendosi di erba e piante selvatiche.<\/p>\n<p>Eraclito \u00e8 insomma il <em>primo eremita!<\/em><\/p>\n<p>(Purtroppo n\u00e9 Platone n\u00e9 Aristotele ci riferiscono nulla in proposito).<\/p>\n<p>E qui bisogna che lo sottolinei con forza: l\u2019eremitismo era assolutamente inconcepibile per la mentalit\u00e0 greca e, se si cominci\u00f2 a contemplarlo, fu solo in un\u2019epoca molto pi\u00f9 tarda.<\/p>\n<p>Eraclito fu poi costretto a tornare in citt\u00e0 perch\u00e9, probabilmente a causa di questa sua dieta, che oggi definiremmo rigorosamente \u201cvegana\u201d, s\u2019era ammalato di idropisia.<\/p>\n<p>Al che, Eraclito, che aveva scarsa fiducia nelle terapie dei medici (58.36),&nbsp; interrogava costoro in maniera enigmatica (tipo, come ottenere dall\u2019acqua la siccit\u00e0), ma questi non lo comprendevano e, cos\u00ec, non lo curavano.<\/p>\n<p>Allora, Eraclito entr\u00f2 in una stalla, si fece cospargere di letame, sperando che il calore facesse evaporare l\u2019acqua che gli gonfiava il corpo. Ma questo espediente fall\u00ec e lui mor\u00ec, secondo DL, all\u2019et\u00e0 di 60 anni.<\/p>\n<p>Di questa morte, gi\u00e0 di per s\u00e9 non certo profumata, esiste una variante leggendaria ancor pi\u00f9 truculenta, in cui si narra che fu sbranato dai cani, perch\u00e9, tutto coperto di letame com\u2019era, aveva sub\u00edto una tale trasformazione che non era pi\u00f9 riconoscibile (DL, IX, 4).<\/p>\n<p>Una morte orrenda, ma un sospetto &#8211; perdonatemi &#8211; mi viene: che l\u2019ingloriosa e trucida fine di Eraclito sia una sorta di apologo, la cui morale \u00e8: \u201cvedete un po\u2019 che brutta fine fanno i misantropi!\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 3. Si gioca o non si gioca a nascondino?<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Prima di proseguire, vi voglio offrire un primo robusto assaggio della proverbiale <em>oscurit\u00e0<\/em> di Eraclito e vi propongo un paio di frammenti che alcuni di voi gi\u00e0 conosceranno.<\/p>\n<p>Il primo fa risuonare in s\u00e9 tutta la potenza evocativa, e insieme enigmatica, del suo linguaggio, che ha un\u2019aura decisamente sacrale:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il signore assoluto (<em>\u00e1<\/em><em>nax<\/em>), il cui oracolo \u00e8 a Delfi, non dice (<em>l\u00e9gei<\/em>), non nasconde (<em>kr<\/em><em>\u00fd<\/em><em>ptei<\/em>),&nbsp; bens\u00ec <em>sema<\/em><em>\u00ed<\/em><em>nei<\/em> (93.120).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Diano traduce quel <em>sema<\/em><em>\u00ed<\/em><em>nei<\/em> con \u201csignifica\u201d e Colli con \u201caccenna\u201d; io suggerisco un: \u201cfa segni\u201d, dal momento che ogni segno \u00e8 comunque allusivo e chiede d\u2019essere interpretato.<\/p>\n<p>Questa sentenza pu\u00f2 egregiamente fungere da \u201cmanifesto programmatico\u201d dello stesso modo di esprimersi di Eraclito e suona anche come un duro monito per tutti coloro che hanno a che fare con la sua scrittura. Sta a significare che non dobbiamo mai cercare facili soluzioni credendo ad una pretesa evidenza del suo dire, cosa che, dato il linguaggio dell\u2019Oscuro, resta una pura chimera.<\/p>\n<p>Ma non dobbiamo nemmeno impelagarci in forzature a causa di filosofi frequentatissimi, che son ormai divenuti un passaggio obbligato. Filosofi che si arrogano la pretesa di disvelare ci\u00f2 che \u00e8 nascosto nel pensiero di Eraclito, e non solo in lui. Ovviamente, in questa prospettiva, ne fanno una lettura <em>Cicero pro domo sua<\/em>, sfruttando e deformando senza scrupoli il pensiero, spesso di qualche filosofo greco, per meglio lardellare la loro filosofia personale.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>E qui alludo soprattutto all\u2019ingombrante e fuorviante lettura che di Eraclito fa Martin Heidegger (1889-1976), attribuendogli terminologie e tematiche che gli sono totalmente estranee.<\/p>\n<p>Perdonatemi la velocit\u00e0 con cui liquido questo famoso filosofo tedesco, operazione che a molti miei colleghi filosofi sembrer\u00e0 blasfema, giacch\u00e9 per tanti di loro, troppi, Heidegger resta una sorta di divinit\u00e0 intoccabile.<\/p>\n<p>S\u00ec, perch\u00e9 sono fermamente convinta che sia assurdo attribuire ad Eraclito termini come \u201cEssere\u201d, \u201cessere dell\u2019essente\u201d o \u201cnon-essere\u201d, per non parlare del tema della Verit\u00e0 (<em>a-leth\u00e9ia<\/em>) intesa come \u201cnon-nascondimento\u201d, \u201cnon-latenza\u201d: tutti assi nella manica per Heidegger, ma anche tutte cose che in Eraclito semplicemente n-o-n&nbsp; e-s-i-s-t-o-n-o!&nbsp;<\/p>\n<p>E tale armamentario Heidegger lo dispiega, tra l\u2019altro, nel patetico tentativo di far andare a braccetto Eraclito con Parmenide, il filosofo dell\u2019Essere\u2026 ma quando mai?<\/p>\n<p>Scusate lo sfogo, ma a settant\u2019anni ho sempre meno peli sulla lingua: perci\u00f2&nbsp; lasciatemelo dire una volta per tutte: studiare Heidegger serve unicamente per capire Heidegger e non certo Eraclito, in particolare, e la filosofia greca, in generale.<\/p>\n<p>Insomma, che la si faccia finita con questo fuorviante filtraggio heideggeriano!<\/p>\n<p>Torniamo al fr. 93. Dopo quello che ho detto sin qui, mi domanderete che senso dobbiamo dare, allora, a quel benedetto <em>sema<\/em><em>\u00ed<\/em><em>nei<\/em>, che si prospetta come una sorta di \u201cterza via\u201d. Ve l\u2019ho gi\u00e0 detto: dobbiamo tentare di capire i segni che l\u2019Oscuro ci lancia. E farlo soprattutto cercando di interpretarlo attraverso i suoi stessi messaggi, ossia attraverso altre cose che lui ha scritto.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 la mia modesta proposta.<\/p>\n<p>E qui ci cacciamo subito in un bel pasticcio, specie se proviamo ad accostare il fr. 93 ad un altro celeberrimo frammento che cos\u00ec suona: <em>Ph<\/em><em>\u00fd<\/em><em>sis kr<\/em><em>\u00fd<\/em><em>ptesthai phile<\/em><em>\u00ee<\/em> (123.28), sentenza oltremodo <em>sibillina<\/em> &#8211; 92.119: l\u00e0 Eraclito evoca la Sibilla &#8211; che di solito vien tradotta con: \u201cla natura ama nascondersi\u201d.&nbsp;<\/p>\n<p>Ma allora come la mettiamo con quel messaggio divino che ci giunge attraverso l\u2019oracolo e che rifiuta costituzionalmente proprio il nascondimento?<\/p>\n<p>Qualche traccia di soluzione l\u2019avevo trovata non tanto in Carlo Diano, quanto nella traduzione di Giorgio Colli (A 92), che pur suonando alquanto sgraziata, qualcosa cominciava pur a suggerirmi: \u201cNascimento ama nascondersi\u201d. Perch\u00e9, se il nascondere rimaneva un nodo ancora da sciogliere, almeno la <em>ph<\/em><em>\u00fd<\/em><em>sis<\/em> veniva legata all\u2019idea della nascita.&nbsp;<\/p>\n<p>Per fortuna, il modo di uscirne mi fu suggerito, anni fa, dalle primissime pagine di uno degli ultimi libri scritti da Pierre Hadot (1922-2010): <em>Le voile d\u2019Isis<\/em> (2004)<em>. <\/em>&nbsp;<\/p>\n<p>Hadot comincia subito a chiarire, mostrandosi, lui s\u00ec, conoscitore della lingua greca, che quell\u2019 \u201cama\u201d (<em>phile<\/em><em>\u00ee<\/em>) qui non sta a significare un sentimento, ma una tendenza naturale o abituale, ossia un processo che si produce per necessit\u00e0 o frequentemente.<\/p>\n<p>E questo \u00e8 gi\u00e0 un bel passo avanti!<\/p>\n<p>Inoltre, secondo Hadot, in Eraclito la <em>ph<\/em><em>\u00fd<\/em><em>sis<\/em> non \u00e8 ancora la Natura come insieme o il principio dei fenomeni, ma piuttosto la \u201ccostituzione\u201d propria di ogni cosa compreso il suo processo di genesi di crescita, compreso il suo venir meno.<\/p>\n<p>Altro passo avanti.<\/p>\n<p>Dopo di che, Hadot inizia a scartare varie interpretazioni secondo le quali ogni cosa, per sua costituzione, avrebbe a che fare con una rivelazione.<\/p>\n<p>E gi\u00e0 qui, mentre leggevo, cominciavo a fare un gran sospirone di sollievo, perch\u00e9, anche se Hadot non nomina esplicitamente Heidegger, viene cos\u00ec tolta di mezzo tutta la sua invasiva zavorra della verit\u00e0 come non-nascondimento.<\/p>\n<p>Comincia, allora, a delinearsi una possibile lettura &#8211; s\u00ec, perch\u00e9 anche quando ce la mettiamo tutta siamo sempre nel campo delle ipotesi e, infatti, Hadot usa spesso il condizionale &#8211; ovvero che sia in gioco una forza, che \u00e8 la medesima nel processo della nascita e della morte.<\/p>\n<p>Ecco, quindi, una delle traduzioni che convince di pi\u00f9 Hadot, e pure la sottoscritta: \u201cci\u00f2 che fa nascere tende a far morire\u201d.<\/p>\n<p>E Hadot predilige questa versione per gli stessi motivi per cui persuade pure me: ossia perch\u00e9 si inscrive perfettamente nel pensiero di Eraclito che, come vedremo ben pi\u00f9 dettagliatamente, quando ci saremo fatti meglio le ossa, si gioca sulla <em>con-presenza<\/em> (questa espressione \u00e8 mia e non di Hadot, che non si spinge cos\u00ec lontano) di termini antitetici, quali vita e morte, sonno e veglia.<\/p>\n<p>Per il momento, vi chiedo di avere pazienza: ci arriveremo, ma non possiamo farlo cos\u00ec, su due piedi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>4. Eraclito: l\u2019artista?<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Siccome vi ho domandato calma e pazienza, vi chiedo adesso di fare un passo indietro.<\/p>\n<p>S\u00ec, perch\u00e9 \u00e8 ora che vi faccia prendere confidenza con CR che, tanto per cominciare, apprezzo molto perch\u00e9 \u00e8 una dei pochissimi studiosi che mi sia capitato di leggere che unisce in s\u00e9 una conoscenza solidissima della lingua greca, ivi compreso il lessico pi\u00f9 arcaico, e una formazione filosofica ad alto livello. Cosa che, vi assicuro per esperienza personale, era ed \u00e8 cosa rarissima!<\/p>\n<p>Formatasi a Parigi, CR fu una delle primissime donne ammesse, quasi un secolo fa (1927), all\u2019esclusiva Ecole Normale Sup\u00e9rieure.<\/p>\n<p>Ebbe poi varie esperienze e scambi internazionali con quanti si occupavano di Eraclito in Europa e negli USA e non le manca nemmeno un\u2019eccellente conoscenza dell\u2019etnologia e della Storia delle Religioni comparate, avendo frequentato, assieme a Mircea Eliade (1907-1986), Georges Dum\u00e9zil (1898-1986).<\/p>\n<p>Ad Eraclito (non trascurando, per\u00f2, n\u00e9 Anassimandro, n\u00e9 Parmenide, n\u00e9 Empedocle, n\u00e9 Democrito, e nemmeno tanti altri) ha dedicato tutta una vita, ma di lei ricorderei almeno un altro capitale saggio, quello su Esiodo: <em>La Nuit et les enfants de la Nuit <\/em>(1959), dedicato non solo alla <em>Teogonia<\/em> ma anche alle cosmogonie orfiche.<\/p>\n<p>Per la cronaca, tengo sempre, ormai dai lontani anni ottanta, ad una spanna dal mio tavolo, questo prezioso libretto.<\/p>\n<p>Come ho gi\u00e0 detto, in Italia pochissimi conoscono CR e ancora di meno fanno i conti con lei.<\/p>\n<p>No comment!&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Dopo aver tributato l\u2019onore che spetta a questa studiosa, vedrete che, pur ammirandola molto, non sempre sono completamente d\u2019accordo con lei.<\/p>\n<p>Partirei da una sua interessante conferenza del 1966: <em>Pourquoi les pr\u00e9socratiques?<\/em><\/p>\n<p>E qui avrei subito una riserva da avanzare perch\u00e9 non sono per nulla entusiasta dell\u2019espressione \u201cpresocratici\u201d, che CR, nonostante il suo approccio sia molto innovativo, si ostina ancora ad usare.<\/p>\n<p>Questa terminologia non mi garba, dato che Socrate (369-399 a. C.) non ha scritto nulla ed \u00e8 presente nei <em>Dialoghi<\/em> di Platone (428-348) come un suo personaggio. E questo fa s\u00ec che sia indecidibile e, quindi irrilevante, quanto vi sia di socratico e quanto di platonico in questi testi.<\/p>\n<p>Taglio subito la testa al toro: \u00e8 Platone che scrive e, perci\u00f2, quella dei&nbsp; <em>Dialoghi<\/em> \u00e8 filosofia platonica punto e basta!<\/p>\n<p>Per cui, quell\u2019infiammazione filosofica ricorrente, detta: \u201critorno a Socrate\u201d, scusate, ma mi fa ridere: si parli, piuttosto, di ritorno a Platone o, meglio, di <em>platonite acuta<\/em>.<\/p>\n<p>Dal canto mio, preferisco usare l\u2019espressione \u201cpre-platonici\u201d, per designare quei filosofi vissuti prima di Platone.<\/p>\n<p>Del resto, la medesima espressione era gi\u00e0 presente anche in Friedrich Nietzsche (1844-1900), che per\u00f2, a onor del vero, dalla figura di Socrate rest\u00f2 ossessionato fino agli ultimi giorni in cui scrisse di filosofia, ossia fino alla fine del 1888.<\/p>\n<p>CR fa notare che Nietzsche medit\u00f2 per circa un decennio, dal 1867 al 1877, su \u201cquei Grandi prima di Socrate\u201d e, anche se vi ritorn\u00f2 pi\u00f9 tardi, fu soprattutto nella <em>Filosofia nell\u2019epoca epoca tragica dei Greci<\/em> (1873; d\u2019ora in poi FETG), che dedic\u00f2 loro un brillante <em>excursus<\/em>, esaminandoli uno per uno, da Talete a Democrito.<\/p>\n<p>Tutti questi filosofi inaugurano, secondo la fedele e acuta lettura che CR, fa di questo saggio di Nietzsche, un nuovo \u201ctipo di pensiero, un tipo di vita\u201d. In particolare, Eraclito \u00e8 visto come colui che conduce una vita solitaria, mentre Empedocle, ad esempio, aveva raggruppato attorno a s\u00e9 una comunit\u00e0 di amici, seguendo il modello di Pitagora.<\/p>\n<p>Insomma, anche Nietzsche rimane impressionato dall\u2019isolamento e dall\u2019eremitismo di Eraclito.<\/p>\n<p>Inoltre, CR fa notare che per Nietzsche Eraclito \u00e8 un artista.<\/p>\n<p>Ma in che senso Nietzsche afferma che Eraclito \u00e8 un artista?<\/p>\n<p>Per scoprirlo bisogna, appunto, leggere e rileggere a pi\u00f9 riprese FETG, cosa che ho finito di fare proprio adesso, mentre scrivo, e vi assicuro che vengo assalita, ogni volta, da un sempre nuovo e paralizzante sentimento di stupore e di impotenza. Stupore per la bellezza di quelle pagine, specie quelle iniziali nonch\u00e9 quelle dedicate ad Eraclito (\u00a7\u00a7 5-8), e impotenza a parlare di Eraclito, dopo che le si \u00e8 lette.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, non mi resta di consigliarvi assai caldamente di leggere a vostra volta questo scritto, che \u00e8 infinitamente pi\u00f9 emozionante ed istruttivo di ogni polveroso manuale di filosofia, che tratti dei primi filosofi greci.<\/p>\n<p>Tuttavia, mentirei se vi dicessi che mi trovo sempre d\u2019accordo con certi commenti di Nietzsche.<\/p>\n<p>Partiamo proprio dalla questione di un Eraclito artista. Nietzsche fa perno su quel mirabile frammento (52.48), che vi avevo presentato all\u2019inizio e su cui torneremo in seguito, pi\u00f9 d\u2019una volta:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il corso del tempo (<em>ai<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em>) \u00e8 un bimbo che gioca con i pezzi di una scacchiera: il&nbsp; regno di un bimbo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In tale gioco Nietzsche vede come sia il bambino che l\u2019artista condividano una medesima innocenza: quella di chi mette in opera un nascere e un perire, un costruire e un distruggere, il tutto al di l\u00e0 di ogni implicazione morale, ma grazie ad un sentire, che potremmo definire \u201cestetico\u201d.<\/p>\n<p>(Ritroveremo l\u2019innocenza di tale fanciullo-artista in una delle tre mutazioni di Zarathustra, <em>Cos\u00ec parl\u00f2 Zarathustra<\/em>, I, <em>Delle tre<\/em> <em>metamorfosi,<\/em> ma questa \u00e8 un\u2019altra storia).<\/p>\n<p>Nietzsche non traduce parola per parola il fr. 52, ma lo interpreta a modo suo e, a mio avviso, lo distorce. Evoca, infatti, l\u2019immagine di un bimbo che costruisce torri di sabbia in riva al mare e poi le distrugge (FETG, \u00a7 7).<\/p>\n<p>Immagine oltremodo seducente, peccato che sia del tutto irreperibile nelle svariate, rutilanti, metafore della scrittura eraclitea. Immagine che, non a caso, ne cancella un\u2019altra: quella della scacchiera &#8211; che, invece, rincontreremo in un altro frammento, anch\u2019esso capitale (88.22).<\/p>\n<p>Ma andiamo per ordine.<\/p>\n<p>Domandiamoci, allora, perch\u00e9 Nietzsche abbia cos\u00ec in antipatia la scacchiera e che cosa essa rappresenti ai suoi occhi di sgradevole.<\/p>\n<p>Lo possiamo scoprire leggendo un altro scritto giovanile di Nietzsche, di tre anni anteriore a FETG, ossia una conferenza che egli tenne a Basilea nel 1870. Si tratta de <em>Il dramma musicale greco<\/em>, dove Nietzsche critica duramente Euripide, come far\u00e0 poi in <em>Nascita della tragedia<\/em> (1872).<\/p>\n<p>Non ho la voglia, n\u00e9 il tempo, di stare a polemizzare su come, in entrambi questi due scritti, Nietzsche sovrapponga Socrate ad Euripide, cosa che io ritengo indebita ed assurda, ma torniamo alla scacchiera.<\/p>\n<p>Ebbene, Nietzsche vede in Euripide, come effetto del \u201csocratismo\u201d, un \u201cgioco degli scacchi teatrale, la commedia dell\u2019intrigo\u201d. Tutto questo perch\u00e9 il giovane Nietzsche ha una visione \u201cirrazionalistica\u201d dell\u2019arte, basata sull\u2019istinto e non certo sulla ricerca di una struttura dell\u2019opera, ossia di un qualcosa che obbedisca a delle leggi interne, che essa stessa si \u00e8 date, come appunto fa il gioco degli scacchi, o qualsiasi altro gioco che si giochi, in particolare, su di un tavoliere.<\/p>\n<p>Per capirci, per Nietzsche, Eraclito procede per intuizione ed \u00e8 una sorta di mistico che contempla la verit\u00e0 &#8211; e avrei da dire sulla centralit\u00e0 della \u201cverit\u00e0\u201d in Eraclito &#8211;&nbsp; \u201cin un\u2019estasi degna della Sibilla\u201d, che, insomma, \u201cconosce ma non calcola\u201d (FETG, \u00a7 9).&nbsp;<\/p>\n<p>Ne arguiamo, allora, che Nietzsche si rivela impermeabile alla <em>Poetica <\/em>di Aristotele (che nelle tragedie predilige un <em>plot<\/em> ben congegnato), ma non tiene conto che gi\u00e0 poemi omerici riflettono su se stessi: sulla funzione e sulle leggi della poesia (epica) e del racconto.<\/p>\n<p>Vorrei, insomma, che voi capiste che un bimbo che fa e disfa i suoi castelli di sabbia ha poco a che fare col fanciullo eracliteo che maneggia i pezzi in una scacchiera: nel primo c\u2019\u00e8 un gioco che sconfina subito nel \u201ccapriccio\u201d &#8211; e Nietzsche usa proprio questo termine! &#8211; e nel secondo c\u2019\u00e8 un gioco che si sviluppa secondo leggi tutt\u2019altro che \u201cirrazionali\u201d.<\/p>\n<p>Sicch\u00e9 l\u2019idea di un Eraclito artista mi va benissimo, ma a patto di non vedere il suo stile e la sua scrittura come qualcosa che flirta con l\u2019arbitrario. E la mia proposta di leggere i suoi frammenti possibilmente solo attraverso altri suoi frammenti, all\u2019interno di quella scacchiera costituita dal <em>corpus<\/em> dei suoi scritti superstiti, vorrebbe andare in questa direzione.<\/p>\n<p>CR non mette in evidenza questo partito preso nella lettura nietzscheana di Eraclito, e io ho potuto muovere questa critica solo ora, in tarda et\u00e0, e a malincuore, essendo stata, da giovane, innamoratissima di Nietzsche e avendo attinto gran parte della mia curiosit\u00e0 per Eraclito proprio da FETG.<\/p>\n<p>Devo riconoscere che, senza l\u2019aiuto di CR, non mi sarei mai accorta dell\u2019importanza dell\u2019immagine della scacchiera, qui e altrove, nella metaforica di Eraclito.<\/p>\n<p>Ma anche di questo parleremo a suo tempo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 5. Il bestiario dei \u201cnon-filosofi\u201d?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quando, nella notte dei tempi, lessi, per la prima volta, i <em>Frammenti<\/em> di Eraclito, ci capii poco o nulla, ma la mia attenzione fu calamitata da una serie di violente invettive.<\/p>\n<p>Chiss\u00e0 se a tutti i \u201cprincipianti dell\u2019Oscuro\u201d succede la stessa cosa? Sospetto di s\u00ec.<\/p>\n<p>Sentite un po\u2019 come sa insultare Eraclito:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se&nbsp; gli asini potessero scegliere preferirebbero lo sterco all\u2019oro (9.98).<\/p>\n<p>I porci godono pi\u00f9 del brago che dell\u2019acqua pura (13.99).<\/p>\n<p>I cani abbaiano a coloro che non conoscono (97.102).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(Tra parentesi, se uno volesse andare a caccia di facili consensi politici &#8211; l\u2019ultima delle preoccupazioni per Eraclito! &#8211; dovrebbe meditare a lungo su quest\u2019ultimo frammento, perch\u00e9 mostra come sia assai conveniente far leva sulla paura del diverso\u2026).&nbsp;<\/p>\n<p>Ma che cos\u2019\u00e8 tutto questo bestiario, vi domanderete? E, soprattutto, con chi se la sta prendendo Eraclito?<\/p>\n<p>Nietzsche ci spiega che Eraclito era \u201csuperbo (<em>stolz<\/em>)\u201d (FETG, \u00a7 8) e tale appellativo \u00e8 per lui tutt\u2019altro che dispregiativo.<\/p>\n<p>Ed Eraclito, sempre per Nietzsche, era regalmente orgoglioso (<em>stolz<\/em>) perch\u00e9 non si curava affatto del plauso delle masse.<\/p>\n<p>E qui, se vogliamo cercare dei frammenti che mostrino che cosa pensasse Eraclito dei \u201cmolti\u201d ovvero de \u201ci pi\u00f9\u201d, abbiamo solo l\u2019imbarazzo della scelta, visto che per lui uno solo \u00e8 meglio di 10.000, ma a patto che sia il migliore (<em>\u00e1<\/em><em>ristos<\/em>) (49.74), sicch\u00e9 scelgo il detto pi\u00f9 lapidario:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Hoi pollo\u00ec kako<\/em><em>\u00ed<\/em><em>, ol<\/em><em>\u00ed<\/em><em>goi d\u00e8 agatho<\/em><em>\u00ed <\/em>ossia: \u201ci molti non valgon nulla, i&nbsp; pochi invece hanno valore\u201d (104.78).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ora, per anni e decenni, avevo pensato che il bersaglio di Eraclito fossero i cosiddetti \u201cnon-filosofi\u201d. E adesso, messo da parte ogni pudore, vi confesso che la cosa mi dava pure un gran gusto.<\/p>\n<p>E anche qui, prima di procedere, sono subito costretta a mettere i puntini sulle i, perch\u00e9 voglio essere onesta. Infatti, a guardar bene, la parola <em>phil<\/em><em>\u00f3<\/em><em>sophos<\/em> compare una sola volta nel <em>corpus<\/em> eracliteo. E non ha certo un significato lusinghiero, perch\u00e9 non sta ad indicare quelli &#8211; \u00e8 al plurale &#8211; che sono \u201camici della sapienza\u201d, bens\u00ec quelli che millantano di possederla (35.81).<\/p>\n<p>E mancando nel lessico eracliteo la parola <em>phil<\/em><em>\u00f3<\/em><em>sophos<\/em> in senso positivo, la vedrete, perci\u00f2, in italiano spesso tra virgolette.<\/p>\n<p>Orbene, da poco m\u2019\u00e8 venuto il dubbio d&#8217;aver preso in passato un bel&nbsp; granchio.<\/p>\n<p>Certo, Eraclito \u00e8 un aristocratico nel senso pi\u00f9 pieno del termine, senza dubbio lui prova disprezzo per gli \u201cinsipienti\u201d, sicuramente lui ha la netta sensazione di essere circondato da un numero immenso di perfetti imbecilli.<\/p>\n<p>(Vedremo, quando sar\u00e0 il momento, come tali \u201cinsipienti\u201d siano coloro che non fanno nessun conto del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>&#8230; ma, ancora una volta, abbiate pazienza\u2026)&nbsp;<\/p>\n<p>Tuttavia\u2026 tuttavia non possiamo pensare di cavarcela cos\u00ec, magari sentendoci anche noi maledettamente intelligenti e <em>stolzen<\/em>, come il grande Eraclito: eh no, miei cari, troppo facile!<\/p>\n<p>E sapete perch\u00e9?<\/p>\n<p>Perch\u00e9, se andiamo a caccia di altri quadretti per il bestiario eracliteo, le cose si complicano alquanto.<\/p>\n<p>Ricominciamo dai gallinacei, che ancora non avevamo incontrato, e che sembrano avere dei punti in comune coi suini. Avevamo lasciato i maiali che si rotolavano bel belli nella mota ed ecco che Eraclito ci fa capire che i porci \u201csi lavano\u201d nel fango e pure i polli \u201csi lavano\u201d nella polvere e nella cenere (37.100).<\/p>\n<p>E a noi cosa importa, direte, di queste maniere discutibili di far toilette? Ma discutibili per chi? Per gli uomini, ovviamente.<\/p>\n<p>Al che, domandiamoci: siamo proprio sicuri che il cosmo per Eraclito sia di impianto antropocentrico?<\/p>\n<p>I primi dubbi ci vengono non appena lasciamo la terraferma:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il mare \u00e8 l\u2019acqua pi\u00f9 pura ma anche la pi\u00f9 contaminata: i pesci se la bevono e ne traggono giovamento, mentre per gli uomini \u00e8 imbevibile e nefasta (61.34).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Incominciamo, allora, a capire che tutto si pu\u00f2 giocare su pi\u00f9 piani, in pi\u00f9 mondi paralleli, ovvero in una <em>pluralit\u00e0 di mondi<\/em>, ognuno con una propria prospettiva, che si rivela poi parziale.<\/p>\n<p>Se poi oltre agli animali, entrano in gioco pure gli d\u00e8i, abbiamo pi\u00f9 mondi disposti sui gradini di una scala.<\/p>\n<p>A tal proposito, troviamo due significativi frammenti, citati come detti di Eraclito, incastonati all\u2019interno dell\u2019<em>Ippia maggiore<\/em> (289 a-b).<\/p>\n<p>E qui, scusatemi, ma son costretta a seguire, e anche a propinarvi, la solita, noiosa, tecnica argomentativa di Platone, con cui, il suo prestanome (Socrate) s\u2019ingegna a mettere all\u2019angolo il sofista Ippia.&nbsp;<\/p>\n<p>Socrate aveva chiesto ad Ippia di definire ci\u00f2 che \u00e8 bello.<\/p>\n<p>E per Socrate non si tratta di trovare una cosa bella, ma di trovare <em>che cos\u2019\u00e8<\/em> il bello.<\/p>\n<p>Prima risposta di Ippia: una bella ragazza \u00e8 una cosa bella.<\/p>\n<p>Obiezione di Socrate, che chiede lumi a Ippia per poter rispondere ad un suo anonimo interlocutore <em>grossier<\/em>, uno che non ha avuto una buona formazione; in breve, Socrate dice che costui obietterebbe che anche una cavalla \u00e8 bella e cos\u00ec pure che una pentola di terracotta ben costruita \u00e8 bella.<\/p>\n<p>Ippia risponde che un oggetto di quel tipo, se \u00e8 fabbricato bene, ha una sua bellezza ma che questa non \u00e8 paragonabile a quella di una cavalla o di una fanciulla &#8211; e per giunta illibata &#8211; o di altre cose veramente belle.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 a questo punto che Socrate si appella ad Eraclito, dicendo che bisogna obiettare al suo (fittizio) interlocutore di non conoscere il detto di Eraclito:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La pi\u00f9 bella delle scimmie diventa brutta se paragonata all\u2019uomo (82.72)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Di modo che, secondo Ippia, la pi\u00f9 bella delle pentole diviene brutta paragonata ad una vergine.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 degno di nota osservare che Ippia sottoscrive con entusiasmo questa risposta. Va notata pure la malafede di Socrate-Platone che finge di esser d\u2019accordo col modo di pensare di Eraclito, mentre vi \u00e8 lontano anni luce.<\/p>\n<p>E che pure tale interlocutore <em>grossier<\/em> sia una finzione bella e buona, e nemmeno troppo abile, frutto della solita ironia socratica, \u00e8 un espediente che viene subito smascherato dal fatto che Socrate dice che sa gi\u00e0 cosa controbatterebbe detto rozzo interlocutore, e lo farebbe usando, a sua volta, Eraclito &#8211; che, quindi, conosce!<\/p>\n<p>Ebbene, tale pinco pallo, dietro il quale fa capolino Socrate-Platone, direbbe che la pi\u00f9 bella delle fanciulle apparirebbe brutta se paragonata alla pi\u00f9 bella delle dee.<\/p>\n<p>E gi\u00f9 con un\u2019altra citazione, che poi diventa un altro dei frammenti di Eraclito:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il pi\u00f9 sapiente degli uomini apparir\u00e0 una scimmia per sapienza e bellezza e per tutte le altre cose se paragonato al dio (83.72).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Insomma, concludendo, ne deduciamo che, nella visione di Platone, Eraclito e i Sofisti sono della medesima pasta perch\u00e9 son tutti dei \u201crelativisti\u201d- termine contemporaneo, ma era per farvi capire il problema.&nbsp;<\/p>\n<p>Per la cronaca, gli studiosi di Eraclito non sono per niente d\u2019accordo tra di loro su questo punto: c\u2019\u00e8 chi rigetta il \u201crelativismo\u201d e chi lo sostiene.<\/p>\n<p>Io sar\u00f2 sincera, pur essendo troppo presto perch\u00e9 prenda nettamente partito, propenderei per la seconda opzione.<\/p>\n<p>Anche perch\u00e9 mi ha sempre colpito un frammento che sempre, in questo cambio di prospettiva tra uomini e d\u00e8i, finisce per far apparire la morale nient\u2019altro che un\u2019illusione ottica. Sentite qua che bomba:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mentre per il dio tutte le cose sono belle e buone, gli uomini, invece, alcune le reputano giuste e altre ingiuste (102.69).&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Abbiamo cos\u00ec, da un lato, la divinit\u00e0 che spazia <em>al di l\u00e0 del bene e del male<\/em> &#8211; e questo \u00e8 un tratto maledettamente greco! &#8211; e, dall\u2019altro, gli umani che giudicano solo in base alla loro visuale ristretta, che \u00e8 nettamente inferiore a quella degli d\u00e8i (79.71).<\/p>\n<p>Ma qui mi sorge un dubbio tremendo: come fa Eraclito, che pure \u00e8 un uomo, a parlare di un modo di sentire di giudicare totalmente altro dall\u2019umano, quale \u00e8 quello divino?<\/p>\n<p>Nietzsche, e non solo lui, indicano la via estatico-mistica.<\/p>\n<p>Io sono costituzionalmente riottosa ad abbracciare questa posizione e, per il momento, preferisco sospendere il giudizio, almeno fino a quando parleremo, non solo del <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, degli opposti, del Fuoco, ma soprattutto quando Eraclito ci far\u00e0 capire meglio il carattere della sua ricerca.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>6. Eraclito, la tradizione e certe novit\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Sinora abbiamo visto un Eraclito sdegnoso e \u201caristocratico\u201d ma questo non vi deve indurre a credere che lui sia un <em>conservatore<\/em>. Perch\u00e9 niente \u00e8 pi\u00f9 lontano dalla visione del mondo del Nostro. Infatti, riguardo a quello che pensa della tradizione, una volta tanto, Eraclito \u00e8 chiaro ed inequivocabile:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non bisogna (agire) come figli dei propri genitori (74.95).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A riportare questo detto \u00e8 Marco Aurelio (IV, 46), uno dei testimoni pi\u00f9 importanti di Eraclito. E l\u2019imperatore-filosofo ci aiuta a capire la portata radicale di questa sentenza esplicitandone il senso, ossia spiegando che le cose non vanno accettate cos\u00ec come ci sono state tramandate.<\/p>\n<p>Del resto, Eraclito, anche in altri frammenti, dimostra chiaramente di rifiutare l\u2019educazione tradizionale in blocco: <em>paide<\/em><em>\u00ed<\/em><em>a<\/em> che <em>in primis<\/em> si basava sulla sapienza dei poeti, sia pi\u00f9 antichi, sia pi\u00f9 recenti, ovvero sia epici che lirici. Se la prende, infatti, tanto con Omero (105.85), quanto con Archiloco (42.84).&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Omero \u00e8 messo alla berlina, in maniera assai dissacrante, perch\u00e9 non \u00e8 riuscito a risolvere un indovinello propostogli da dei fanciulli, che aveva come oggetto dei pidocchi (56.83).<\/p>\n<p>Perch\u00e9 non amasse Archiloco non \u00e8 dato sapere.<\/p>\n<p>Esiodo poi \u00e8 visto da Eraclito come il fumo negli occhi, in quanto propagatore di una conoscenza fasulla, che piace \u201cai pi\u00f9\u201d:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Della maggioranza \u00e8 maestro Esiodo, e questi son capaci di dire che egli conosce moltissime cose, quando non conosce n\u00e9 la notte n\u00e9 il giorno, che infatti sono una cosa sola (57.86).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vi spiego: Esiodo sosteneva, nella <em>Teogonia<\/em> (vv. 123-124) che la Notte e il Giorno, non solo sono due entit\u00e0 differenti, ma che il secondo era stato generato dalla prima. Inoltre, Esiodo era anche autore de <em>Le opere e i giorni<\/em> e col\u00e0 (vv. 765-822) distingueva tra giorni fausti e giorni infausti, propizi o meno per varie attivit\u00e0. E neppure questo andava bene ad Eraclito, il quale, invece, era convinto che la natura di ogni giorno fosse sempre una e la medesima (106.87).<\/p>\n<p>Ma dove Eraclito aveva soprattutto il dente avvelenato nei confronti di Esiodo era riguardo al \u201csapere molte cose\u201d (<em>polimath<\/em><em>\u00ed<\/em><em>e<\/em>). Questa, secondo il Nostro, scade in pura erudizione e non insegna a pensare, altrimenti lo avrebbe insegnato, non solo ad Esiodo, ma anche a Pitagora, Senofane ed Ecateo (40.82).<\/p>\n<p>Accidenti, che bella sfilza di sapienti &#8211; presunti, secondo Eraclito &#8211; sono stigmatizzati in una sola riga!<\/p>\n<p>Si tratta della messa al bando di un poeta ritenuto il pi\u00f9 illustre assieme ad Omero, di un matematico (ma vedremo che questo aspetto non interessa ad Eraclito), di colui che normalmente \u00e8 reputato il precursore di Parmenide e del pi\u00f9 importante scrittore di viaggi prima di Erodoto.<\/p>\n<p>Probabilmente questi ultimi due erano ancora in vita, all\u2019epoca di Eraclito.<\/p>\n<p>Vecchi e nuovi mostri sacri, potremmo dire.<\/p>\n<p>Nemmeno Pitagora \u00e8 di molto anteriore ad Eraclito, il quale non lo apprezza&nbsp; perch\u00e9, a suo avviso, aveva fatto moltissime ricerche, procurandosi svariati scritti, per poi ottenere una <em>polimath<\/em><em>\u00ed<\/em><em>e<\/em>, ossia un sapere nozionistico fittizio che si traduce in \u201cun\u2019arte fraudolenta\u201d (129.88).<\/p>\n<p>Inoltre, Pitagora, sempre agli occhi di Eraclito, non sarebbe solo un imbroglione, ma altri imbroglioni avrebbero avuto inizio da lui (81.89).<\/p>\n<p>Insomma, sembrerebbe &#8211; uso il condizionale perch\u00e9 non si tratta di frammenti di facilissima interpretazione &#8211; che Pitagora venga da Eraclito rigettato non tanto come matematico, ma come una sorta di mago e di sciamano e, per giunta, iniziatore di una setta comunitaria (i Pitagorici) che, intuiamo, non andavano per niente a genio al Nostro.<\/p>\n<p>Se Pitagora e i Pitagorici costituivano ancora una relativa novit\u00e0, nemmeno altre forme di religiosit\u00e0 pi\u00f9 tradizionali piacevano ad Eraclito.<\/p>\n<p>Ad esempio non sopportava le iniziazioni ai misteri che erano solitamente in uso, ritenendo che non avessero nulla di sacro (14.122).<\/p>\n<p>Sicch\u00e9, ogni interpretazione iniziatico-esoterica di Eraclito, specie alla luce di questi ultimi frammenti, mi sembra forzata e, per dirla tutta, con buona pace di Colli, una grossa sciocchezza.<\/p>\n<p>E ancora Eraclito non amava nemmeno i sacrifici che vorrebbero essere riti purificatori, ma, essendo cruenti, finiscono per contaminare (5.121).<\/p>\n<p>Il finale di questo frammento \u00e8 ancora pi\u00f9 sorprendente perch\u00e9 ha di mira coloro che rivolgono preghiere alle statue degli d\u00e8i. Ossia praticamente tutti i fedeli che frequentavano i templi.<\/p>\n<p>Ebbene, Eraclito pensa che chi prega cos\u00ec \u00e8 come se chiacchierasse con gli edifici, senza sapere davvero chi sono gli d\u00e8i e gli eroi.<\/p>\n<p>Vien da domandarci, allora, se Eraclito, in questo suo disdegno della religiosit\u00e0, quella pi\u00f9 \u201cnuova\u201d (Pitagora) e quella pi\u00f9 tradizionale, fosse totalmente irreligioso.<\/p>\n<p>Nient\u2019affatto, se dobbiamo prestar fede ad Aristotele (<em>Le parti degli animali<\/em>, 645 a 17-21), che riporta un significativo episodio.<\/p>\n<p>Vi erano degli stranieri che desideravano incontrare Eraclito, ma costoro, dopo aver visto che lui si stava riscaldando presso il camino, si fermarono. Al che, il Nostro disse loro di farsi coraggio e di entrare, perch\u00e9 \u201canche l\u00e0 vi erano d\u00e8i\u201d.&nbsp;<\/p>\n<p>Insomma, abbiamo un Eraclito, una volta tanto, non scorbutico, non nemico del genere umano, ma addirittura gentile ed accogliente grazie ad una&nbsp; visione onnipervasiva della divinit\u00e0.<\/p>\n<p>A questo punto, un moderno definirebbe Eraclito un \u201cpanteista\u201d. Tuttavia, questa classificazione risponde ad un modo di pensare tipico di chi contempla anche un\u2019altra possibilit\u00e0: quella della trascendenza; ma \u00e8 proprio quest\u2019ultima visione del mondo ad essere completamente estranea ad Eraclito.<\/p>\n<p>E in questo sottoscrivo in pieno l\u2019interpretazione di CR che non riscontra nel Nostro nessun tipo di dualismo (p. 241, 288, 544).<\/p>\n<p>Quel dualismo, che sar\u00e0 poi di Platone, tra mondo delle idee e mondo sensibile.<\/p>\n<p>Ma, allora, direte voi, venendo al dunque, cosa dobbiamo pensare della religiosit\u00e0 di Eraclito?<\/p>\n<p>Eraclito, ad esempio, vuole forse sbarazzarsi delle divinit\u00e0 olimpiche, che ancora caratterizzavano la religione tradizionale?<\/p>\n<p>Per un verso s\u00ec e per un altro no.<\/p>\n<p>Per capirlo leggiamo questo sibillino frammento:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La cosa saggia (<em>t\u00f2 soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em>), che \u00e8 unica, vuole e non vuole essere detta col nome di Zeus&nbsp; (32.67).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma che cosa \u00e8 mai \u201cla cosa saggia\u201d?<\/p>\n<p>Ecco, denota assieme ad altri termini con cui dovremo presto entrare in confidenza, tipo il fuoco, il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> o il corso del tempo (<em>ai<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em>) e altri che incontreremo, un tentativo di Eraclito di formare un nuovo lessico filosofico.<\/p>\n<p>Un lessico filosofico che &#8211; badate bene &#8211; prima di lui non c\u2019era ancora, o che, al massimo, era rimasto solo ai primi vagiti. E faremmo molto male se non ne tenessimo conto.<\/p>\n<p>Ma faremmo ancora peggio se forzassimo questo lessico e lo giudicassimo in base a quello che avverr\u00e0 <em>in philosophicis<\/em> solo dopo Eraclito.<\/p>\n<p>Insomma, non dobbiamo adottare un modo di pensare post-aristotelico, basato sul principio di non-contraddizione che non ammette &#8211; ve lo dico in soldoni &#8211; che di una stessa cosa si possa dire che sia e insieme che non sia.<\/p>\n<p>Non a caso, \u00e8 lo stesso Aristotele a rimproverare ad Eraclito di essere sprovvisto del principio di non contraddizione: <em>Metafisica<\/em>, 1005 b 19-34.<\/p>\n<p>Perch\u00e9&nbsp; Eraclito non ragiona cos\u00ec!<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 pu\u00f2 affermare: \u201cvuole e non vuole essere detto\u201d.<\/p>\n<p>Siete curiosi di sapere cosa combina ancora questa famigerata \u201ccosa saggia\u201d?<\/p>\n<p>Sentite qua come traduce Diano (13) un ostico ma cruciale frammento, in cui la ritroviamo:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Una \u00e8 la sapienza, conoscere la mente (<em>gn<\/em><em>\u00f3<\/em><em>me<\/em>) che per il mare del Tutto ha segnato la rotta del Tutto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Fascinosa versione!&#8230; che per\u00f2 ha due principali difetti: il primo che <em>t\u00f2 soph<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em> non pu\u00f2 essere semplicemente con \u201cla sapienza\u201d, perch\u00e9, allora, sarebbe solo qualcosa di umano, mentre, secondo me, allude a qualcosa di ben pi\u00f9 vasto, che ha a che fare col divino.<\/p>\n<p>Inoltre, in greco non c\u2019\u00e8 nessun \u201cTutto\u201d ma, piuttosto, \u201ctutte le cose\u201d.<\/p>\n<p>Vi propongo, perci\u00f2, una mia traduzione, assai meno elegante, purtroppo cacofonica, ma pi\u00f9 letterale:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Una \u00e8 la cosa saggia: conoscere il pensiero, che regge il timone governando tutte le cose attraversando tutte le cose (41).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Lo so, c\u2019\u00e8 da uscirne pazzi!<\/p>\n<p>Ma una cosetta almeno cominciamo a capirla: non dobbiamo mai parlare di unit\u00e0 &#8211; Eraclito dice spesso \u201cuno\u201d &#8211; pensando di poterci bellamente sbarazzare della pluralit\u00e0.<\/p>\n<p>Perch\u00e9, miei cari, questi due aspetti sono sempre con-presenti.<\/p>\n<p>E, per la cronaca, anche Nietzsche (FETG, \u00a7 6) \u00e8 di questo parere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 7. Il tormentone del <em>p<\/em><\/strong><strong><em>\u00e1<\/em><\/strong><strong><em>nta rhe<\/em><\/strong><strong><em>\u00ee<\/em><\/strong><strong>.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Ora che abbiamo scoperto che Eraclito non era un conservatore, dobbiamo verificare se non siamo noi dei conservatori, in particolare, per quello che lo riguarda.<\/p>\n<p>Ossia siamo sicuri che, nel nostro primo avvicinarci ad Eraclito, non siamo stati prigionieri, restandoci poi per anni, di una formuletta pseudo-eraclitea che la tradizione ci ha consegnato, bella e confezionata? E che noi abbiam ripetuto a pappagallo, senza domandarci da dove fosse piovuta?<\/p>\n<p>Provate a domandare a bruciapelo a qualcuno che cosa sa di Eraclito. Ora, premesso che <em>h<\/em><em>o<\/em><em>i pollo<\/em><em>\u00ed<\/em> non ne sanno un bel niente, quei pochi che lo hanno sentito nominare, subito si illumineranno ed esclameranno: \u201cma non era quello del <em>p<\/em><em>\u00e1<\/em><em>nta rhe<\/em><em>\u00ee<\/em><em>? <\/em>\u201d.<\/p>\n<p>E di cosa ci possiamo stupire se persino a Sanremo (2017) vinse una spassosa canzone (<em>Occidentali\u2019s Karma<\/em>), destinata a diventare assai popolare, in cui&nbsp; <em>p\u00e1nta rhe\u00ee<\/em> veniva trionfalmente ripetuto e pure ci si ballava sopra?<\/p>\n<p>Anche un simpatico gentiluomo napoletano, spiritoso divulgatore del mondo antico &#8211; sto parlando di Luciano De Crescenzo &#8211; aveva scritto un piacevole libro, dedicato ad un Eraclito redivivo, che s\u2019intitolava, per l\u2019appunto: <em>Panta Rei<\/em> (1994).<\/p>\n<p>E non vi sconsiglio affatto di leggerlo, visto che \u00e8 divertente e pieno di fantasia, ma a patto che non crediate a una parola di quello che ci sta scritto.<\/p>\n<p>Insomma &#8211; ve lo devo confessare &#8211; il tormentone del <em>p<\/em><em>\u00e1<\/em><em>nta rhe<\/em><em>\u00ee<\/em> aveva contagiato pure me e, quando, per la prima volta, mi misi a leggere con calma i <em>Frammenti<\/em>, lo andavo cercando\u2026 ma invano!<\/p>\n<p>Per l\u2019esattezza, la frase intera del tormentone cos\u00ec suonava: <em>p<\/em><em>\u00e1<\/em><em>nta rhe<\/em><em>\u00ee<\/em><em> \u00f2s<\/em> <em>potam<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em> (tutto scorre come un fiume) ed \u00e8 giusto quella che pensavo di trovare.<\/p>\n<p>Ebbene, setacciando con cura, nell\u2019originale greco, la testimonianza di Diogene Laerzio, rinvenni alfine un <em>gin\u00e9sthai te p<\/em><em>\u00e1<\/em><em>nta kat\u2019enanti<\/em><em>\u00f3<\/em><em>teta ka\u00ec<\/em> <em>rhe<\/em><em>\u00ee<\/em><em>n t\u00e0 h<\/em><em>\u00f3<\/em><em>la potamo<\/em><em>\u00fb<\/em><em> d<\/em><em>\u00ed<\/em><em>ken<\/em>. Ovvero: \u201cTutte le cose divengono secondo i contrari (secondo le cose pi\u00f9 contrarie) e nella loro totalit\u00e0 scorrono alla maniera di un fiume\u201d (IX, 8).&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Ed eccolo qua il responsabile del riassuntino che \u00e8 poi passato, ancor pi\u00f9 semplificato, nel parlar comune!<\/p>\n<p>Ma &#8211; ormai lo sapete &#8211; io sono maledettamente onesta e volevo rendermi conto ancor meglio se lo stereotipo del <em>p<\/em><em>\u00e1<\/em><em>nta rhe<\/em><em>\u00ee<\/em> avesse una qualche giustificazione in un\u2019autorit\u00e0 pi\u00f9 grossa e precedente il tardo Diogene Laerzio.<\/p>\n<p>Al che, puntai diritta dritta su Platone e, innanzi tutto, sul <em>Cratilo<\/em>, dove mi ricordavo che uno dei personaggi, Cratilo per l\u2019appunto, veniva qualificato come un seguace di Eraclito.<\/p>\n<p>Lasciamo stare per il momento lo spinoso problema principe di questo dialogo, che \u00e8 poi anche uno dei problemi che gi\u00e0 si poneva Eraclito, ossia domandarsi se vi sia o meno un nesso necessario tra le cose i loro nomi.<\/p>\n<p>Esaminiamo, invece, un passo in cui si attribuisce ad Eraclito la convinzione che: \u201cle cose che sono si muovono (letteralmente \u201cvanno\u201d, \u201csono in cammino\u201d) tutte e niente resta fermo\u201d (401 d).<\/p>\n<p>Subito dopo Socrate dice di avere una sorta di visione in cui vede Eraclito che enuncia un\u2019antica e saggia dottrina che gli deriverebbe da Omero (<em>Iliade<\/em>, XIV, 201), dottrina che cos\u00ec suona: \u201ctutte le cose mutano luogo nello spazio (<em>khore<\/em><em>\u00ee<\/em>) e niente sta fermo\u201d (402 a).<\/p>\n<p>Uno <em>spiazzante<\/em> mutamento, potremmo dire.<\/p>\n<p>A questo punto, subentra l\u2019immagine del fiume, ma propongo di affrontarla con calma solo in seguito, altrimenti perdiamo il filo.<\/p>\n<p>Torniamo un passettino indietro perch\u00e9 non penso che vi sia sfuggito il fatto che Socrate-Platone accomuna Eraclito ad Omero. Ma come \u00e8 possibile se Eraclito Omero proprio non lo pu\u00f2 sopportare?<\/p>\n<p>E non basta: qualche riga pi\u00f9 sotto Eraclito viene avvicinato ad Esiodo e anche di quest\u2019ultimo abbiamo visto che idea lusinghiera avesse il Nostro\u2026<\/p>\n<p>Ma, subito ci domandiamo: Socrate-Platone \u00e8 disposto per davvero ad accettare le teorie eraclitee, che ha finto di lodare, fregiandole d\u2019aver origine da una veneranda e antica saggezza?<\/p>\n<p>Ovviamente no.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Il cruccio di Socrate-Platone si scopre chiaramente verso il finale del <em>Cratilo<\/em> (440 a-b), quando viene riproposto il moto continuo delle cose: \u201c<em>metap<\/em><em>\u00ed<\/em><em>ptei p<\/em><em>\u00e1<\/em><em>nta kr\u00e9mata ka\u00ec med\u00e8n m\u00e9nei<\/em>\u201d: \u201ctutte le cose mutano e niente sta fermo\u201d.<\/p>\n<p>E fa capolino un altro verbo (<em>metap<\/em><em>\u00ed<\/em><em>pto<\/em>) che, in questo brano, vien ripetuto ben quattro volte in pochissime righe, che non indica pi\u00f9 soltanto il movimento, ma anche il mutamento e, addirittura, la metamorfosi.<\/p>\n<p>Si tratta di un verbo interessantissimo che \u00e8 legato allo spostare i pezzi, giocando su di una scacchiera, non so se mi spiego\u2026 e rincontreremo questo singolare verbo in un frammento cruciale di Eraclito (88.22), su cui dovremo riflettere parecchio &lt;\u00a7 16&gt;.<\/p>\n<p>Per il momento, accontentiamoci di tradurre <em>metap<\/em><em>\u00ed<\/em><em>pto<\/em> con \u201ccambiare\u201d, \u201cmutare\u201d, \u201ctrasformarsi\u201d e di seguire il ragionamento platonico.&nbsp;<\/p>\n<p>Ora, e se la <em>gn<\/em><em>\u00f4<\/em><em>sis<\/em> (la conoscenza) si trasforma, essa cesser\u00e0 di essere conoscenza e non solo: non vi sar\u00e0 pi\u00f9 chi conosce, n\u00e9 ci\u00f2 che va conosciuto.<\/p>\n<p>Se, invece, chi conosce esiste sempre, ci sar\u00e0 anche ci\u00f2 che si conosce, come il bello, il buono e come ogni essente &#8211; e tutto questo mi puzza lontano un miglio da teoria delle idee&#8230;<\/p>\n<p>Ovviamene, tale permanere non ha nulla a che vedere con lo scorrere ed \u00e8 a questo punto finalmente incontriamo il verbo <em>rh\u00e9o<\/em>.<\/p>\n<p>(Ecco, perci\u00f2, dove ha presumibilmente pescato Diogene Laerzio!).<\/p>\n<p>Lo incontriamo laddove Socrate <em>finge<\/em> di non aver ancora chiaro se le cose non mutano &#8211; come starebbe meglio a lui &#8211; o se invece cambiano, come sostengono Eraclito e gli Eraclitei.<\/p>\n<p>Al che, non si sa come, fanno capolino dei sorprendenti \u201cvasi d\u2019argilla, in cui tutte le cose fluiscono (<em>p<\/em><em>\u00e1<\/em><em>nta h<\/em><em>\u00f3<\/em><em>sper ker<\/em><em>\u00e1<\/em><em>mia rhe<\/em><em>\u00ee<\/em>, 440 c)\u201d.<\/p>\n<p>Bah?! Saranno anche delle semplici anfore, ma &#8211; poco da fare! &#8211; a me vengono in mente vasi, che hanno tutta l\u2019aria di non esser preposti a nobili uffici.<\/p>\n<p>Infatti, Platone scopre subito dopo le sue carte e se ne esce con un paragone, a dir poco,&nbsp; sgradevolissimo.<\/p>\n<p>Questo scorrere si trasforma, allora, in un orrido scaracchiare: <em>hyp\u00f2 rhe<\/em><em>\u00fa<\/em><em>mat<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s te ka\u00ec kat<\/em><em>\u00e1<\/em><em>rrou p<\/em><em>\u00e1<\/em><em>nta t\u00e0 krem<\/em><em>\u00e1<\/em><em>ta \u00e9khesthai<\/em>:<em> \u201c<\/em>tutte le cose sono prese da una flussione di catarro\u201d (440 d).<\/p>\n<p>Che schifo!<\/p>\n<p>Nemmeno a dirlo, tale trucidezza viene edulcorata, o nascosta del tutto, nella maggior parte delle traduzioni.<\/p>\n<p>Insomma, avete appena potuto vedere da vicino come l\u2019ironia socratica si esplichi in modo pesante, sgradevole ma anche vigliacco: prima Socrate afferma che non osa contraddire le teorie di uomini cos\u00ec tanto sapienti per poi degradarli, dando un\u2019immagine oltremodo ributtante di quello che essi sostengono.<\/p>\n<p>Ripeto: che ribrezzo!<\/p>\n<p>Meglio che ci affrettiamo a detergerci nelle acque del fiume eracliteo\u2026 sempre che questa si riveli un\u2019impresa agevole\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>8. L\u2019immagine del fiume.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Se pensavate di fare un bel bagno purificatore e rilassante nel fiume eracliteo, vi avverto che resterete delusi, visto che, pi\u00f9 di un corso d\u2019acqua, si tratta di un gran vespaio.<\/p>\n<p>Questo perch\u00e9 tutti i commentatori non fanno altro che fare i sofistici perch\u00e9 affermano o che quel pezzo di frase o quell\u2019avverbio non sono eraclitei e che, quindi, quel tal brano \u00e8 interpolato e, perci\u00f2, inautentico e via di questo passo.<\/p>\n<p>Che strazio!<\/p>\n<p>A parte che, per come ci sono giunti i lacerti della scrittura eraclitea, gi\u00e0 suddividere nettamente i <em>Frammenti<\/em> dalle <em>Testimonianze<\/em> \u00e8 un\u2019impresa disperata se non insensata (Colli, ad esempio, \u00e8 molto critico a riguardo), non ho voglia di rendervi conto di tutte queste polemiche; sicch\u00e9 mi affider\u00f2 al mio buon senso.<\/p>\n<p>Vi faccio un esempio: le citazioni di Eraclito contenute nell\u2019<em>Ippia maggiore<\/em> (quelle sulla scimmia etc.) sono annoverate tra i <em>Frammenti<\/em> mentre, invece, quelle che stanno nel <em>Cratilo<\/em>, tra le <em>Testimonianze<\/em>.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 mai? Mistero!<\/p>\n<p>Ripartiamo, allora, proprio dal <em>Cratilo<\/em> (402 a) dove, dopo aver affermato che, per Eraclito, tutte le cose cambiano di posto e niente sta fermo, paragonando \u201cle cose che sono\u201d &#8211; ecco, questa espressione mi sembra poco eraclitea &#8211;&nbsp; al fluire di un fiume, si riferisce che Eraclito avrebbe anche detto: \u201cNon potrai entrare due volte nello stesso fiume\u201d.&nbsp;<\/p>\n<p>Quest\u2019immersione problematica stuzzic\u00f2 in seguito anche Aristotele il quale ci testimonia che Cratilo &#8211; in qualit\u00e0 di seguace di Eraclito, che, evidentemente, voleva superare il maestro &#8211; era dell\u2019idea che nello stesso fiume non ci potesse entrare nemmeno una volta sola (<em>Metafisica<\/em>, 1010 a 7).<\/p>\n<p>Riflettiamo: il fiume eracliteo apre contemporaneamente due prospettive.<\/p>\n<p>Quella del fiume in s\u00e9 &#8211; che quanti amano le semplificazioni s\u2019affrettano a chiamare: \u201cil divenire\u201d &#8211; e una seconda prospettiva che riguarda chi s\u2019immerge in tale flusso e che fa esperienza di un qualcosa che insieme si d\u00e0 e non si d\u00e0.<\/p>\n<p>D\u2019accordo, sono stata troppo sibillina &#8211; chi va con l\u2019Oscuro impara ad oscurare, ed \u00e8 un brutto vizio &#8211; sicch\u00e9, per tentare d\u2019essere pi\u00f9 chiara, vi voglio proporre un frammento (49a) tramandatoci, non da Platone o Aristotele, ma da un omonimo di Eraclito, che per\u00f2 visse tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo. Si tratta di un erudito che volle interpretare i poemi omerici in chiave allegorica.<\/p>\n<p>Mi servir\u00f2 della versione di Giorgio Colli (A 46), che, in questo caso, giudico ottima e che, quindi, non ritoccher\u00f2:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Negli stessi fiumi tanto entriamo quanto non entriamo, tanto siamo quanto non siamo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vi ricordate della \u201ccosa saggia\u201d? Quella \u201cche vuole e non vuole essere detta col nome di Zeus\u201d (32.67)? Ebbene, anche ora, a mio parere &#8211; ma mi rendo conto che si tratta di un\u2019ipotesi &#8211; stiamo facendo esperienza, immergendoci in questo frammento, della con-presenza o, meglio, della con-possibilit\u00e0, che \u00e8 tipica del linguaggio di Eraclito.<\/p>\n<p>Ma della con-presenza di cosa? In questo caso, della con-presenza di due&nbsp; prospettive: una pi\u00f9 \u201ccosmica\u201d (il fiume) e una pi\u00f9 \u201cantropocentrica\u201d, ossia quella di coloro che entrano nel flusso e si sentono mutati.<\/p>\n<p>Seneca, in una lettera (58,23), commentando il solito passo del <em>Cratilo<\/em> (402 a) ci spiega: \u201cmentre dico che le cose mutano, io muto\u201d e fin qua, posso esser d\u2019accordo, ma poi Seneca fa un passo successivo, che mi affascina parecchio ma che, per\u00f2, mi lascia perplessa. Insomma, assimila il fiume al <em>tempus<\/em> e si lancia in una delle sue riflessioni \u201cesistenziali\u201d preferite. Ovvero spiega che non ha alcun senso temere la morte \u201cquando ogni momento \u00e8 la morte della precedente condizione (<em>habitus<\/em>) di vita\u201d, comprese tutte le consuetudini che avevamo.<\/p>\n<p>Appare chiaro, allora, che il tempo di Seneca \u00e8 un \u201ctempo vissuto\u201d, mentre quello di Eraclito avrebbe tutta l\u2019aria di essere anche &#8211; sottolineo \u201canche\u201d &#8211; un tempo cosmico, che pure si d\u00e0 e non si d\u00e0 a colui &#8211; il \u201cbagnante\u201d &#8211; che ne fa una cos\u00ec complicata esperienza.<\/p>\n<p>Peccato che le cose non siano cos\u00ec semplici! Eh s\u00ec, perch\u00e9 Eraclito non ci autorizza mai ad assimilare il fiume al tempo: sarebbe troppo bello!<\/p>\n<p>Perch\u00e9 saremmo a cavallo per capire un po\u2019 meglio il bimbo (immagine del \u201ccorso del tempo\u201d, <em>ai<\/em><em>\u00f3<\/em><em>n<\/em>), che gioca con la scacchiera (52.48).<\/p>\n<p>Quanto alla parola <em>khr<\/em><em>\u00f3<\/em><em>nos<\/em>, la cercheremmo invano nel <em>corpus<\/em> eracliteo.<\/p>\n<p>Insomma, seppur tentatissimi, questa equivalenza fiume=tempo, purtroppo, non la possiamo fare.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>E cos\u00ec restiamo a bocca asciutta o, meglio, restiamo a mollo in questo rapinoso fiume.<\/p>\n<p>D\u2019accordo, ci mettiamo a nuotare, ma come e verso dove?<\/p>\n<p>Eraclito &#8211; con cui sono in costante colloquio da mesi &#8211; sembra risponderci: \u201cCosa volete da me? Nuotate, imbecilli!\u201d.<\/p>\n<p>Eh s\u00ec, perch\u00e9 mentre credevamo di aver capito almeno una cosa, una sola, del fr. 49a, ovvero che tanto il fiume, quanto i bagnanti sono immersi nel mutamento, ecco che arriva un\u2019altra sentenza (12.57), sempre incentrata sull\u2019immagine del fiume e dei bagnanti, che rischia di farci affogare di brutto. Anche in questo caso, user\u00f2 come salvagente la versione di Giorgio Colli (A 44):<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A coloro che entrano negli stessi fiumi continuano ad affluire acque sempre differenti (12.52).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Prima di tentare un commento, vorrei farvi notare che in questi due frammenti, il fiume non \u00e8 mai al singolare bens\u00ec sempre al plurale. Particolarit\u00e0 che scompare, ad esempio, nelle traduzioni di Diano.<\/p>\n<p>Invece, per me, questi plurali, che si estendono anche ai bagnanti, non sono cosa da sottovalutare. Perch\u00e9 &#8211; ricordatevelo sempre! &#8211; in Eraclito la pluralit\u00e0 non pu\u00f2 essere mai neutralizzata da qualsivoglia unit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n<p>Sorge anche un\u2019altra domanda: perch\u00e9 si dice \u201cmedesimi fiumi\u201d? In che consiste tale punto fermo? E ancora: come si concilia questo permanere, specie nel fr. 12, con \u201cacque sempre differenti\u201d?<\/p>\n<p>CR (pp. 415-417) ci prospetta varie ipotesi, anche se purtroppo parla sempre di \u201cfiume\u201d e non di \u201cfiumi\u201d.<\/p>\n<p>La prima ipotesi \u00e8 che la misura dello scorrere resta sempre la stessa, allo stesso modo che nella clessidra &#8211; che per i Greci era ad acqua &#8211; dove scorre sempre la stessa quantit\u00e0 acqua, nel medesimo lasso di tempo. I Greci misuravano cos\u00ec, ad esempio, il tempo assegnato ai vari oratori nei tribunali.<\/p>\n<p>CR scarta poi questa ipotesi perch\u00e9 contemplerebbe un fiume astratto, interpretato in maniera simbolica, mentre nei fiumi concreti vi sono periodi di piena e di secca. In generale, CR dice che l\u2019impianto simbolico del discorso non appartiene all\u2019epoca di Eraclito, ma \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 tardo.<\/p>\n<p>La seconda ipotesi \u00e8 che il fiume sia sempre lo stesso perch\u00e9 a permanere, nonostante il fluire, \u00e8 il <em>nome<\/em> di \u201cfiume\u201d.<\/p>\n<p>Questa era la soluzione di Seneca, che nelle righe immediatamente successive al brano che ho appena citato, dichiarava: <em>manet enim idem fluminis nomen, acqua transmissa est <\/em>(\u201cil nome del fiume rimane infatti il medesimo, mentre l\u2019acqua \u00e8 gi\u00e0 passata\u201d).<\/p>\n<p>E qui CR ha buon gioco a scartare questa ipotesi citando un ingegnoso frammento di Eraclito, basato su di un bel gioco di parole:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il nome di arco \u00e8 vita, ma quello che mette in opera \u00e8 la morte (48.49).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>In greco, infatti, \u201carco\u201d si pu\u00f2 dire sia <em>t<\/em><em>\u00f3<\/em><em>xon<\/em> sia <em>bi<\/em><em>\u00f3<\/em><em>s<\/em>. E <em>b<\/em><em>\u00ed<\/em><em>os<\/em> significa \u201cvita\u201d, anche se, ad essere pignoli, l\u2019accento cade in due maniere diverse.<\/p>\n<p>Quello che \u00e8 importante, commenta CR che non sottolinea questo differire degli accenti, \u00e8 che il nome e la cosa, in questo frammento, si contraddicono.<\/p>\n<p>Anche \u201cla cosa saggia\u201d, aggiungo io, ha dei problemi ad essere detta col <em>nome<\/em> di Zeus (32.67).&nbsp;<\/p>\n<p>Veniamo alla terza ed ultima ipotesi, che CR sembra preferire, anche se, poi non se la sente di scartare del tutto la seconda.<\/p>\n<p>Insomma, CR, proprio perch\u00e9 ha escluso che il fiume sia un simbolo, optando per un fiume concreto, finisce per evocare la scena di un paesaggio, dove ci\u00f2 che cambia \u00e8 quello che circonda il fiume, mentre il fiume resta sempre lo stesso. E qui CR evoca addirittura il panorama che pi\u00f9 le \u00e8 familiare: quello di Parigi e della Senna. Parigi cambia, ma la Senna resta molto pi\u00f9 simile a se stessa.<\/p>\n<p>Bah!<\/p>\n<p>Con tutta la stima che ho per CR, scuoto la testa.<\/p>\n<p>Fosse altro perch\u00e9 quello che lei evoca \u00e8 un paesaggio urbano (persino di una metropoli) e, se optiamo per un fiume concreto e non simbolico, allora dobbiamo pensare ai, ben pi\u00f9 piccoli, fiumi che poteva vedere Eraclito, nella regione a lui circonvicina.<\/p>\n<p>Tuttavia, anche se ad Efeso ci sono stata, non ho nessunissima intenzione di tenervi una lezione sulla topografia della zona.<\/p>\n<p>Ora, essendo esausta dopo tanto nuotare, provo a tornare sulla riva.<\/p>\n<p>E l\u00e0 mi ingegno ad inscenare una conclusione\u2026 provvisoria.<\/p>\n<p>Ecco, il fatto che i fiumi siano gli stessi potrebbe significare che quello che ritroveremo sempre \u00e8 il cambiamento o, molto meglio &#8211; non scordatevi mai i plurali! &#8211; i continui cambiamenti (le acque sempre differenti) che, incessantemente, mutano anche noi stessi, che viviamo nel flusso.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, questi due frammenti non stanno trasmettendo messaggi tra loro inconciliabili.&nbsp;<\/p>\n<p>E questo nonostante le diverse angolature da cui guardare la scena: se incentrandoci, ora sui fiumi, ora sui bagnanti.<\/p>\n<p>Ma come possiamo trovare le parole per dire tutto ci\u00f2, dopo che proprio le parole sono cos\u00ec insufficienti?<\/p>\n<p>Non dicendolo, non nascondendolo, ma solo accennandovi, lanciando segnali (93.120)\u2026 ossia continuando, malgrado tutto, a scrivere sulle labili tracce dell\u2019Oscuro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong> 9. Eraclito: il filosofo che per primo dice \u201cio\u201d.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>Rileggendo il fr. 49a (uno dei due dedicati all\u2019immagine del fiume), si nota che Eraclito usa la prima persona plurale. Ossia, dicendo \u201centriamo e non entriamo, siamo e non siamo\u201d, sembra suggerirci che nel fluire del fiume lui si trova immerso al pari di tutti gli altri.<\/p>\n<p>Ma forse \u00e8 una sorta di \u201cplurale maiestatico\u201d, obietterete.<\/p>\n<p>Penso proprio di no, per la semplice ragione che Eraclito mostra di saper usare con sapienza e raffinatezza pi\u00f9 persone verbali.<\/p>\n<p>Tanto \u00e8 vero che \u00e8 il primo filosofo a dire \u201cio\u201d.<\/p>\n<p>Noi viviamo in un\u2019epoca di egotismo ipertrofico, in cui dire \u201cio\u201d sembra la cosa pi\u00f9 scontata del mondo, sicch\u00e9 non ci fa nessun effetto, anzi!<\/p>\n<p>Prima di Eraclito, i poeti lirici, inaugurando un nuovo modo di far poesia, diverso dall\u2019epica, dove l\u2019io del cantore quasi mai si palesava, avevano detto orgogliosamente: <em>eg<\/em><em>\u00f3<\/em>. Saffo ed Alceo (entrambi poeti della stessa regione di Eraclito), ad esempio, avevano dichiarato quello che preferivano, distaccandosi con orgoglio dai valori comunemente accettati.<\/p>\n<p>Sicch\u00e9, questa nuova affermazione dell\u2019io in Eraclito diviene una e vera propria \u201crivoluzione filosofica\u201d. Tanto \u00e8 vero che, anche dopo di lui, i filosofi che oseranno dire \u201cio\u201d resteranno sempre una minoranza.<\/p>\n<p>Nell\u2019antichit\u00e0 lo dir\u00e0 Gorgia, nel tardo antico ci saranno Seneca, Marco Aurelio, Agostino, all\u2019inizio del medioevo Severino Boezio, nella modernit\u00e0 Cartesio e, in un\u2019epoca pi\u00f9 vicina a noi, <span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Imbattersi-in-Stirner.pdf\"><strong>Stirner<\/strong><\/a><\/span> e Nietzsche. Sorvolo sul&nbsp; \u2018900, dove, invece, l\u2019io \u00e8 pi\u00f9 frequente, anche se rimane chi in prima persona non si esprime mai o quasi mai.<\/p>\n<p>Ovviamente, l\u2019elenco che avete appena letto \u00e8 assai lacunoso e criticabile, ma era solo per darvi un\u2019idea.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 questa resistenza dei filosofi ad esprimersi con la prima persona singolare?<\/p>\n<p>Secondo me, perch\u00e9 il filosofo pretende sempre di essere oggettivo, quando l\u2019oggettivit\u00e0 semplicemente non esiste.<\/p>\n<p>L\u2019oggettivit\u00e0 \u00e8 un\u2019utopia o una chimera. O tutte e due.<\/p>\n<p>Ma torniamo al mondo antico, dove mi ha sempre fatto effetto che Platone si nascondesse dietro al suo principale maestro e che, scrivendo i vari copioni di quel teatro filosofico che sono i suoi dialoghi, non abbia mai messo in scena una disputa tra lui (Platone, come personaggio) e il mattatore, alias il solito Socrate.<\/p>\n<p>Tre sole volte Platone nomina se stesso e molto di sfuggita. Due volte nell\u2019<em>Apologia<\/em> (34 a, 38 b), dove ci fa sapere d\u2019esser stato presente nel tribunale che condann\u00f2 a morte Socrate. E una all\u2019inizio del <em>Fedone<\/em> (59 b), dove nell\u2019enumerazione dei vari discepoli accorsi per prendere commiato da Socrate, osserviamo un grosso buco: \u201cPlatone, credo, era malato\u201d.<\/p>\n<p>Per la cronaca, lo apprendiamo dal personaggio di Fedone, dipinto come affezionatissimo a Socrate, di cui narra le ultime ore di vita.<\/p>\n<p>Cosa volete che vi dica? Non ci vedo nessuna discrezione in questo autocancellarsi, non solo dagli interlocutori principali del morituro (Fedone, Simmia, Cebete), ma persino dal nudo elenco dei presenti.<\/p>\n<p>Ovviamente, si tratta di una finzione narrativa, ma in quell\u2019indisposizione e in quel \u201ccredo\u201d si manifesta tutta la vigliaccheria di Platone.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 meglio che torniamo ad Eraclito che, mostrandosi senza paura a viso aperto, se ne esce in una sentenza lapidaria quanto sorprendente:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ho consultato me stesso (101).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Diano (126) chiude volutamente, ad effetto, la sua raccolta dei frammenti proprio con questo frammento che traduce con: \u201cHo indagato me stesso\u201d.<\/p>\n<p>Sentiamo come risolve Colli (A 37): \u201cTentai di decifrare me stesso\u201d.&nbsp;<\/p>\n<p>A me questa soluzione non dispiace perch\u00e9 raccoglie un suggerimento di Nietzsche, che aveva proposto: \u201cHo cercato e indagato me stesso\u201d (FETG, \u00a7 8), che faceva notare come il verbo in questione (<em>di-zet\u00e9o<\/em>), che sia Nietzsche che Colli sdoppiano, designi la consultazione di un oracolo. E, a tal proposito, vari commentatori ricordano a conferma passi di Erodoto&nbsp; (cfr. ad es. IV, 151).<\/p>\n<p>Per questa ragione, avevo tradotto in un primo momento: \u201cHo interrogato me stesso\u201d, salvo accorgermi che forse rischiavo di non rendere esplicito il linguaggio oracolare.<\/p>\n<p>Quanto alla famosa sentenza dell\u2019oracolo delfico: \u201cconosci te stesso\u201d, non sono affatto convinta che sia quella la sponda da cercare, ma penso, piuttosto, che questo prepotente venire alla ribalta dell\u2019io abbia a che fare con un atteggiamento di fondo tipico di Eraclito, che, come abbiamo gi\u00e0 visto, \u00e8 profondamente critico nel confronti della tradizione.<\/p>\n<p>Ce lo conferma egregiamente gi\u00e0 Diogene Laerzio (IX, 5), il quale chiosa questo detto, dichiarando che Eraclito non fu allievo di nessuno e che aveva tratto ogni insegnamento unicamente da se stesso.<\/p>\n<p>Insomma, se abbiamo visto che Eraclito, per sua formazione, non disdegna il linguaggio oracolare (93.120), piegandolo al suo modo di far filosofia,&nbsp; sappiamo pure che la sua religiosit\u00e0 \u00e8 <em>altra<\/em> <em>cosa<\/em>.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 ho preferito rendere con il verbo \u201cconsultare\u201d, dove vien conservata l\u2019esigenza di un responso di un vaticinio, tenendo presente, per\u00f2, che l\u2019oracolo non \u00e8 a Delfi o in qualche altro noto santuario, ma \u00e8 racchiuso nell\u2019Oscuro medesimo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Vi suggerisco, tuttavia, di non intrepretare il fr. 101 come un invito all\u2019introspezione &#8211; sarebbe anacronistico, ossia una forzatura troppo moderno-contemporanea &#8211; bens\u00ec come un manifesto di una radicale autosufficienza.<\/p>\n<p>Se Eraclito non ebbe maestri, intuiamo da altri frammenti che lui dovette avere delle grosse disillusioni quando, a sua volta, tent\u00f2 di insegnare qualcosa ad altri.<\/p>\n<p>E lo desumiamo da un paio di frammenti, dove non troviamo solo un verbo alla prima persona singolare, ma addirittura un <em>eg<\/em><em>\u00f3<\/em> oppure il pronome \u201cme\u201d.<\/p>\n<p>Non vorrei mai parlarvi del frammento 1 (1 anche nella numerazione Diano e A 9 in quella Colli), perch\u00e9 \u00e8 insolitamente lungo e maledettamente complesso; si pu\u00f2 dire che in esso sta racchiuso un riassunto di quasi tutti i temi salienti di Eraclito.<\/p>\n<p>Su questo brano Heidegger ci ricama all\u2019inverosimile, forzandolo oltre ogni dire, ma basta cos\u00ec, mi rimbocco le maniche e provo a tradurvelo pi\u00f9 alla lettera possibile, appoggiandomi, ma non <em>in toto<\/em>, alla versione di uno studioso francese, che ancora non vi ho presentato, ma che, vi assicuro, sa il fatto suo, ossia Jean Bollack (1923-2012):<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gli uomini sono sempre ignari di questo discorso (<em>l<\/em><em>\u00f3gos<\/em>), sia prima di averlo ascoltato, sia dopo averlo ascoltato per la prima volta. Dato che tutte le cose nascono e divengono secondo questo <em>l<\/em><em>\u00f3gos<\/em>, essi sembrano ignorare ci\u00f2 che praticano, parole e azioni, quali <em>io<\/em> stesso sviluppo e racconto, dividendo ciascuna cosa secondo la sua natura e mostrando come \u00e8 fatta. Ma gli altri uomini ignorano quello che fanno da svegli cos\u00ec come non ricordano quello che fanno dormendo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>S\u00ec, lo so: \u00e8 complicatissimo, ma non disperate. Per fortuna c\u2019\u00e8 CR (pp. 443-444, 500-503) che ci soccorre e che, con molta calma, prende in mano la questione, chiarendoci che, in questa requisitoria contro quelli che noi chiamiamo, solo per intenderci, i \u201cnon-filosofi\u201d, si scoprono, innanzi tutto, due accuse.<\/p>\n<p>La prima \u00e8 che il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> esiste e che tutte le cose accadono secondo il<em> l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, ma gli uomini non lo sanno mai riconoscere nella loro esperienza, cosicch\u00e9 la loro esperienza \u00e8 inutile.<\/p>\n<p>La seconda \u00e8 una violenta protesta in prima persona, che cos\u00ec suona: \u201cio mi prendo la briga di insegnare in che cosa consista il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em>, ma gli uomini non comprendono la mia lezione\u201d.<\/p>\n<p>Sono, quindi, contemporaneamente in gioco l\u2019esperienza e l\u2019insegnamento: entrambi fallimentari.<\/p>\n<p>Inoltre, non vi sar\u00e0 sfuggita l\u2019espressione: \u201cgli altri uomini\u201d in cui Eraclito si separa ancor pi\u00f9 nettamente da tutti. Inizialmente si dichiarava deluso da coloro cui lui aveva tentato di insegnare invano in che consista il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> e, infine, prende le distanze anche da quelli cui non ha insegnato niente e che non sono poi cos\u00ec diversi da chi ha udito &#8211; e senza farne tesoro &#8211; il suo discorso.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 \u201cgli uomini\u201d sono comunque \u201csempre ignari\u201d.<\/p>\n<p>Sottolineo \u201csempre\u201d!<\/p>\n<p>Giunti a questo punto, lasciate da parte per il momento il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> e l\u2019immagine del sonno e della veglia, di cui, vi prometto, vi parler\u00f2 con calma &lt;\u00a7 15bis&gt;; l\u2019importante \u00e8 che abbiate capito sin qui il messaggio, potremmo dire non solo <em>stolz<\/em> di Eraclito, ma anche assai accorato.<\/p>\n<p>Ecco, allora, dopo il fallimento, un altro grido di Eraclito, che pure non demorde:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non ascoltando me, ma il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> \u00e8 saggio riconoscere che tutte le cose sono una (50.6).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questo sta a significare che gli \u201callievi\u201d, quelli intelligenti &#8211; che intuiamo, sono rarissimi &#8211; devono imparare a riconoscere il <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> non perch\u00e9 glielo ha insegnato un maestro (lui, Eraclito, che generalmente nessuno ascolta e nessuno capisce), ma perch\u00e9, grazie, al <em>l<\/em><em>\u00f3<\/em><em>gos<\/em> ci sono arrivati da soli.<\/p>\n<p>Ma, se capiscono tutto ci\u00f2 da soli, cessano <em>ipso facto<\/em> di essere allievi!<\/p>\n<p>E ancora: siamo sicuri che esistano uomini siffatti?<\/p>\n<p>(Ricordatevi quel: \u201csempre ignari\u201d!).<\/p>\n<p>Non so che rispondervi: se Eraclito lo pensasse o se, in qualche momento di sconforto, se lo augurasse soltanto, lo sperasse, pur sapendo che era impossibile.<\/p>\n<p>Chiss\u00e0?!<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #0000ff;\"><strong>(<span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1314\">Continua la lettura<\/a><\/span>)<\/strong><\/span><\/p>\n<p><strong>Note <\/strong><\/p>\n<p><strong>Premessa. <\/strong>Per il mia ultima incursione omerica cliccate: <strong><span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1276\">Le Sirene e i Lotofagi son forse parenti?<\/a><\/span>&nbsp; <\/strong><\/p>\n<p><strong>1.<\/strong>Eraclito, <em>I frammenti e le testimonianze<\/em>, testo critico e traduzione di Carlo Diano, commento di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Mondadori, Fondazione Lorenzo Valla, Milano, 1980.<br \/>\nGiorgio Colli, <em>La sapienza greca<\/em>, vol. III, <em>Eraclito<\/em>, Adelphi, Milano, 1980.<br \/>\nCl\u00e9mence Ramnoux, <em>H\u00e9raclite ou l\u2019homme entre les choses et les<\/em> <em>mots<\/em>, Paris, Les Belles Lettres, 1968 (precedente ed. 1959). Anni fa e anche durante la prima parte del 2020, studiai su questa ed. ma nel frattempo, erano usciti due corposissimi volumi, che racchiudono quasi tutti gli scritti di CR (<em>Oeuvres<\/em>, tome I, tome II, Pr\u00e9sentation de Rossella Saetta Cottone, \u00e9dition revue et corrig\u00e9e par Alexandre Marcinkowski, Paris, Les Belles Lettres, 2020), che poi mi procurai, e da cui citer\u00f2 direttamente nel corso di questo mio scritto; il saggio su Eraclito che ci interessa \u00e8 racchiuso nelle pp. 179-617, del tomo I.<\/p>\n<p><strong>3.<\/strong> Martin Heidegger, <em>Introduzione alla Metafisica<\/em>, trad. it. di Giuseppe Masi, Presentazione di Gianni Vattimo, Milano, Mursia, 1968, cfr. ad es. pp. 114-118 (lezioni del 1935, ed. tedesca 1966).<br \/>\nSecondo Heidegger, in <em>aleth\u00e9ia<\/em> fondamentale sarebbe l\u2019alfa privativo che precede il verbo <em>lanth<\/em><em>\u00e1<\/em><em>no<\/em>: \u201cnascondere\u201d (ma anche \u201cdimenticare\u201d), per cui la \u201cverit\u00e0\u201d sarebbe \u201cnon-nascondimento\u201d. Mah! I Greci amavano parecchio trastullarsi con etimologie, talora fondate e talora fantasiste, ebbene, ci credereste che, in anni e anni che bazzico testi greci d\u2019ogni tipo e di pi\u00f9 epoche, mai ho trovato n\u00e9 questa etimologia, n\u00e9 una riflessione sulla non-latenza?&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br \/>\nPierre Hadot, <em>Le voile d\u2019Isis<\/em>. <em>Essai sur l\u2019histoire de l\u2019id\u00e9e de Nature<\/em>, Gallimard, Paris, 2004, pp. 25-27 (ne esiste anche una trad. it. di Davide Tarizzo:<em> Il velo di Iside<\/em>, Torino, Einaudi, 2006).<\/p>\n<p><em><strong> 4.<\/strong> La Nuit et les enfants de Nuit dans la tradition grecque<\/em> sta ora racchiuso nel tomo, I, delle <em>Oeuvres<\/em> cit. di CR, pp. 3-177; mentre <em>Pourquoi les pr\u00e9socratiques?<\/em> (che corrisponde ad una conferenza tenuta a Paris nel gennaio 1966, presso il Coll\u00e8ge de Philosophie) si trova nel tomo II, pp. 15-34.<br \/>\nFriedrich Nietzsche, <em>La filosofia nell\u2019epoca tragica dei Greci<\/em>, in <em>Opere di Friedrich Nietzsche<\/em>, vol. III, tomo II, ed. it. condotta sul testo critico stabilito da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, versione di Giorgio Colli, Milano, Adelphi, 1973, pp. 263-351; Ne <em>Il dramma musicale greco<\/em> (nel medesimo vol. e tomo, pp. 25-45) si parla di \u201cgioco degli scacchi teatrale\u201d, quale critica ad Euripide (p. 35).<br \/>\nTale posizione \u201cirrazionalistica\u201d dell\u2019arte del giovane Nietzsche viene poi rivista in seguito: cfr. <em>Umano troppo umano<\/em>, I, ed. Colli-Montinari cit. vol. VI tomo II, versioni di Sossio Giammetta e Mazzino Montinari, af. 163, dove si parla esplicitamente di esercitarsi nella scrittura e, in generale, emerge una visione decisamente <em>tattica<\/em> del fare arte. &nbsp;<strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p><strong>6<\/strong>. Sul fr. 56 (quello in cui dei fanciulli propongono un indovinello sui pidocchi, che Omero non sa risolvere: \u201cQuello che vediamo e prendiamo lo lasciamo, quello che non vediamo n\u00e9 prendiamo lo portiamo\u201d, trad. di Diano, fr. 83) cfr. ad es. Giorgio Colli, <em>La nascita della filosofia<\/em>, Milano, Adelphi, 1975, pp. 61-63.<br \/>\n<em>Polymath<\/em><em>\u00ed<\/em><em>e<\/em> (dialetto ionico, in cui s\u2019esprimeva Eraclito) o <em>polymath<\/em><em>\u00ed<\/em><em>a<\/em> (in dialetto attico) significa: \u201cimparare molte cose\u201d da <em>pol<\/em><em>\u00fd<\/em>&#8211;<em>manth<\/em><em>\u00e1<\/em><em>no<\/em> (\u201cimparare\u201d); ossia uno studio che pu\u00f2 sconfinare nella vuota erudizione.<\/p>\n<p><strong>7.<\/strong> Luciano De Crescenzo, <em>Panta rei (tutto scorre)<\/em>, Milano, Mondadori, 1994.<\/p>\n<p><strong>8.<\/strong> Quasi tutti gli interpreti, quando hanno a che fare con Eraclito ripetono a pappagallo: \u201cdivenire! divenire!\u201d, che funziona come una sorta di micro-riassuntino rassicurante del suo pensiero. Ci casca anche Nietzsche che parla di \u201cdivenire\u201d proprio a proposito dell\u2019immagine del fiume (FETG, \u00a7 5), senza per\u00f2 mettere a fuoco questa nozione nel Nostro. Lasciamo perdere le acrobazie di Heidegger (IM, pp. 130-140; ad es., sono sommamente arbitrarie le sue rese dei frr. 1 e 2, p. 136) per conciliare Eraclito con Parmenide, il quale viene dopo il Nostro, per cui \u00e8 scorretto interpretare Eraclito alla luce di un pensatore che gli \u00e8 completamente estraneo. Ed Eraclito &#8211; scusate se insisto &#8211; nulla ha a che fare con Parmenide, sia per motivi cronologici sia, e soprattutto, per motivi teoretici perch\u00e9 in lui non vi \u00e8 nessuna ontologia: nessuna tematizzazione dell\u2019Essere (CR, p. 453). Ma cosa troviamo in greco quando andiamo in cerca del \u201cdivenire\u201d nei <em>Frammenti<\/em> di Eraclito? Troviamo un verbo di uso assai comune (<em>g<\/em><em>\u00ed<\/em><em>gnomai<\/em>) che, come succede anche altrove, pu\u00f2 assumere molteplici significati.<br \/>\nVorrei innanzi tutto ricordare una clamorosa occorrenza, fra tante altre, di <em>g<\/em><em>\u00ed<\/em><em>gnomai<\/em> nei poemi omerici: un episodio di grande effetto, in cui tale verbo sta a designare tutte le varie metamorfosi cui ricorre il Vecchio del Mare per sfuggire a Menelao (<em>Odissea<\/em>, IV, 455-458). Quest\u2019ultimo, tornando da Troia, non riesce a salpare dalla costa d\u2019Egitto, a causa di venti avversi e il Vecchio (alias Proteo) \u00e8 l\u2019unico che gli possa suggerire come trarsi d\u2019impaccio, dato che \u00e8 una divinit\u00e0 marina \u201cverace\u201d o, meglio, che \u201ccoglie nel segno\u201d (<em>nemert\u00e9s<\/em>\u2026 e anche qui urgerebbe un bel ripensamento sulla presunta centralit\u00e0 di<em> al\u00e9theia<\/em>, interpretata, per giunta, come non-latenza\u2026). Per costringerlo a parlare, Menelao e i suoi compagni tengono ben stretto il Vecchio mentre costui <em>si trasforma divenendo<\/em> (<em>g<\/em><em>\u00ed<\/em><em>gnomai<\/em>, v. 458): leone, serpente, pantera, immenso cinghiale, liquida acqua e infine albero ad alto fogliame, solo, alla fine, cede stremato e si decide a fornire un consiglio efficace e a rivelare, tra l\u2019altro, dove si trova prigioniero Ulisse. Al che, vien da domandarci se questa potente carica metamorfica sia rinvenibile anche in Eraclito. Ebbene, nel <em>corpus<\/em> dei <em>Frammenti<\/em> troviamo <em>g<\/em><em>\u00ed<\/em><em>gnomai<\/em> quindici volte, cos\u00ec rappresentate: tre volte sta a significare: \u201caccadere\u201d (79, 80, 110), tre&nbsp; \u201cnascere\u201d (20: bis nel medesimo fr. e 39; da <em>g<\/em><em>\u00ed<\/em><em>gnomai<\/em> deriva <em>g\u00e9nesis<\/em>: \u201cnascita\u201d), una \u201ctrovarsi\u201d, \u201cesserci\u201d (69), tre \u00e8 analogo ad \u201cessere\u201d (56, 63, 75), una in cui esprime un \u201cdiventare\u201d (\u201cpiacere delle anime \u00e8 diventare umide\u201d, 77), tre una trasformazione (7, 31, 36, dove troviamo passaggi tra vari elementi, tipo l\u2019acqua, la terra, il fuoco e il fumo). Infine, il fr. 1 costituisce un caso a parte dato che, a mio modesto avviso, <em>g<\/em><em>\u00ed<\/em><em>gnomai<\/em> col\u00e0 significa contemporaneamente sia \u201cnascere\u201d che \u201cdivenire\u201d.<br \/>\nStop! Spero che questo piccolo, e massacrante, <em>excursus<\/em> vi sia servito per vedere come la contrapposizione tra \u201cessere\u201d e \u201cdivenire\u201d sia inesistente nel Nostro e come in generale, gi\u00e0 solo a livello lessicale, si riveli discutibile e, alla fin fine, impraticabile.<\/p>\n<p><strong>9.<\/strong> Per l\u2019affermazione dell\u2019io in Saffo e Alceo, rimando al bel saggio di Bruno Snell: <em>Il primo rivelarsi dell\u2019individualit\u00e0 nella lirica greca<\/em>, in B. S., <em>La cultura greca e le origini del pensiero europeo<\/em>, trad. it. di Vera degli Alberti e Anna Solmi Marietti, Torino, Einaudi, 1963 (ed. or. 1946), pp. 88-119.<br \/>\nJean Bollack, <em>Il \u201clogos\u201d eracliteo<\/em>, in J. B., <em>La Grecia di nessuno<\/em>, trad. it. a cura di Rossella Saetta Cottone, Palermo, Sellerio, 2007 (ed. or. 1997), pp. 202-227 (p. 203).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un anno con Eraclito Per mio fratello Giovanni &nbsp; Premessa: Eraclito come sfida. 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