{"id":1276,"date":"2020-12-06T10:54:44","date_gmt":"2020-12-06T09:54:44","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1276"},"modified":"2020-12-22T09:53:35","modified_gmt":"2020-12-22T08:53:35","slug":"1276-2","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1276","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<h2 style=\"text-align: center;\"><strong>Le Sirene e i Lotofagi son forse parenti?<\/strong><\/h2>\n<p>Sono giorni o, meglio, mesi bui anche perch\u00e9 questa maledetta seconda ondata della pandemia sta impedendo a quasi tutti di spingersi troppo lungi dalle proprie, comunque anguste, dimore.&nbsp;<\/p>\n<p>Come reagire?<\/p>\n<p>Non so voi, ma io mi rifugio nei vividi ricordi di passati viaggi.<\/p>\n<p>Ma non sempre queste rimembranze ci bastano, al che, una gran consolazione pu\u00f2 venire dall\u2019immergerci nell\u2019ennesima rilettura dell\u2019<em>Odissea<\/em> e, in particolare, dei libri dal nono al dodicesimo, dove stanno racchiuse le peregrinazioni di Ulisse: le sue traversate per mare e i suoi approdi in terre spesso insidiose.<\/p>\n<p>Seguiamo, allora, ancora una volta Ulisse dopo che ha doppiato il procelloso capo Malea: ultima propaggine della penisola, quella pi\u00f9 a est delle tre, in cui si sfrangia la parte estrema del Peloponneso. Una sorta di minaccioso artiglio che si protende avido verso l\u2019isola di Citera e, pi\u00f9 a sud-est, verso Creta.<\/p>\n<p>Ebbene, doppiando quel capo, Ulisse s\u2019immette in un mondo sconosciuto dove non vigono pi\u00f9 le normali leggi dell\u2019ospitalit\u00e0, che tutelavano lo straniero allorch\u00e9 chiedeva asilo e protezione.<\/p>\n<p>In questo mondo altro si possono, perci\u00f2, incontrare esseri misteriosi, sovente giganteschi e antropofagi: \u00e8 il caso dei Ciclopi e dei Lestrigoni o si pu\u00f2 finire preda di orridi mostri marini come Scilla e Cariddi.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 anche il mondo delle Sirene e della maga Circe, accomunate tutte da una voce melodiosa, ma nondimeno estremamente pericolose: pronte, le prime, a divorare gli stranieri e, la seconda, a far mutar loro di sembiante.<\/p>\n<p>A capo Malea, anche altri eroi vi avevano trovato violente tempeste: era passato di l\u00e0 Menelao che, sospinto dalla furia dei marosi, aveva visto parte delle sue navi far poi naufragio a Creta (<em>Od<\/em>. III, 287-301), mentre lui, scampato alla morte, approdava poi in Egitto.<\/p>\n<p>Dalle parti di Malea era transitato anche suo fratello Agamennone, apparentemente pi\u00f9 fortunato, perch\u00e9 risparmiato dalle onde, ma solo per venire poi trucidato, una volta rientrato nella sua terra, dai subdoli inganni di Egisto (<em>Od<\/em>. IV, 514-535).&nbsp;<\/p>\n<p>Potremmo dire che, come da copione, Ulisse, doppiata quella famigerata rupe, viene rapito dalle correnti e dai venti, perde la rotta e, per ben nove giorni, va alla deriva per poi finire in una landa sconosciuta (<em>Od<\/em>. IX, 80-90).<\/p>\n<p>Ebbene, l\u2019ingresso in questo mondo ignoto non sembrerebbe essere traumatico, tuttavia\u2026<\/p>\n<p>Ulisse aveva mandato in avanscoperta tre uomini per cercare di capire quali fossero gli usi e costumi degli autoctoni e gli esploratori non avevano fatto ritorno.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 mai?<\/p>\n<p>Non certo perch\u00e9 erano stati trucidati, ma perch\u00e9 avevano assaggiato il frutto del loto di cui si cibavano gli abitanti di quella terra, i quali, per l\u2019appunto, si chiamavano Lotofagi. Ed erano stati i Lotofagi stessi (<em>Od<\/em>. IX, 91-102) ad offrir gentilmente agli stranieri il loro alimento preferito.<\/p>\n<p>Ora, non ha tanto senso che stiamo a ipotizzare dove si trovasse la terra dei Lotofagi &#8211; nell\u2019attuale Libia, se si d\u00e0 retta ad Erodoto (IV, 177) &#8211; n\u00e9 che facciamo congetture su che tipo di pianta potesse essere il loto. Quello che ci interessa \u00e8, invece, porre attenzione agli effetti prodotti dal loto, effetti su cui, peraltro, Erodoto non dice manco una parola.<\/p>\n<p>Ci basti sapere che chi mangiava il <em>lot\u00f3s<\/em> desiderava continuare a farlo &#8211; dunque, dava immediata assuefazione &#8211; e, nei compagni di Ulisse, cancellava la voglia di fare ritorno (<em>n\u00f3stos<\/em>), inizialmente dagli altri compagni, che li stavano aspettando, e, pi\u00f9 in generale, nell\u2019isola natia. Ovvero ad Itaca.<\/p>\n<p>Mangiare il \u201cdolcissimo frutto del loto\u201d (<em>Od<\/em>. IX, 94) aveva, insomma, l\u2019effetto di minare la ragion d\u2019essere della stessa <em>Odissea<\/em>, che aveva come perno, appunto, il tema del <em>n\u00f3stos.<\/em><\/p>\n<p>Quanto ai pacifici e indolenti Lotofagi, potremmo dire, volendo esprimerci in termini spicci, che erano dei \u201cdrogati\u201d.<\/p>\n<p>A onor del vero, mai il loto viene definito con la parola greca che rende l\u2019idea di \u201cdroga\u201d ossia <em>ph\u00e1rmakon<\/em>. Poich\u00e9 <em>ph\u00e1rmakon<\/em> &#8211; termine ambivalente che pu\u00f2 significare sia \u201cmedicamento\u201d che \u201cveleno\u201d &#8211; vien detto, casomai, quello che Circe ammannisce ai compagni di Ulisse per trasformarli in porci (<em>Od<\/em>. X, 235-240; si noti, per inciso, come pure questi recenti suini dimentichino la terra dei padri, <em>Od<\/em>. X, 236).<\/p>\n<p>Sempre <em>ph\u00e1rmakon<\/em> \u00e8 detta quell\u2019erba prodigiosa (<em>Od<\/em>. X, 287-292) che vien fornita, quale \u201ccontroveleno\u201d (<em>Od<\/em>. IV, 313-314), da Hermes ad Ulisse perch\u00e9 resista agli incantesimi della maga.<\/p>\n<p>E, infine, sempre <em>ph\u00e1rmakon<\/em> \u00e8 definito quel filtro anestetico e analgesico (il <em>nepenth\u00e9s<\/em>) che Elena somministra, di soppiatto, a Telemaco e a Menelao per farli smettere di piangere e di soffrire (<em>Od<\/em>. IV, 220-227).<\/p>\n<p>Quanto ai compagni di Ulisse, una volta assaggiato il loto, si comportano esattamente come noi ci aspettiamo si comportino gli attuali \u201ctossici\u201d: diventano tossico-dipendenti e possono esser disintossicati solo con la coercizione, separandoli a forza dai loro <em>pusher<\/em>.<\/p>\n<p>Che fa, infatti, Ulisse? Trascina a forza i tre drogati, in lacrime, alle navi, li lega ben stretti e li scaraventa sotto-coperta. Contemporaneamente, ordina a tutti gli altri di salpare velocemente da quella terra pericolosa, prima che assaggino anche loro il loto e s\u2019infettino essi pure, ossia dimentichino il <em>n\u00f3stos<\/em>.<\/p>\n<p>E l\u2019<em>Odissea<\/em>, almeno per il momento, \u00e8 assicurata: si pu\u00f2 continuare a far ritorno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tuttavia, se ponessi l\u2019accento solo su questo aspetto, vi farei un cattivo servizio perch\u00e9 l\u2019<em>Odissea <\/em>&#8211; sar\u00f2 fissata, ma ne sono altres\u00ec fieramente convinta &#8211; non ha come unico perno il tema del ritorno. Potremmo dire che il <em>n\u00f3stos<\/em> costituisce una sorta di <em>lectio facilior<\/em> del poema che rischia di mettere in ombra e di far dimenticare il tema pi\u00f9 nascosto, ma, a mio avviso, ben pi\u00f9 potente, del poema ossia il tema del <em>kl\u00e9os<\/em>.<\/p>\n<p>Che cos\u2019\u00e8 mai il<em> kl\u00e9os<\/em>?<\/p>\n<p>Ci sarebbe un modo per rendere in francese la parola greca <em>kl\u00e9os<\/em>, che ha dentro il verbo <em>kal\u00e9o<\/em>: \u201cchiamare per nome\u201d. Ebbene, il vocabolo francese \u00e8: <em>renomm\u00e9e<\/em> ovvero la fama.<\/p>\n<p>In italiano si potrebbe dire <em>nomea<\/em>, che per\u00f2 scarterei perch\u00e9 spesso \u00e8 un termine non glorioso bens\u00ec spregiativo.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 mi spiegher\u00f2 meglio.<\/p>\n<p>Il <em>kl\u00e9os<\/em>, \u00e8 quasi sempre &#8211; eccezione: <em>Iliade<\/em> II, 486 dove <em>kl\u00e9os<\/em> sconfina con una chiacchiera confusa non ancora diventata poesia &#8211; la fama imperitura che viene assicurata agli eroi e alle eroine dei poemi omerici. Infatti \u00e8 solo grazie al <em>kl\u00e9os<\/em> che costoro \u201canche per il futuro saranno cantati dagli uomini a venire\u201d, come spiega egregiamente Elena nel sesto libro dell\u2019<em>Iliade<\/em> (vv. 357-358).<\/p>\n<p>(Non \u00e8 un caso che a questi pochissimi versi, di solito, si presti scarsissima attenzione e ci si soffermi a lungo sul patetico incontro tra Ettore, Adromaca e il figlioletto Astianatte &lt;<em>Il. <\/em>VI, 394-494&gt;. Potremmo dire che, specie nel sesto libro dell\u2019<em>Iliade<\/em>, la retorica dell\u2019amore per la famiglia e per la patria, parallelamente al tema del <em>n\u00f3stos<\/em> nell\u2019<em>Odissea<\/em>, occulta il motivo del <em>kl\u00e9os<\/em>).<\/p>\n<p>Si tratta, invece, di un paio di versi mirabili che non mi stancher\u00f2 mai di rileggere e far leggere e far conoscere, in cui la poesia epica riflette su se stessa, ossia sono versi dell\u2019<em>Iliade<\/em> che spiegano il perch\u00e9 dell\u2019<em>Iliade <\/em>stessa<em>.<\/em><\/p>\n<p>Ma non basta: con pochi tocchi, viene approntata una sorta di giustificazione estetica del dolore: gli dei danno ai mortali malasorte, ma questa garantisce loro anche una gloria <em>(kl\u00e9os<\/em>) immortale.<\/p>\n<p>A guardar bene, nei poemi omerici non emerge certo una visione \u201cdemocratica\u201d del <em>kl\u00e9os<\/em>, bens\u00ec una \u201caristocratica\u201d (<em>Iliade<\/em>, II, 459-464; 488-493).<\/p>\n<p>Per capirci, non \u00e8 sufficiente essere dei poveri sventurati per venir ricordati perch\u00e9 non saranno dimenticati solo coloro che meritarono d\u2019esser ricordati, grazie a una qualche memorabile impresa o ad una loro caratteristica eccezionale.<\/p>\n<p>E questo \u00e8 il caso, ad esempio, di Elena: la pi\u00f9 bella di tutte le donne mortali.<\/p>\n<p>L\u2019importanza del <em>kl\u00e9os<\/em> \u00e8 spiegata assai bene anche da Telemaco, il quale si rammarica, non solo e non tanto che suo padre sia morto, ma soprattutto perch\u00e9 teme abbia fatto una fine ingloriosa. Infatti, se Ulisse fosse caduto in guerra, lui, Telemaco, non ne sarebbe cos\u00ec straziato perch\u00e9 gli Achei avrebbero reso onore a suo padre e, di riflesso, anche a lui, che \u00e8 suo figlio, ne sarebbe venuto del <em>kl\u00e9os<\/em> (<em>Od<\/em>. I, 235-243).<\/p>\n<p>E Telemaco non si d\u00e0 pace che nessuna eco gloriosa del padre giunga fino a lui: sar\u00e0, allora, per recuperare la fama delle imprese paterne che si metter\u00e0 in viaggio e si recher\u00e0 nella reggia di Nestore e poi in quella di Menelao, dove, soprattutto in quest\u2019ultima, verr\u00e0 a conoscere storie memorabili su Ulisse (<em>Od<\/em>. IV, 240-288).<\/p>\n<p>Il motivo del <em>kl\u00e9os<\/em> \u00e8, inoltre, decisivo anche per marcare il fallimento della tentata seduzione di Calipso nei confronti di Ulisse. La Ninfa nascosta e nasconditrice &#8211; perch\u00e9 questo ci suggerisce il suo nome &#8211; trattiene Ulisse per ben otto anni nell\u2019isola di Ogigia e le prova tutte per legarlo a s\u00e9: vuole farlo suo sposo e, essendo una dea, gli promette in dono l\u2019immortalit\u00e0.<\/p>\n<p>Ora, il bello \u00e8 che Ulisse non sa che farsene di questa vita senza la morte perch\u00e9, in quell\u2019isola sperduta, la sua fama resterebbe nascosta, infatti, separato da tutti, nessuno potr\u00e0 pi\u00f9 ricordare e cantare le sue imprese. Cosa che invece succede alla reggia dei Feaci, dove il cantore Demodoco celebra, mentre Ulisse \u00e8 ancora vivo, la sua immensa astuzia ossia il celeberrimo inganno del cavallo (<em>Od<\/em>. VIII, 492-520).<\/p>\n<p>Per cui vi suggerisco di interpretare sempre attraverso la prospettiva del <em>kl\u00e9os<\/em> l\u2019intera vicenda di Ulisse e di non lasciarvi obnubilare dalla solita storia del <em>n\u00f3stos<\/em>: della nostalgia della patria, della moglie, del figlio, del vecchio padre eccetera. Ovviamente, tale rimpianto esiste eccome, ma non basta di certo da solo a farci capire la ragion d\u2019essere dell\u2019<em>Odissea.<\/em>&nbsp;<\/p>\n<p>Scusate se son stata parecchio noiosa e fin troppo insistente nel battere e ribattere sul chiodo del <em>kl\u00e9os<\/em>, ma \u00e8 anche un mio modo per rendere omaggio a chi me ne ha fatto capire la crucialit\u00e0: Fran\u00e7oise Frontisi-Ducroux e Jean-Pierre Vernant, senza i quali i poemi omerici sarebbero restati per sempre per me inespugnabili, anche se letti e riletti.<\/p>\n<p>Inoltre, se non fossi ossessionata dal <em>kl\u00e9os<\/em>, poco o nulla avrei capito delle Sirene, di cui vorrei ora parlarvi.<\/p>\n<p>Ebbene, prima di farlo, non posso, almeno di volata, non accennare a due mirabili racconti che parlano delle Sirene: il primo \u00e8 <em>Il silenzio delle Sirene<\/em> di Franz Kafka e il secondo \u00e8, a mio avviso, il pi\u00f9 bel racconto di tutta la letteratura italiana del Novecento: <em>La sirena<\/em> di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.<\/p>\n<p>Tuttavia non posso soffermarmi su questi due racconti quanto meriterebbero, innanzitutto perch\u00e9 finirei per dilungarmi troppo e poi perch\u00e9 ci porterebbero <em>fuori rotta<\/em>, come le correnti di Capo Malea.<\/p>\n<p>Il mare in cui vorrei che ci si muovesse \u00e8, infatti, quasi esclusivamente quello dei poemi omerici, che \u00e8 gi\u00e0 un pelago vastissimo.<\/p>\n<p>Pertanto, mi limito a ricordare che Kafka opera una serie di <em>variationes<\/em> sul mito sirenico, ponendo l\u2019accento sulle reciproche strategie messe in atto dalle terribili cantatrici e da Ulisse, reinventando, con geniale raffinatezza, le modalit\u00e0 di quel titanico duello.<\/p>\n<p>Quanto, a Tomasi di Lampedusa, in gioco \u00e8 un\u2019immagine delle Sirene ben posteriore ai poemi omerici.<\/p>\n<p>L\u2019<em>Odissea<\/em>, infatti, ci dice poco o nulla sull\u2019aspetto delle Sirene, ma intuiamo che forse si tratta di una sorta di uccelli carnivori, che divorano quelli che hanno irretito col loro canto. Nell\u2019autore de <em>Il Gattopardo<\/em>, invece, come avviene poi in tradizioni posteriori all\u2019<em>Odissea<\/em>, le Sirene sono esseri ibridi, per met\u00e0 pesci e per met\u00e0 donne, capaci di sedurre grazie ad un eros inquietante che \u00e8 un <em>m\u00e9lange<\/em> di animalit\u00e0 e di divinit\u00e0. Inoltre, in Tomasi non si tratta soltanto di un amore incomparabile e incoercibile per tale mitico essere marino, perch\u00e9, al contempo, la fascinazione passa attraverso il miraggio del risonare della lingua greca antica, di cui noi poveri moderni abbiamo perduto la voce vivente.<\/p>\n<p>Ma basta cos\u00ec!&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Limitiamoci, perci\u00f2, alle Sirene cos\u00ec come vengono caratterizzate nel duodecimo dell\u2019<em>Odissea<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Due volte si parla delle canore incantatrici. Dapprima ne disquisisce Circe, fornendo ad Ulisse i celeberrimi espedienti dei tappi di cera, per i suoi compagni, e della fune per tenere stretto lui, qualora ne volesse udire il canto.<\/p>\n<p>Pertanto che nel libro duodecimo abbiamo una sorta di \u201cSirene: istruzioni per l\u2019uso\u201d (<em>Od<\/em>. XII, 34-54) e, in seguito, la laconica cronaca di questo incontro (<em>Od<\/em>. XII, 158-200). Cronaca alquanto enigmatica perch\u00e9 non si narra esplicitamente che cosa le Sirene abbiano cantato. E su questo una miriade di poeti, di scrittori e di critici e, infine, di grecisti, hanno dato la stura alla loro immaginazione e alla loro erudizione, per secoli e secoli.<\/p>\n<p>Ma andiamo <em>lento pede<\/em>.<\/p>\n<p>Circe avverte, innanzitutto, che l\u2019effetto del canto delle Sirene \u00e8 quello di far dimenticare la moglie e i propri figli pargoletti, talch\u00e9 chi l\u2019ha udito mai ha fatto <em>ritorno<\/em> a casa (<em>Od<\/em>. XII, 41-44). Ora, che il <em>n\u00f3stos<\/em> venga azzerato accomuna l\u2019effetto del loto alle seduzioni delle Sirene.<\/p>\n<p>Vi \u00e8 poi un\u2019altra coincidenza: in ambo i casi il rimedio messo in atto \u00e8 quello di venir legati come salami. Solo che i drogati dai Lotofagi sono sbattuti senza tanti riguardi sotto-coperta, mentre al loro capo vien riservato un trattamento ben pi\u00f9 dignitoso e coreografico: Ulisse sar\u00e0, infatti, legato all\u2019albero della nave e, da questa posizione eretta e maestosa, lui dovr\u00e0 resistere.<\/p>\n<p>Nelle \u201cistruzioni per l\u2019uso\u201d \u00e8 compreso anche l\u2019effetto deterrente, sempre illustrato da Circe, la quale avverte che le Sirene, non solo incantano le loro prede, ma anche le divorano riducendole ad avanzi rosicchiati e putrescenti (<em>Od<\/em>. XII, 46-47).<\/p>\n<p>Ma questo \u00e8 meno importante, ovvero lo \u00e8 meno per noi che vorremmo cercar di penetrare il segreto dello <em>charme <\/em>del \u201climpido canto\u201d delle Sirene.<\/p>\n<p>Per tentare di capirne un po\u2019 di pi\u00f9 dobbiamo passare al secondo gruppo di versi: quello in cui \u00e8 in gioco non un incontro generico con le Sirene, bens\u00ec proprio quello di Ulisse.<\/p>\n<p>Si tratta di un incontro di breve durata perch\u00e9 solo per un tempo limitato la nave scivola rapida di fianco all\u2019isoletta sirenica, anche se la velocit\u00e0 della navigazione \u00e8 rallentata da un\u2019insidiosa bonaccia (<em>Od<\/em>. X, 168-169), che rende piatta la superficie del mare.&nbsp;<\/p>\n<p>N\u00e9 va trascurato un altro dettaglio: Circe aveva consigliato ad Ulisse di turare con la cera le orecchie dei compagni, ma forse la precauzione era inutile perch\u00e9 poi le cantatrici si rivolgono esclusivamente ad Ulisse. Forse perch\u00e9 le Sirene sapevano che solo lui poteva udirle.<\/p>\n<p>O forse &#8211; la mia \u00e8 un\u2019ipotesi &#8211; il loro canto era fatto in modo che ciascuno udisse ci\u00f2 che era in grado di stregarlo al sommo grado. Come era accaduto ai migliori tra gli Achei, chiusi nel ventre del cavallo di legno, quando avevano inteso la suadente voce di Elena chiamarli, ciascuno per nome. Ebbene, ognuno di loro crede di sentire il richiamo della propria sposa lontana, e, se vi avessero risposto, l\u2019inganno del cavallo sarebbe stato smascherato e Troia non sarebbe caduta.<\/p>\n<p>Chiss\u00e0? Forse non \u00e8 un caso che, quella volta, fu proprio Ulisse a sventare quell\u2019insidiosa <em>illusione acustica<\/em> (<em>Od<\/em>. IV, 274-289), proprio lui che poi sarebbe stato l\u00ec l\u00ec per cedere al richiamo delle Sirene.<\/p>\n<p>Insomma, non sappiamo che cosa i compagni, senza tappi alle orecchie, avrebbero udito, sforziamoci, piuttosto, di immaginare quello che avrebbe potuto far cedere Ulisse. E le Sirene, che sono dee, pure non ignorano il suo <em>punctum minoris resistentiae<\/em>.<\/p>\n<p>Circe sta sulle generali e non ne accenna, ma poi vediamo che le Sirene, invece, sanno benissimo dove sferrare il loro colpo mortale\u2026 che mortale non diventa solo perch\u00e9 ci sono le funi a trattenere Ulisse e perch\u00e9 i suoi compagni erano stati preventivamente istruiti a non cedere alle sue mute suppliche di scioglierlo e, anzi, a legarlo ancor pi\u00f9 stretto.<\/p>\n<p>Cos\u00ec la nave non si ferma e, dopo poco, arriva l\u00e0 dove le Sirene non possono esser udite e cera e funi possono esser rimosse.<\/p>\n<p>Ma riavvolgiamo la pellicola e torniamo ai brevi momenti dell\u2019incontro.<\/p>\n<p>Qual \u00e8 il richiamo cui Ulisse non pu\u00f2 resistere?<\/p>\n<p>Lo si scopre da come le Sirene lo interpellano: \u201cOrs\u00f9 vieni, o Ulisse glorioso, grande vanto degli Achei!\u201d.<\/p>\n<p>Avete gi\u00e0 capito: le Sirene fanno leva sul <em>kl\u00e9os<\/em>, cui Ulisse tiene oltremodo.<\/p>\n<p>E sanno di andare sul sicuro.<\/p>\n<p>Voglio essere onesta e precisa: in questo verso (<em>Od<\/em>. XII, 184) non compare il termine <em>kl\u00e9os<\/em>, ma il senso \u00e8 proprio quello, e persino rinforzato.<\/p>\n<p>Troviamo un\u2019altra parola che qui ho tradotto, per approssimazione, con \u201cglorioso\u201d. Si tratta di <em>pol<\/em><em>\u00fd<\/em><em>ainos<\/em>: letteralmente \u201cdai molti <em>a\u00eenoi<\/em>\u201d in una doppia possibilit\u00e0: \u201ccolui di cui parlano molti <em>a\u00eenoi<\/em>\u201d ma anche: \u201ccolui che conosce molti <em>a\u00eenoi<\/em>\u201d, laddove <em>a\u00eenos<\/em> indica il \u201cracconto\u201d (<em>Od<\/em>. XIV, 508). E, a voler essere ancora pi\u00f9 precisi, <em>a\u00eenos<\/em>, a considerarne l\u2019etimologia, \u00e8 una \u201cstoria\u201d in cui \u00e8 contenuto un \u201clodare\u201d (<em>ain\u00e9o<\/em>) e, perci\u00f2 stesso, una storia che conferisce <em>kl\u00e9os<\/em>.<\/p>\n<p>Come volevasi dimostrare!<\/p>\n<p>Lo so, mi state trovando maledettamente noiosa e pignola: ma lo vogliamo decrittare o no questo famigerato messaggio delle Sirene?<\/p>\n<p>E non \u00e8 mica finita: il verso 184 \u00e8, a sua volta, una citazione quasi pari pari di un verso dell\u2019<em>Iliade<\/em> (IX, 673), anche in quel caso riferito ad Ulisse; cos\u00ec si rivolge a lui Agamennone, per sapere l\u2019esito dell\u2019ambasceria, peraltro fallita, di pacificazione nei confronti dell\u2019irato Achille.<\/p>\n<p>Ora, se esaminiamo il seguito del messaggio soavemente modulato dalla coppia di incantatrici &#8211; le Sirene, per la cronaca, sono solo due (<em>Od<\/em>. XII, 185) &#8211; si vede chiaramene che viene evocata la guerra di Troia (<em>Od<\/em>. XII, 189-190).<\/p>\n<p>Ed \u00e8 per questo che c\u2019\u00e8 stato chi ha potuto dire, come Florence Dupont, che le Sirene promettono a Ulisse l\u2019<em>Iliade<\/em>.<\/p>\n<p>Sempre tale studiosa, insiste sulla somiglianza tra le Muse e le Sirene dichiarando che quest\u2019ultime sarebbero una sorta di Muse imperfette, che promettono una fama che poi non possono certo far durare, anche perch\u00e9 chi \u00e8 divorato dalle Sirene non avr\u00e0 domani.<\/p>\n<p>Inoltre, aggiunge Dupont, l\u2019evocazione delle imprese eroiche non avviene all\u2019interno del rituale del banchetto, come accade per il canto dell\u2019aedo Demodoco, alla reggia dei Feaci.<\/p>\n<p>Ora, non \u00e8 qui mia intenzione ribadire la centralit\u00e0 del simposio nel mondo greco arcaico e non solo arcaico: altri lo hanno fatto egregiamente e non vi aggiungerei nulla di pregevole.<\/p>\n<p>Consideriamo, piuttosto, in che consistono le lusinghe delle Sirene: esse promettono godimento, attraverso il loro canto \u201cdi miele\u201d, e contezza di tutto quello che successe e succede non soltanto nella piana di Troia, ma sulla terra tutta. Infatti l\u2019arco temporale che le Sirene dicono di poter dominare e far conoscere riguarda sia il passato che il presente (<em>Od. <\/em>XII, 186-191).<\/p>\n<p>Ora, se andiamo alla <em>Teogonia<\/em> (v. 38) di Esiodo, posteriore ai poemi omerici, scopriamo che le Muse sono in grado di dire: \u201cci\u00f2 che \u00e8, ci\u00f2 che sar\u00e0 e ci\u00f2 \u00e8 stato\u201d, ma, se ci limitiamo all\u2019<em>Iliade<\/em>, osserviamo come il cantore le invochi per riuscire in un pezzo di bravura: l\u2019impervio \u201ccatalogo delle navi\u201d (<em>Il<\/em>. II, 484-759).<\/p>\n<p>Ebbene, l\u2019aedo, che celebra un passato epico, non avendo partecipato alla guerra di Troia, conta sulle Muse, che tutto sanno e che sono \u201csempre presenti\u201d (<em>Il<\/em>. II, 484), per poter ricordare chi va ricordato. Ossia per poter mettere in atto quel rammemorare aristocratico-selettivo, di cui abbiamo gi\u00e0 parlato.<\/p>\n<p>Quanto all\u2019<em>Odissea<\/em>, ci imbattiamo spesso nelle Muse, ma si glissa sulle tre dimensioni temporali.<\/p>\n<p>Se vogliamo, invece, un assoluto dominio su tutto quanto il tempo dobbiamo ricorrere all\u2019arte divinatoria: lo si vede ad esempio per Calcante, il quale \u201cconosceva il presente, il futuro e il passato\u201d. Ovvero dobbiamo andare al primo libro dell\u2019<em>Iliade<\/em> (v. 70, verso che sar\u00e0 poi ripreso da Esiodo, <em>Th<\/em>. 38).&nbsp;<\/p>\n<p>Sicch\u00e9 affermare che le Sirene conoscono solo il passato e il presente e le Muse ne sanno di pi\u00f9, estendendo il loro dominio anche sull\u2019avvenire, potrebbe sembrare una forzatura.<\/p>\n<p>Tuttavia, anche se non lo si dice <em>expressis verbis<\/em>, possiamo intuire lo stesso che il futuro per le Muse \u00e8 in gioco gi\u00e0 nei poemi omerici. Poich\u00e9, per nostra fortuna, ci vengono in soccorso quei versi, che gi\u00e0 esaminammo (<em>Il.<\/em> VI, 358-359), in cui Elena si consola, e ci consola, ritenendosi sicura che gli dei ci danno la mala sorte ma, in compenso, saremo \u201ccantati dagli uomini che verranno\u201d. D\u2019accordo, le Muse non son nominate esplicitamente, ma son loro e solo loro a sovraintendere al canto degli aedi.<\/p>\n<p>Esemplari, infatti, sono le sciagure che colpiscono quei cantori che s\u2019illudono di essere autosufficienti ossia di far a meno delle Muse (<em>Il.<\/em> II, 594-600).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma torniamo ad Ulisse e vediamo, ancora una volta, come egli sia spasmodicamente fanatico del <em>kl\u00e9os<\/em> futuro, anche in circostanze che sconfinano con l\u2019assurdo e persino con l\u2019autolesionismo.<\/p>\n<p>Tutti conoscono la vicenda dell\u2019accecamento di Polifemo e tutti sanno come Ulisse lo ingann\u00f2 dicendogli di chiamarsi Nessuno. Felice espediente che preserva Ulisse e i suoi compagni dalla vendetta degli altri Ciclopi. Questi giganteschi mostri, infatti, accorrono alle urla di Polifemo, ma non gli danno man forte quando costui dice loro che a fargli del male \u00e8 stato Nessuno (<em>Od<\/em>. IX, 355-370; 399-412).<\/p>\n<p>Ora, vi risparmio la nota storia dei vellosi montoni e del gigantesco ariete sotto il cui ventre Ulisse e i compagni s\u2019aggrappano per poter uscire dall\u2019antro, dove Polifemo li teneva prigionieri (<em>Od<\/em>. VIII, 425-435), cos\u00ec come sorvolo sugli enormi massi che il mostro lancia sulla nave, non riuscendo a colpirla, m\u2019interessa, piuttosto, farvi notare un\u2019incredibile bravata di Ulisse.<\/p>\n<p>Una volta spinta la nave al largo, quando ormai \u00e8 in salvo, Ulisse che fa? Comincia a urlare alla volta di Polifemo.<\/p>\n<p>I compagni &#8211; in questo caso, ben pi\u00f9 saggi di lui &#8211; lo supplicano di non esasperare quell\u2019essere selvaggio, ma invano: Ulisse, costi quel che costi, va dritto per la sua strada e comincia ad apostrofare beffardamente il Ciclope.<\/p>\n<p>Ulisse proprio non ce la fa a stare zitto perch\u00e9 vuole che Polifemo sappia che ad accecarlo non \u00e8 stato Nessuno, un \u201csenza nome\u201d, bens\u00ec lui, Ulisse, \u201cdistruttore di citt\u00e0, il figlio di Laerte che ha dimora ad Itaca\u201d (<em>Od<\/em>. IX, 491-505).<\/p>\n<p>E vuole che Polifemo lo sappia per poterlo ridire (in futuro) \u201ca qualche uomo mortale\u201d (<em>Od<\/em>. IX, 502).<\/p>\n<p>Ora, tutto ci\u00f2 \u00e8 oltremodo assurdo perch\u00e9 i violenti Ciclopi formano una societ\u00e0 tribale, estremamente chiusa, al punto che non conoscono nemmeno assemblee comuni, n\u00e9 istituzioni poste dagli dei, nemmeno le varie famiglie comunicano tra di loro, ma ciascun capofamiglia fa legge a s\u00e9 per i propri figli per le sue donne. Insomma, i Ciclopi vivono in un mondo a parte che non comunica affatto con quello a loro esterno (<em>Od<\/em>. IX, 105-115).<\/p>\n<p>Dal che ne arguiamo che, se mai qualche malcapitato straniero giungesse da quelle parti, verrebbe subito sbranato e di certo non potrebbe poi andare in giro a raccontare le prodezze di Ulisse.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 \u00e8 anche decisamente autolesionistico al sommo grado perch\u00e9 Polifemo \u00e8 figlio di Poseidone, il temibile dio \u201cScuotiterra\u201d, capace di scatenare tremende tempeste avverse ad Ulisse, come poi puntualmente far\u00e0 e continuer\u00e0 a fare, dopo la terribile maledizione che Polifemo gli lancia invocando suo padre.<\/p>\n<p>E la maledizione \u00e8 tanto pi\u00f9 forte perch\u00e9 legata al nome di Ulisse, finalmente reso manifesto (<em>Od<\/em>. IX, 528-535).<\/p>\n<p>Si tratta di una maledizione davvero terribile e assai articolata poich\u00e9 Polifemo augura ad Ulisse di perdere tutti i suoi compagni, di giungere in patria tardivamente, a bordo di una nave straniera &#8211; sar\u00e0 quella dei Feaci &#8211; e di trovare a casa molte disgrazie (<em>Od<\/em>. IX, 528-535).<\/p>\n<p>Questo malaugurio si avverer\u00e0 punto per punto: capite, allora, che, per inseguire un <em>kl\u00e9os<\/em> pi\u00f9 che improbabile, Ulisse \u00e8 disposto a sacrificare anche tutti i suoi compagni, che dice di amare tanto!<\/p>\n<p>Insomma, a questo punto, vi sar\u00e0 chiaro il ruolo imprescindibile del <em>kl\u00e9os<\/em>.<\/p>\n<p>Ma basta cos\u00ec con le Sirene! E anche con Polifemo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Voglio tornare al titolo di questo scritto, che sinora rischia di restare disatteso, perch\u00e9 non \u00e8 ancora emerso, se non debolmente, il filo rosso che lega i Lotofagi alle Sirene. Certo, si \u00e8 mostrato che sia i Lotofagi che le Sirene provocano l\u2019oblio del <em>n\u00f3stos<\/em> ma, dopo tutto il mio martellare sul <em>kl\u00e9os<\/em>, vi starete chiedendo se il motivo della fama sia rintracciabile anche nella scena dei mangiatori di loto.<\/p>\n<p>Abbiate fede.<\/p>\n<p>Credevo di conoscere molto bene il breve episodio dove s\u2019incontrano i drogati dell\u2019<em>Odissea<\/em>, invece non era cos\u00ec. M\u2019era sfuggito un particolare, solo apparentemente secondario, che sta racchiuso nel verso 97, del nono libro.<\/p>\n<p>I tre compagni di Ulisse, mandati in avanscoperta, una volta assaggiato quell\u2019oblioso frutto-fiore, non solo non avevano pi\u00f9 nessuna voglia di tornare &#8211; e questo gi\u00e0 lo si era sottolineato &#8211; ma nemmeno &#8211; aprite bene le orecchie! &#8211; volevano \u201cannunciare\u201d quello di cui avevano fatto esperienza.<\/p>\n<p>Erano stati mandati in esplorazione perch\u00e9 riferissero se gli uomini di quell\u2019isola \u201cmangiavano pane\u201d (<em>Od<\/em>. IX, 89), il che significa, e lo scopriamo grazie al perspicuo commento di Jean-Pierre Vernant, se quegli isolani fossero timorosi degli dei e rispettassero gli ospiti.<\/p>\n<p>Ma ben altre, lo sappiamo, erano le consuetudini alimentari dei Lotofagi, che li situavano fuori, lo dico tra molte virgolette, \u201cdalla civilt\u00e0\u201d e li rendevano, pur se non-violenti, altrettanto pericolosi dei bestiali Ciclopi antropofagi, che Ulisse incontrer\u00e0 subito dopo.&nbsp;<\/p>\n<p>Ebbene, nel fatto che i novelli tossici perdessero il desiderio di \u201cannunciare\u201d equivale a dire che il <em>lot\u00f3s<\/em> ha l\u2019effetto di soffocare sul nascere il <em>raccontare<\/em>.<\/p>\n<p>Ma il racconto deve poter continuare!<\/p>\n<p>D\u2019altro canto, c\u2019\u00e8 chi, come Maurice Blanchot, occupato com\u2019\u00e8 a deprecare come \u201cvigliacco\u201d l\u2019atteggiamento che Ulisse tenne nei confronti delle Sirene, sembra stimare assai poco il racconto.<\/p>\n<p>Ma adesso domandiamoci, che ne sarebbe di noi, anticamente pubblico di un cantore e ora, ormai da molto tempo, lettori, che ne sarebbe di noi senza l\u2019<em>Odissea<\/em>?<\/p>\n<p>Che ne sarebbe di noi, senza la narrazione delle avventure di Ulisse?<\/p>\n<p>Siamo cos\u00ec sicuri che, senza l\u2019<em>Odissea<\/em>, sarebbero potuti esistere tutti quei romanzi che tanto ci deliziano e, in qualche modo, ci stanno sostenendo?<\/p>\n<p>Insomma, senza l\u2019<em>Odissea<\/em>, che ne sarebbe stato di noi che &#8211; ma s\u00ec diciamolo una buona volta! &#8211; siamo dei <em>drogati della lettura<\/em>?<\/p>\n<p>Semplicemente smetteremmo di esistere: ci dissolveremmo come neve al sole\u2026 forse esagero, ma \u00e8 quello che penso con tutto il mio essere. &nbsp;<\/p>\n<p>Scusate lo sfogo, ma sono tempi bui e, senza l\u2019<em>Odissea<\/em>, ma anche senza un bel libro che ci faccia viaggiare con la <em>phantas<\/em><em>\u00ed<\/em><em>a<\/em> &#8211; dato che tutti i libri che ci piacciono son pronipoti dell\u2019<em>Odissea<\/em> &#8211; davvero non oso pensare che ne sarebbe di noi\u2026<\/p>\n<p>Ma torniamo alle avventure ulissiche, che sono avventure dal Nostro vissute in vista di poterle poi raccontare: possiamo dire che Ulisse, cui le Sirene promettono l\u2019<em>Iliade<\/em>, che \u00e8 soltanto il passato, gi\u00e0 \u00e8 tutto proteso ad acquistare <em>kl\u00e9os <\/em>futuro.<\/p>\n<p>Ulisse, insomma, vive gi\u00e0 pensando all\u2019<em>Odissea<\/em>, in cui gli incontri con i Lotofagi, coi Ciclopi, con Circe e con le stesse Sirene diverranno altrettanti episodi.<\/p>\n<p>E questo &#8211; lo ripeto &#8211; con buona pace del naso arricciato di Maurice Blanchot (cfr. <em>Notarelle<\/em>).<\/p>\n<p>Ebbene, forse non tutti si sono accorti che, all\u2019interno del poema, Ulisse \u00e8 molto consapevole della sua funzione di narratore.<\/p>\n<p>Innanzi tutto perch\u00e9 racconta le sue avventure per ben tre volte.<\/p>\n<p>La prima volta narra quello che gli \u00e8 capitato ad Eolo (<em>Od<\/em>. X, 1-15), il signore dei venti che, nella sua isola galleggiante, regna su una societ\u00e0 felice e iperpatriarcale, formata esclusivamente dai suoi figli e dalle sue figlie, uniti (incestuosamente) in matrimonio, gli uni con le altre.<\/p>\n<p>Ovviamente, Ulisse ad Eolo pu\u00f2 narrare un\u2019<em>Odissea<\/em> ancora parziale. Ossia, solo quello che gli \u00e8 capitato sino a quel momento. Comincia dalla guerra di Troia e, intuiamo, racconta anche dei Ciconi &#8211; popolazione che sub\u00ec le sue razzie e vi si ribell\u00f2 (<em>Od<\/em>. IX, 39-61), prima del funesto Capo Malea &#8211; e poi dei Lotofagi e dei Ciclopi.<\/p>\n<p>La seconda volta in cui Ulisse narra \u00e8 quella pi\u00f9 nota: ossia il lungo <em>flash-back<\/em> che occupa i libri nono, decimo, undecimo e dodicesimo. Narrazione che si svolge presso la reggia dei Feaci. E qui Ulisse racconta, nell\u2019ordine, dei Ciconi, dei Lotofagi, dei Ciclopi, di Eolo, dei Lestrigoni, di Circe, della discesa nell\u2019Ade, delle Sirene, di Scilla e Cariddi e dell\u2019isola di Trinacria, dove pascolano le mandrie del Sole e, infine, di Calipso.<\/p>\n<p>La terza volta Ulisse racconta tutto a Penelope, dopo che i Proci son stati sterminati e i due sposi si son finalmente ricongiunti nell\u2019antico letto nuziale. Ulisse incomincia dai Ciconi e arriva fino ai Feaci (<em>Od<\/em>. XXIII, 310-341).<\/p>\n<p>Intuiamo che quel terzo racconto fu fatto con estrema maestria perch\u00e9 Penelope, pur provata dalle molte emozioni di una giornata decisamente movimentata, \u201cgodeva\u201d ascoltando Ulisse e \u201cil sonno non le cadeva sulle palpebre fino a quando ogni cosa non fu narrata\u201d (<em>Od<\/em>. XIII, 308-309).<\/p>\n<p>Ora, avviandomi alfine alla conclusione, vorrei farvi notare come Ulisse, che \u00e8 l\u2019io-narrante di questi quattro splendidi libri dell\u2019<em>Odissea<\/em>, diviene anche il sosia del cantore &#8211; o dei cantori: lungi da me la questione omerica! &#8211; che compose l\u2019<em>Odissea. <\/em><\/p>\n<p>La prova la troviamo poco prima che la grande narrazione abbia inizio.<\/p>\n<p>Ulisse ha pianto (<em>Od<\/em>. VIII, 521-531) mentre Demodoco raccontava, peraltro per desiderio di Ulisse, l\u2019inganno del cavallo (<em>Od<\/em>. VIII, 492-520). Al che, noi arguiamo che Ulisse &#8211; scusatemi se sono ripetitiva ed insistente &#8211; \u00e8 ognora proteso verso il futuro e, perci\u00f2, ci tiene parecchio a verificare se il suo <em>kl\u00e9os<\/em> di uomo accortissimo sia gi\u00e0 diventato materia di canto.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p>Solo Alcinoo, il re dei Feaci, s\u2019era accorto che Ulisse, che pure cercava di non dare nell\u2019occhio, aveva pianto e, da ottimo padrone di casa qual \u00e8, ha fatto smettere il cantore (<em>Od<\/em>. VIII, 535-542).<\/p>\n<p>A questo punto, Ulisse \u00e8 smascherato: non pu\u00f2 pi\u00f9 mantenere il suo <em>incognito<\/em> e deve dire chi \u00e8, inoltre, sempre su richiesta di Alcinoo, \u00e8 tenuto a raccontare se ha partecipato alla guerra di Troia e se vi ha perduto delle persone care.<\/p>\n<p>Vi ricordate dei due versi notevolissimi in cui Elena spiega la poetica dell\u2019<em>Iliade<\/em> (VI, 357-358), su cui ho tanto insistito?<\/p>\n<p>Ebbene, anche Alcinoo se ne esce in un\u2019affermazione simile: dice che gli dei decisero la morte di (tanti) che combatterono a Troia \u201cperch\u00e9 fossero cantati in futuro\u201d (<em>Od.<\/em> VIII, 580).<\/p>\n<p>Nella reazione di Ulisse alle richieste di Alcinoo, anche in questo caso, ci imbattiamo in una colossale <em>lectio facilior<\/em>, destinata a diventare addirittura \u201cun classico\u201d: Ulisse si mostra riottoso a raccontare le sue passate traversie perch\u00e9, rievocandole, avrebbe sofferto ancor di pi\u00f9 (<em>Od<\/em>. IX, 12-15).<\/p>\n<p>Come non pensare, allora, a quei versi celeberrimi dell\u2019<em>Eneide<\/em> (II, 3), che gli sventurati scolari della mia generazione eran condannati a recitare, in una metrica spesso zoppicante ed improbabile: \u201c<em>Infand<\/em><em>\u00fa<\/em><em>m, regina, iub\u00e9s, renovare dolorem <\/em>eccetera\u201d<em>. <\/em><\/p>\n<p>(In quest\u2019ultimo caso, \u00e8 Enea ad essere recalcitrante alle richieste di Didone di narrare la caduta di Troia e la fuga dalla citt\u00e0 in fiamme. Sorvolo poi su Dante, ossia sul lamento del conte Ugolino: \u201ctu vuoi ch\u2019io rinovelli\\disperato dolor che \u2018l cuor mi preme\u201d, <em>Inferno<\/em>, XXXIII, 4-5).<\/p>\n<p>Tali rievocazioni omerico-virgiliane, non debbono, per\u00f2, farci trascurare un verso capitale (<em>Od<\/em>. IX, 14), che molto spesso passa inosservato. Ulisse si riferisce alle sue dolorose sventure e, come tra s\u00e9 e s\u00e9, annota: \u201cquale narrer\u00f2 per prima e quale per ultima?\u201d.<\/p>\n<p>Riflettiamo.<\/p>\n<p>Ora, la sequenza temporale delle avventure narrate rimane sempre identica nei tre racconti (ad Eolo, ai Feaci e a Penelope), di cui vi ho appena detto. E allora perch\u00e9 Ulisse si interroga su possibili arrocchi o montaggi che possano alterare l\u2019ordine di questo raccontare?<\/p>\n<p>Provate a pensarci.<\/p>\n<p>Io dal canto mio, mi ci sono spremuta le meningi fino a procurarmi una tremenda emicrania e sono venuta a questa conclusione.<br \/>\nMi \u00e8 parso che qui non sia in gioco tanto la sequenza degli episodi del racconto quanto la struttura, tutt\u2019altro che lineare, con cui \u00e8 costruita l\u2019intera <em>Odissea<\/em>.<\/p>\n<p>Il poema, infatti, comincia quando Ulisse \u00e8 da ben otto anni prigioniero nell\u2019isola di Calipso e Atena, che \u00e8 la divinit\u00e0 a cui il Nostro sta maggiormente a cuore, interviene presso suo padre Zeus perch\u00e9 Ulisse possa finalmente tornarsene ad Itaca. Anche in barba all\u2019ira di Poseidone. Segue l\u2019ambasceria di Hermes perch\u00e9 la Ninfa di Ogigia lasci partire Ulisse, la costruzione della zattera, la tempesta, il naufragio e l\u2019approdo all\u2019isola dei Feaci.<\/p>\n<p>Il tutto inframezzato da scene ad Itaca e dalla partenza di Telemaco, il soggiorno del ragazzo a Pilo (reggia di Nestore) e a Lacedemone (Sparta: la reggia di Menelao ed Elena) alla ricerca del padre, sulle tracce della sua fama.<\/p>\n<p>La reggia dei Feaci fa poi da scena per quello che il cantore, genialmente, colloca nel <em>flash-back<\/em>, ossia i libri dal nono al dodicesimo, pi\u00f9 propriamente occupati dal viaggio di Ulisse.<\/p>\n<p>Il verso 14 del canto nono funge, perci\u00f2, da \u201cmanifesto programmatico\u201d su come \u00e8 organizzata l\u2019intera <em>Odissea<\/em>.<\/p>\n<p>E va bene, mi direte, e questo che c\u2019entra col <em>kl\u00e9os<\/em>?<\/p>\n<p>Beh, se non son riuscita a farvi capire che il <em>kl\u00e9os<\/em>, non solo \u00e8 la motivazione del racconto, ma pure illustra, come gi\u00e0 nell\u2019<em>Iliade<\/em>, l\u2019intera ragion d\u2019essere dell\u2019<em>Odissea<\/em>, la sua poetica, le sue leggi di costituzione, che ne consacrano la sua fama dopo quasi tre millenni\u2026. beh vorr\u00e0 dire che\u2026.<\/p>\n<p>No, non ci voglio nemmeno pensare perch\u00e9 spero, invece, di avervi fatto apprezzare ancora di pi\u00f9 il fascino imperituro delle avventure di Ulisse.<\/p>\n<p>E di esservi stata anche di sostegno in questi tempi bui, in cui non possiamo viaggiare.&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h4><span style=\"color: #000000;\"><strong>Notarelle<\/strong><\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">Perch\u00e9 vi facciate un\u2019idea delle mie peregrinazioni omeriche, sempre con l\u2019<em>Odissea<\/em> nello zaino, rimando a tre <em>r\u00e9portages <\/em>di viaggio (presenti in questo sito), che riguardano, rispettivamente, il Peloponneso, Creta e l\u2019isola di Ulisse; insomma, se ne siete curiosi, cliccate su: &nbsp;<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?p=924\"><strong>Patrasso solo andata <\/strong><\/a><\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?page_id=1212\"><strong>Perch\u00e9 parlar<\/strong> <strong>male dei Cretesi<\/strong>?<\/a><\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #0000ff;\"><a style=\"color: #0000ff;\" href=\"http:\/\/www.mariatasinato.it\/?p=710\"><strong>Verso Itaca<\/strong><\/a><\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">Per la feconda ambivalenza del termine greco <em>ph\u00e1rmakon <\/em>non posso non ricordare il mirabile e intramontabile saggio di Jacques Derrida, <em>La pharmacie de Platon <\/em>(edizione originale 1968; <em>La farmacia di Platone<\/em>, Introduzione di Silvano Petrosino, Milano, Jaca Book, 1985 e poi 2015).<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">Ecco gli studi che mi hanno maggiormente sensibilizzato al tema del <em>kl\u00e9os<\/em>: Fran<em>\u00e7<\/em>oise Frontisi-Ducroux, <em>La cithare d\u2019Achille. Une po\u00e9tique de l\u2019<\/em>Iliade, (\u201cQuaderni Urbinati di Cultura Classica\u201d), Roma, Edizioni dell\u2019Ateneo, 1986; Fran<em>\u00e7<\/em>oise Frontisi-Ducroux e Jean-Pierre Vernant, <em>Dans l\u2019\u0153il du miroir<\/em> (ed. or. 1997; <em>Ulisse e lo specchio. Il femminile e la<\/em> <em>rappresentazione di s\u00e9 nella Grecia antica<\/em>, trad. it. Claudio Donzelli, Roma, Donzelli, 2003; grazie a quest\u2019ultimo studio ho anche compreso appieno la carica emblematica di \u201cdoppiare il capo Malea\u201d).<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">Per una bella panoramica, tra tante altre illuminanti annotazioni, su vari artisti e critici, che hanno trattato delle Sirene, rimando ad un grecista di vaglia: Giuseppe Pucci, <em>Le Sirene tra canto e silenzio: da Omero a John Cage<\/em>, \u201cClassicoContemporaneo\u201d, 0 (2014), pp. 80-97; reperibile on line.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">Interessante per quanto irritante e superato, come ogni studio che voglia attualizzare troppo e che, cos\u00ec, si condanna a divenire datato prestissimo, cfr. Florence Dupont, <em>Hom\u00e8re et Dallas<\/em> (ed. or. 1991; <em>Omero e Dallas<\/em>. <em>Narrazione e convivialit\u00e0 dal canto epico alla soap-opera<\/em>, trad. it. di Maria Baiocchi, Roma, Donzelli, 1993).<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">Per una sfiziosa indagine, anche grazie a pitture fittili, sul banchetto greco, cfr. Fran<em>\u00e7<\/em>ois Lissarague, <em>Un flot d\u2019images: une esth\u00e9tique du banquet grec<\/em>, ed. or. 1987; <em>L\u2019immaginario del simposio greco<\/em>, trad. it. di Maria Paola Guidobaldi, Bari, Laterza, 1989.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">Un lungo discorso a parte meriterebbe l\u2019inizio de <em>Le livre \u00e0 venir<\/em> (ed. or. 1959; <em>Il libro a venire<\/em>, trad. it. di Guido Ceronetti e Guido Neri, Torino, Einaudi, 1969, Milano, Il Saggiatore, 2019), le cui pagine iniziali s\u2019intitolano, appunto, <em>Le chant des Sir\u00e8nes<\/em>. Qui Ulisse vi fa la figura dell\u2019eroe vigliacco e mediocre che si difende dal \u201ccanto inumano\u201d delle Sirene, laddove tale cantare fa tutt\u2019uno con l\u2019origine stessa della poesia. Si scade cos\u00ec, sempre secondo Blanchot, dall\u2019 \u201code\u201d all\u2019 \u201cepisodio\u201d, ossia al \u201cracconto\u201d e l\u2019<em>Odissea<\/em> diviene una narrazione non pi\u00f9 rischiosa ma, piuttosto, \u201cla tomba\u201d delle Sirene.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">Ora, si tratta di pagine di indubbio <em>charme<\/em>, che mi affascinarono parecchio nei miei verd\u2019anni, ma che ora, inoltrata come sono nelle lande di una felice vecchiezza, resa meno acerba dalla compagnia, sempre nuova, dell\u2019Odissea, mi lasciano assai pi\u00f9 fredda.<\/span><\/h4>\n<h4><span style=\"color: #000000;\">D\u2019altro canto, appare chiaro che a Blanchot interessano molto di pi\u00f9 Proust e Rilke o Breton che non comprendere il pi\u00f9 possibile la ragion d\u2019essere dei poemi omerici &#8211; non a caso, non dice manco mezza parola sul tema del <em>kl\u00e9os <\/em>&#8211; e questo non gli pu\u00f2 essere imputato. Scherzando, dico soltanto: <em>de gustibus!<\/em>&nbsp;&nbsp;<\/span><\/h4>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le Sirene e i Lotofagi son forse parenti? Sono giorni o, meglio, mesi bui anche perch\u00e9 questa maledetta seconda ondata della pandemia sta impedendo a quasi tutti di spingersi troppo lungi dalle proprie, comunque anguste, dimore.&nbsp; Come reagire? 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